Genitori in blue jeansHo scoperto perché ci siamo trovati con dei giovani così ottusi e cos’è andato storto: noi.

Siamo vecchi liberal che hanno trattato i figli come coetanei, abbiamo guardato i loro cartoni e imparato le loro canzoni, siamo arrivati perfino a vestirci come loro. Adesso siamo anche convinti che qualunque cosa facciano sia da ascoltare e da seguire perché potrebbe salvare il mondo

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Fino a qualche tempo fa, se mi chiedevano d’indicare un lusso che nel Novecento ci si poteva permettere e nell’era della suscettibilità no, citavo l’episodio (non so neanche se vero o leggenda metropolitana) di Natalia Ginzburg che, di fronte al manoscritto di “Se questo è un uomo”, sbuffa: «Che palle, ancora l’olocausto?».

Adesso cito “La terrazza”, il film del 1980 in cui un personaggio, citando Benedetto Croce (i personaggi della Terrazza parlavano quasi solo per citazioni, proprio come noi), sbuffa: «I giovani hanno solo il dovere d’invecchiare».

A farmi pensare che il nodo della questione fosse quello è stata, una settimana fa, una serie tweet di Timothy Garton Ash, poi sviluppata in un articolo pubblicato da Repubblica ieri.

I tweet, che parlavano dei casi accennati dalla lettera degli intellettuali pubblicata su Harper’s, dicevano: «È un conflitto intergenerazionale […] In molti di questi casi, è una nuova generazione (all’incirca di meno di trent’anni, nati dopo l’89) che guida l’indignazione». I «vecchi liberal» come lui, diceva, devono sì opporsi e difendere la libera espressione e tutto il cucuzzaro, ma «anche ascoltare per capire […] Sono alcuni anni che ne discuto coi miei studenti […] molte delle loro preoccupazioni sono valide e vitali, anche se infiocchettate di iperboli. (Ma ehi, vecchi sessantottini, ricordate la vostra gioventù radicale)».

È stato in quel momento, immaginando un universo parallelo in cui le madri della gioventù rivoluzionaria tra i Sessanta e i Settanta, invece di riempire i figli di coppini, si fossero precipitate a comprendere le loro istanze e portare merende nutrizionalmente equilibrate nei covi delle Brigate Rosse, che ho capito cos’è andato storto.

Noi. (Non che ne dubitassi).

Noi vecchi liberal, come direbbe TGA, che siamo la peggior generazione di genitori della storia del mondo. Che ci siamo premurati d’imparare i testi delle canzoni che piacevano ai nostri piccini, e di guardare i loro cartoni, e di vestirci come loro, e ora non vogliamo restare indietro neanche su questa nuova moda culturale.

Noi che un qualche trauma (la morte di Lady Oscar? I cani di Remi? Le alabarde spaziali? Ci dev’essere un momento, una scena primaria, un qualcosa nella nostra infanzia, possibile che nessun Recalcati se ne occupi?) ha trasformato in una generazione di genitori che fanno i coetanei dei figli.

Guardavo in ritardo “Little Fires Everywhere”, serie di Prime (tratta da “Tanti piccoli fuochi”, romanzo di Celeste Ng) chiaramente rivolta a un pubblico di professoresse democratiche (quel ceto medio riflessivo che guardava “Desperate Housewives” e poi “Big Little Lies”; quel ceto medio riflessivo che siamo noi, nessuna si senta offesa). È ambientata negli anni ‘90: l’ultimo decennio in cui puoi inscenare certe dinamiche, quando ancora “inclusione” non era una parola del dibattito pubblico. E quindi l’adolescente disadattata ha problemi da adolescente disadattata – si sente rifiutata a scuola, le danno della lesbica, la madre sbuffa perché non vuole vestirsi carina – ma è sceneggiata in questo secolo.

Da ogni dettaglio è evidente che la reazione sana che un’adulta ha davanti a un personaggio così – hai quindici anni, tutto ti sembra la fine del mondo ma niente lo è e comunque tutto passa – non è la reazione che uno sceneggiatore di questo secolo si aspetta. La reazione che lo sceneggiatore di questo secolo si aspetta da una cinquantenne è che empatizzi con una quindicenne. Che i suoi problemi le sembrino davvero gravi. Che i quindici anni per lei – per la cinquantenne – non siano mai passati.

In una serie dell’anno scorso (“Made in Italy”, anche questa su Prime) ambientata nella Milano del 1974, Margherita Buy è l’inviata d’un mensile di moda che trascura il lavoro perché molto preoccupata per il figlio terrorista.

Una versione ambientata nel 2020 la vedrebbe, invece che angosciata ad aspettare di fianco al telefono le chiamate del ragazzino imbecille onde convincerlo a desistere, twittare con un certo fomento che abbiamo il dovere d’ascoltare le istanze dei giovani, che se la lotta armata per loro è importante non possiamo liquidarla così.

E adesso mi metto comoda e aspetto quelli che mi spiegheranno che è un’analogia assurda, i terroristi uccidevano la gente, i giovani d’oggi vogliono più tutele per le categorie deboli, come posso fare un paragone così scemo, quelli di oggi sono i buoni. Avete ragione voi. Neanche proverò a dire che anche loro volevano tutele per le categorie deboli (la loro categoria debole, invero assai meno chic dei gender fluid, era il proletariato). Che anche loro credevano d’essere i buoni e che i metodi usati fossero un problema secondario e comunque una necessità cui li aveva costretti l’ottusa società capitalista.

Non dirò niente, perché TGA ha trascurato un dettaglio: che i giovani d’oggi, quelli che guidano la rivoluzione e che abbiamo il dovere di ascoltare, non avranno ucciso ostaggi (per ora), ma hanno ucciso il senso del tono e il piano del simbolico. Non sono in grado di ascoltare nessuna distinzione più sofisticata di quella tra “pane” e “minestrina col dado”.

E io ho tanta nostalgia del Novecento, quando nessuno credeva che i ragazzini potessero salvare il mondo, e se qualcuno lo diceva era solo perché voleva far colpo su una compagna renitente facendole capire d’aver letto la Morante.

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