In che mani siamo?Tutti gli errori commessi dall’Oms durante la pandemia

Dai tamponi all’uso delle mascherine, fino al dietrofront sugli asintomatici come portatori di infezione da coronavirus. L’ente guidato da Tedros Ghebreyesus ha collezionato ritardi, indecisioni e indicazioni ondivaghe che hanno condizionato l’evolversi dell’emergenza sanitaria

Afp

Ritardi, indecisioni e indicazioni ondivaghe. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), a margine dell’emergenza sanitaria, verrà ricordata sopratutto per questo.

Ieri l’Oms è stata protagonista dell’ennesimo dietrofront, dopo aver sostenuto inizialmente che gli asintomatici non sono «un motore principale» di nuove infezioni da coronavirus. Un’affermazione che ha riscosso le critiche del mondo accademico e scientifico, costringendo Maria Van Kerkhove, PhD, responsabile tecnico dell’Oms e autrice della frase, ad aggiustare il tiro.

«Stavo solo rispondendo a una domanda, non stavo affermando una politica dell’Oms o qualcosa del genere», ha detto la dottoressa. Ribadendo che è stato un «malinteso» affermare che la trasmissione asintomatica è rara a livello globale.

Van Kerkhove ha sottolineato anche che le stime della trasmissione da persone senza sintomi provengono principalmente da modelli che potrebbero non fornire una rappresentazione accurata.

Insomma, nulla di nuovo. L’Oms ci ha abituati a certi scivoloni nella comunicazione. Partendo da quel 28 gennaio quando il direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus elogiò apertamente la gestione del governo cinese nonostante la sua Organizzazione non avesse ancora fatto un’ispezione in Cina.

L’Oms farà la sua prima missione sul campo solo 18 giorni dopo, a febbraio, quando il disastro è già avvenuto. L’organizzazione ha inoltre dichiarato la pandemia solo l’11 marzo quando ormai vi erano già più di 100mila casi in tutto il mondo con oltre 4mila morti sparsi in più di cento Paesi, mentre in Italia si contavano già 827 e 12mila positivi.

C’è poi la questione delle indicazioni date in merito al sistema di contenimento nazionale da adottare in questa pandemia. «Un modello da seguire sulla strada di una nuova normalità» definì Mike Ryan, capo del programma emergenze sanitarie, il modello intrapreso dalla Svezia.

La stessa Svezia che lo scorso 3 giugno ha ammesso, tramite l’epidemiologo Anders Tegnell che ha contribuito a decidere la strategia contro il coronavirus, di aver commesso degli errori, e che se si potesse tornare indietro agirebbe in maniera diversa.

Oltre alle critiche che lo accusano di adottare una politica filocinese, l’Oms ha collezionato un album di rettifiche e modifiche in corso d’opera anche sulle disposizione più tecniche. Le mascherine, da principio definite inutili, sono diventate imprescindibile per gli operatori sanitari.

Per poi, pochi giorni fa, raccomandarne l’uso anche ai cittadini: negli spazi dove non è sempre possibile il distanziamento e soprattutto per le persone di oltre 60 anni e a quelle con patologie pregresse.

Inizialmente l’Oms consigliava di fare i tamponi «solo ai sintomatici», dicendo: «Non possiamo mettere a rischio i nostri medici e infermieri. Se non avete una persona malata a casa non avete bisogno della mascherina per favore non mettetela». Per poi il 16 marzo invertire la tendenza e suggerire di fare più test possibile.

«Ritardi nella comunicazione del pericolo, suggerimenti sbagliati circa le norme di comportamento da adottare, indicazioni contraddittorie, ripensamenti e repentini cambi di direzione, con le autorità sanitarie italiane che si sono affidate totalmente ai dettami dell’Oms e, in qualche modo, potrebbero avere pagato le conseguenze di questo modus operandi, laddove l’Oms avrebbe sottovalutato l’emergenza coronavirus e poi dato le linee guida errate» si legge nell’esposto presentato dal Codacons alla procura di Milano.

Qualche dubbio sorge, in effetti, quando l’OMS il 14 gennaio dal suo account Twitter scrive che non ci sono prove chiare del passaggio da uomo a uomo del coronavirus.

E solo il 22 gennaio, dopo qualche migliaio di contagi, pubblica le prime ammissioni di un possibile contagio da persona a persona.

«Noi ci abbiamo messo una settimana a capire che la presenza dei sintomatici non coincide con l’inizio della diffusione dell’epidemia, perché noi abbiamo il primo caso sintomatico il 20 febbraio ma nel frattempo avevamo già il 3% della popolazione infetta» spiegò ai tempi Andrea Crisanti, il virologo che ha gestito l’emergenza in Veneto.

Anche in questo frangente l’Oms non si è fatta trovare pronta, ieri come oggi. A marzo uno studio pubblicato sulla rivista Science attribuisce agli asintomatici la responsabilità dell’80% dei contagi. L’Oms invece ne minimizza il ruolo. Fino a quando il primo aprile, sempre Maria van Kerkhove, raccomanda «l’importanza di tracciare anche gli asintomatici, che prima o poi arrivano a sviluppare i sintomi». Il tutto, come detto, è stato smontato e rivisto in questi giorni.

Nonostante tutti gli errori commessi, l’Oms a settembre, in un report intitolato “A World at Risk”, profetizzò la minaccia «molto reale di una pandemia altamente letale di un agente patogeno respiratorio, che potrebbe uccidere fino a 50-80 milioni di persone e spazzare via il 5% dell’economia mondiale». Quando la realtà ha superato le previsioni, però, ha perso l’occasione per dimostrare la sua professionalità e la sua lungimiranza.

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