Il piacere della nicchiaNiente può riempire il vuoto che lascia la maratona di Mentana (mancano solo le risate registrate)

Il direttore del Tg di La7 può condurre a braccio un programma per sette ore senza risparmiare battute che lo fanno molto ridere, regalando al circolo di editorialisti impensabili momenti di gloria. Ma una volta finita la trasmissione, cosa rimane agli spettatori per ingannare il tempo nell’attesa della prossima elezione o di Sanremo?

Immagine tratta da Youtube

Non conosco nessuno che abbia votato sì al referendum.
Non conosco nessuno che stia leggendo Valérie Perrin (162mila copie, per ora).
Non conosco nessuno che in queste sere di fine estate non guardi Una pezza di Lundini (2 per cento dei seggi televisivi).
Non conosco nessuno che non fosse certo che Guccini avrebbe vinto il Campiello (è arrivato quarto su cinque).
Nella mia nicchia il paese reale non entra neanche per sbaglio. Nella mia nicchia non ci si perde una diretta elettorale di Mentana.

Figuriamoci adesso, che forse Sanremo non si fa e insomma bisogna far scorta per l’inverno di programmi televisivi di sette ore, sennò ci viene la crisi d’astinenza.

Figuriamoci adesso, che chissà se si produrranno mai più programmi non a costo zero, con questa morìa delle vacche, e ci resterà solo Mentana, col suo cast di editorialisti smaniosi, consapevoli che sui giornali non li legge nessuno e che star lì è un po’ come vincere il premio della critica (fossi Cairo li farei pagare: è evidente che non c’è editorialista politico, di quelli che lì presenziano gratis, che non pagherebbe per esserci).

(Non tutti i volontari dell’ospitata sono uguali: a un certo punto arriva Antonio Padellaro, ma non si mescola; fanno tutti il tampone prima della diretta, ci ha spiegato Mentana, quindi non siede lontano dagli altri e vicino a Mentana per tutele sanitarie, ma per rimarcare la propria superiorità; sta sullo sgabello per rimarcare il proprio essere l’Alba Parietti che questo secolo si merita).

Dell’affluenza non frega niente a nessuno. L’ho appreso da un’intervista di Mentana a 7 (l’allegato del Corriere, quello al maschile); raccontava una diretta del 2001: le votazioni erano finite più tardi del previsto e lui era andato in onda per un’ora senza niente da dire.

L’intervistatrice non ha obiettato che sempre, ieri compreso, le dirette di Mentana iniziano un’ora prima che si possa dare alcun risultato (ieri si finiva di votare alle 15, e lui era in onda dalle 14), e quindi c’è sempre almeno un’ora in cui non c’è niente da dire.

Non che questo infici il format: l’intrattenitore lo vedi dalla capacità di montare a neve il nulla, dalla tendenza a trovare divertentissime le proprie battute, dall’arboriana ostinazione a prendere individui improbabili e renderli personaggi. Quando ieri ha mandato in onda un fotomontaggio preso da un social, fotomontaggio in cui era raffigurato uno dei suoi inviati, ho capito qual è l’unica cosa che manca alle dirette elettorali di Mentana: le risate registrate. (Come le migliori spalle di comici, da Baudo in giù, Mentana ha precisato che dalla messa in onda di quel fotomontaggio si dissociava. Mancava solo la Littizzetto seduta sulla scrivania).

A un certo punto, tra una Annalisa Cuzzocrea che precipitosamente smentiva la ricostruzione secondo cui il direttore di Repubblica era stato il primo a schierarsi per il «no» al referendum («No, no, il primo è stato Damilano»); e un Tommaso Labate che – nello stesso intervento, senza tirare il fiato come ogni primogenito che debba arrivare in fondo alla poesia di Natale – citava Pelé ma come epigrafe d’un film su George Best, Al Gore con una frase da calendario di Frate Indovino, poi diceva che la Meloni sarebbe potuta diventare «come su Time, se non woman of the year almeno woman del mese», e sentendosi un po’ Berselli paragonava non so più quale ipotetico risultato al «calcio di rigore che decide la finale dei mondiali»; a un certo punto, dicevo prima di perdermi negli incisi e nelle subordinate, ho iniziato a chiedermi se la colpa sia davvero dei reality, e dei loro concorrenti analfabeti.

Se l’italiano caracollante degli spettatori italiani non sia un po’ anche colpa dei giornalisti televisivi, con quel loro repertorio di spudorate frasi fatte. La scelta elettorale è stata quella di non far mettere troppo la faccia al leader. Seguiamo anche con il sorriso ma qui c’è grande tensione. Sine ira et studio. Una presa di posizione via social. Ci ha messo la faccia. Giornalisticamente. (Eccetera).

Ho delle certezze invece circa l’effetto nullo dei numeri sciorinati dal ministro Lamorgese. Che a un certo punto compare e – evidentemente non scaramantica, nonostante le “z” non esattamente settentrionali con cui pronuncia “forze di polizia” – dice che nonostante il virus le elezioni «si sono svolte in tutta sicurezza»: avrà degli exit poll sui dati del contagio nella prossima settimana, o una cartomante di fiducia.

Dopo quest’assenza di scaramanzia, dà i numeri di coloro che sono andati a far votare i malati. A essi, dice, sono stati distribuiti «centomila camici monouso, duecentomila guanti monouso, trentamila mascherine». Quindi sette su dieci erano senza mascherina? Me lo sto chiedendo solo io? È colpa di Benedetto Croce, maledetto primato degli studi umanistici. (Lamorgese si vantava anche molto di aver fatto votare tutti i ricoverati negli ospedali, tranne un paio di centinaia che avevano la residenza in un comune diverso da quello in cui erano ricoverati; poco prima Andrea Salerno, direttore di La7, aveva twittato che, nell’ospedale in cui è ricoverato lui, non l’avevano fatto votare).

Sono state sei ore bellissime, anche quelle in cui mi sono distratta, anche le perle che mi sono persa (una residente nella nicchia mi giura da ieri che a un certo punto Andrea Scanzi sia stato definito «maître à penser», ma è di certo una calunnia).

Mi è piaciuto tutto.

Mi sono piaciute le inviate di lungo corso, che sanno che se stanno dietro alle battute di Mentana (oltretutto col ritardo audio) non riusciranno mai a finire una frase, e quindi tirano dritto come le mogli sagge quando i mariti raccontano della loro mancata carriera di centravanti.

Mi sono piaciuti i dilettanti, quelli che alle battute di Mentana provano a rispondere, e quindi è tutt’un ritardo audio di imbarazzi e non si arriva mai al punto.

Mi sono piaciute persino le battute che non ho capito se fossero battute, come quando Mentana ha detto «Non vogliamo minimamente arrivare a record di durata che non ci appartengono», e forse era autoironico, ma se non se la ride da solo come si fa a esserne sicure?

Ora che è tutto finito, ora che Sanremo è lontano, ora che già ho uno di quei down che ti vengono quando mangi troppi zuccheri, ora vorrei sapere: ma la prossima diretta di Mentana quand’è? La mia nicchia non può mica aspettare fino alle amministrative di primavera. La mia nicchia si manda messaggi con scritto «Mieli è con noi» (a un certo punto Mieli ha auspicato che cada il governo e si vada a votare; v’immaginate una diretta elettorale natalizia: che delizia, che sollucchero, che croccante alla mandorle).

Non lasciateci soli. Non lasciateci con buchi d’interi pomeriggi senza dissertazioni sul voto disgiunto, con tranche di sei ore che poi ci tocca riempire leggendo Musil. Siamo disposti a tutto. Anche a trovare esilarante lo scambio in cui Mieli dice «Il centrodestra si è fermato all’estate del ’19» e Mentana risponde «Siccome sei storico: il ’19 intendi di questo secolo?».

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