Home videoEcco come l’industria cinematografica italiana può provare a uscire dalla crisi

Fermati per il coronavirus, i film dovranno attendere prima di tornare in sala o continuare le riprese. Un disastro per il settore che si affida anche a produzioni hollywoodiane ad alto budget, ormai scappate dall’Italia

Tiziana FABI / AFP
Tiziana FABI / AFP

Avete aspettato 34 anni, potete aspettare ancora qualche mese. È questo il messaggio che il celebre attore americano Tom Cruise ha lanciato ai suoi fan, indispettiti dalla scelta di posticipare da gennaio a dicembre 2020 l’uscita di Top Gun: Maverick. Il film era pronto, le sale anche. Ma il coronavirus si è messo in mezzo. Per lui non è stato l’unico inconveniente: a febbraio, a causa del lockdown, ha dovuto lasciare Venezia insieme a tutta la troupe di Mission: Impossible 7, ancora in lavorazione. La Paramount ha preferito interrompere le riprese e girare le scene romane (erano previste quattro settimane di set nella capitale) in Inghilterra, nei Longcross Studios, dove a tempo di record hanno ricostruito ricostruita Piazza di Spagna. Una beffa.

Quello di Tom Cruise è un caso tra tanti. Al momento della dichiarazione della quarantena si stima che siano state interrotte almeno 40 riprese di film, in fasi diverse. Si va dalle piccole produzioni ai grandi colossi (come Red Notice, heist movie distribuito da Netflix dal valore di 150 milioni di dollari, che di fronte all’epidemia da coronavirus ha deciso di cambiare location e lasciare l’Italia), dai film classici alle serie televisive, ora in grande spolvero. Tutto bloccato dal Covid-19.

Il danno alla filiera è notevole, se si conta che le imprese coinvolte nel settore dell’audiovisivo e broadcasting italiano (dati 2018) si aggira intorno alle 8.500, con una media di 4,5 dipendenti ciascuna. Una tendenza che rientra nella media europea, anche se inferiore rispetto ad altri Paesi, come la Germania. Sulle cifre totali ci sono variazioni, ma si calcola che i posti di lavori diretti generati dall’industria siano 61.000, cui si aggiungono altri 112.000 generati dall’indotto. Un totale di 173.000 addetti, fissi o free lance, che sono rimasti con le mani in mano, alcuni con la disoccupazione,«in un comparto dove si registra una maggioranza di lavoratori giovani e donne», come spiega il presidente dell’associazione cinematografica italiana (Anica), Francesco Rutelli.

E pensare che, dopo diversi anni di difficoltà, il 2020 «era cominciato bene, con film notevoli per qualità e quantità: penso a “Pinocchio”, a Ficarra e Picone, a Ozpetek e al successo di capodanno di Checco Zalone, ma anche alle sorprese: come il film di due youtuber, “Me contro Te”, che è andato benissimo ed è il segno di come il cinema sappia sempre adeguarsi ai tempi e reinventarsi e ai risultati eccellenti ottenuti al festival di Berlino». Insomma, aveva imboccato una direzione che Rutelli definisce «magnifica», ma alla quale «è seguito un tracollo che mette a rischio la tenuta di aziende, i cui equilibri in fase di normalità sono difficili». In poche parole, «un disastro».

Il quadro è questo: «I film sono stati bloccati in fasi diverse della loro produzione: alcuni erano appena iniziati, altri sono stati rinviati sine die, agli altri mancava il doppiaggio, o l’intervento digitale di post-produzione. Sono tutte situazioni che richiedono regolamenti diversi», perché, come è noto e raccontano anche dalle produzioni, il set è un luogo promiscuo, in cui lavorano anche centinaia di persone in spazi limitati, coinvolgendo diverse sfere della quotidianità (si mangia allo stesso tavolo, si prende il caffè dallo stesso rifornimento).

È evidente che, anche se a inizio febbraio in alcune produzioni (poi interrotte a marzo) si era tentato di proseguire con forme di distanziamento sociale, rimane la necessità di una regolamentazione più mirata ed efficace. «La cosa più importante è evitare il fallimento delle imprese, o per mancanza di liquidità o per mancanza di sbocco», e in questo senso «i 130 milioni approvati dal governo italiano per il comparto audiovisivo sono un buon inizio» ma non certo una soluzione, definitiva.

Soprattutto mentre si prospettano situazioni di slittamento o di trasferimento su altri canali: chiuse le 3.850 sale italiane (danno nel danno), «stiamo lavorando a garantire un ponte», cioè a fornire almeno uno sbocco televisivo, o in streaming (è quello che succederà, con ogni probabilità, alle produzioni piccole), «ma sono cose per cui serve un dialogo costante e accordi molto complessi».

Come ovunque nel mondo, si naviga a vista. Molto dipenderà dalle indicazioni del governo. E moltissimo dallo sviluppo della pandemia. Alcuni aspettano luglio. Altri più in là, come il regista e attore Carlo Verdone. «Bisogna vedere a settembre se si potrà lavorare in sicurezza», spiega. Di sicuro, «prima di cominciare dovrà azzerarsi il rischio». Anche se la pandemia, una volta superata, lascerà le sue conseguenze: «È difficile immaginare come sarà. Ci sarà più attenzione da parte di tutti, saremo più guardinghi. Prima di sapere se l’attrice può baciare l’attore, si guarderà alla sua salute, se tossisce, se ha la bronchite, immagino. E la troupe, prima cosa che farà al mattino sarà chiedersi “Tutti bene, come state?”».

Ma scherzi a parte, «è un disastro. I film sono fermi, non sappiamo come ripartire. Il destino dei più piccoli sarà finire in televisione, mentre per gli altri ci sarà un intasamento – e qui ci affidiamo alla sapienza dei distributori, che dovranno salvare il salvabile, visto che molti film buoni saranno penalizzati». Tutto dipende da quello che succederà di qui a luglio, «e intanto, di fronte a questa epidemia che ha bloccato il mondo, che non è una guerra ma è molto più assurda di una guerra, ci servono tre cose: rassegnazione, filosofia e disciplina» E si permette una nota: «Ho letto che il 40% dei lombardi ha ripreso a spostarsi. Non è che, nella loro caciara, sono più disciplinati i meridionali?».

Oltre ai film interrotti, ci sono anche i film che si faranno dopo. «Il mondo di domani non me lo so immaginare. Ma nelle storie che andremo a raccontare, sono sicuro, faremo riferimento, in qualche modo, a questo periodo. Non farlo significherà fare un film già vecchio, già superato. Non sarà possibile non ricordare». È possibile che «ci sarà molta più voglia di aggregazione, ma anche molte più persone che chiederanno l’aiuto di psicologi, psicanalisti. Ci saranno molti più ansiolitici, e antidepressivi, anche per chi prima non ci aveva mai nemmeno pensato».

Questa «è una brutta avventura, un trauma, troppo violento e rapido che ha sequestrato le persone per passare in modo leggero». E se per tornare sul set servirà del tempo, «la vera guerra sarà vinta con il vaccino. Sarà quello il momento in cui saremo liberi». Ma attenzione: quello che viviamo è solo un avvertimento: il mondo di domani, sia che verrà raccontato nei film o no, secondo Verdone, dovrà prestare molta più attenzione all’ambiente, «che ormai è sconvolto. Sei metri d’acqua a Venezia, 18 gradi al polo, la plastica nei mari. Come la mettiamo?». Perché, conclude, «il virus è soltanto il primo avviso di garanzia al nostro senso di onnipotenza».

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