Mai così vicinaAbusi, errori e negazioni. “I diari di Wuhan” raccontano la Cina che immaginiamo

Tradotti in inglese, sono usciti raccolti in un libro i post della scrittrice Fang Fang, che ha narrato i 76 giorni di quarantena nel punto di origine del coronavirus. Con critiche e riflessioni che valgono per tutti

Il diario comincia il 25 gennaio del 2020, quando il lockdown della città cinese di Wuhan, ancora semisconosciuta ai più, è cominciato da due giorni. La scrittrice e poetessa Fang Fang inizia a postare le sue pagine quotidiane su WeChat, la piattaforma più diffusa in Cina, raccontando da dentro – dalla sua casa di Wuhan, certo, ma anche dall’interno di un Paese sempre poco trasparente – quello che le capitava.

La quarantena durerà 76 giorni e lei la accompagnerà con 60 post, letti con sempre maggiore attenzione da parte dal pubblico e, a un certo punto, anche dalle autorità.

Cominciano a cancellarli appena escono, ma non abbastanza in fretta per impedire che circolino e arrivino anche all’estero, dove vengono fotografati e messi da parte. Fino a quando non arriva la traduzione in inglese.

Sarà questo per lei il problema. Non appena diventa noto che i suoi testi saranno tradotti e pubblicati anche all’estero, scattano gli attacchi via web.

Critiche e lamenti, accuse di avere tradito l’immagine della Cina agli Occidentali, rovinando la reputazione e inventando cose false.

Eppure proprio la sua fama di scrittrice (aveva anche vinto, nel 2010, il premio letterario Lu Xu) le aveva garantito fino a quel momento una certa autorevolezza.

Il suo diario, insomma, viene a cadere proprio in mezzo a una guerra di propaganda tra la Cina, che mira a ristabilire la propria reputazione dopo il disastro del Covid-19, e gli Stati Uniti, che tentano di distrarre l’opinione pubblica e contrastare, in generale, la crescita già ingombrante di Pechino.

Quello di Fang Fang (il suo vero nome è Wang Fang) è senza dubbio un testo scomodo. Non per le notazioni sulla sua vita quotidiana: le visite da affrontare in quanto diabetica, la figlia da andare a prendere all’aeroporto nel silenzio surreale, le paure di ogni giorno, la frustrazione e la speranza.

Viene vissuto con fastidio per le critiche, quasi quotidiane e puntuali, sull’operato del governo.

Contesta i ritardi, le incertezze iniziali, le prime negazioni (le cui conseguenze paghiamo, oggi, anche noi), le rassicurazioni sul fatto che “il contagio non si trasmette di persona in persona”, la repressione contro il medico Li Wenliang, attaccato, costretto a confessare e poi trovato morto.

Ci sono anche gli abusi di potere quotidiani, gli episodi di ingiustizia, le falsità di regime. Anche in Cina, si scopre, «mancano le mascherine». Anche in Cina gli ospedali, improvvisati, fanno il contrario di quello che dovrebbero: non isolano ma accumulano. Anche in Cina mancano i posti. Anche in Cina le previsioni sul picco sono seguite con ansia e aspettative, che restano deluse. Ogni quarantena, insomma, è paese.

Ma Fang Fang, che è una scrittrice, per fortuna, sa anche elevare il discorso quando serve e le sue riflessioni si fanno avvolgenti.

Cosa rimane a un popolo, isolato di fronte a un pericolo, per continuare a sperare? La fiducia – incredibile a dirsi – nelle autorità. «Anche se il governo ha fatto qualche errore all’inizio, non importa più. Ora non abbiamo più scelta se non fidarci dei nostri leader. Dobbiamo credere in loro. Altrimenti, quale è l’alternativa?», si chiede, commentando le paure di un anziano incontrato al supermercato, preoccupato all’idea che i supermercati chiudessero. «Hanno detto che non lo faranno, dobbiamo crederci».

E ancora, coglie i cambiamenti, la presa di coscienza di tante persone, la fine del sogno.

A Wuhan la pandemia è stata il crollo di una illusione collettiva, minando le fondamenta anche ideologiche del regime: «Questa epidemia è il risultato di forze diverse che si sono unite. Il nostro nemico non è solo il virus», ma «noi stessi, o almeno siamo complici».

«Mi dicono che ci sono persone che adesso realizzano, che capiscono quanto fosse privo di senso andare in giro tutto il giorno a gridare slogan vuoti su quanto andasse bene il nostro Paese. Ora lo sanno che quei quadri che girano e fanno discorsi sul valore dell’educazione politica ma che non sanno intervenire quando serve sono del tutto inutili. Ora sanno che una società che fa a meno del buon senso e si dimentica, nel prendere decisioni, di basarsi sui fatti per come si presentano, finisce non solo per fare male alle persone con le parole, ma può anche provocare la perdita di numerose vite umane».

Perché da un lato c’è il virus, dall’altro anche l’umanità impreparata. Una lezione che, regime o meno, vale anche fuori dai confini cinesi.

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