Eroi senza eroismoLa società senza senso delle proporzioni (e con molta suscettibilità)

Uno dei tic del periodo che stiamo vivendo è portare tutto all’estremo: un linguaggio irrimediabilmente condizionato da internet, il luogo in cui non esiste la continenza, ma ci sono solo orrore e meraviglia, tragedie tragiche e fenomeni fenomenali

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Quando quel tizio diceva che la tragedia si ripete come farsa, intendeva: dei tic della tragedia s’impara a ridere – quel che non si riesce mai a imparare è come non cascarci. I tic del periodo che stiamo vivendo sono perlopiù iperboli. Non c’è granché da meravigliarsi: abitiamo molta parte della giornata sui social, e i social sanno esprimersi solo per iperboli.

Se uno ti fa sorridere è un genio della comicità, se un articolo è meno sgrammaticato della media è imperdibile, se qualcuno non la pensa come te deve morire o almeno venire licenziato.

La continenza non è fatta per l’internet. Sui social, come in tv (parlandone da viva), esistono solo l’orrore e la meraviglia.

E quindi i piccoli inciampi di questo periodo, siano i figli che fanno lezione da casa o il periodo dei tartufi sprecato in chiusure serali dei ristoranti, sono disastri disastrosissimi, traumi che ci segneranno per sempre, ferite di guerra.

Nel nuovo libro di Dave Eggers (“Il Capitano e la Gloria”, Feltrinelli), il Capitano (che non è Salvini solo perché è troppo biondo per il casting) scrive su una lavagna: «Un bell’applauso per i pompieri. Quelli sì che sono i veri eroi. Anch’io sono un pompiere».

È quel che facciamo quando iperbolizziamo una tragedia o una fortuna (ma più una tragedia): cerchiamo di rendercene protagonisti. Salvini con la felpa di qualunque categoria – ricordate? – ma anche noi che siamo pronti a dire che nostro cugino è eroe in quanto medico, e pazienza se fa il dermatologo e non ha mai rischiato la vita sul lavoro.

Il passante che rimprovera Carlo Calenda perché sottovaluta «l’aspetto psicologico» degli adolescenti privati dei limoni nei cessi della scuola, «la vita sono i rapporti umani, le visioni, i sogni», quel passante lì non è solo uno che ha studiato filosofia da Marzullo; è soprattutto uno che, come il Gassman della Terrazza, sta parlando di sé. Gli adolescenti sono un io narrante: è lui che in casa non ci vuole stare.

La passante che spiega a Sebastiano Messina che «bisogna pensare alla salute mentale» e «vedere il mare è una cura» (il mare in novembre è un concetto che il virus non considera), e quella che le risponde «siamo in guerra. Immagini di essere in un rifugio antiaereo», quelle due non sono solo l’inizio d’una bella amicizia, sono anche il prodotto d’una società che una guerra non l’ha mai vista (quelli che l’hanno vista perlopiù non twittano: sono una generazione con troppo senso del ridicolo per mettersi lì a compitare cancelletti), e alla quale manca quindi completamente il senso delle proporzioni.

Il fatto è che l’iperbole bellica è forse l’unica per la quale nessuno ti rimprovera. A meno che non la usi per dire «combattere il cancro», nel qual caso arriverà senz’altro qualcuno a dirti che come ti permetti, mia madre è morta di cancro, mica vorrai dire che non ha lottato abbastanza ed è colpa sua?

Per tutti gli altri àmbiti, il piano del simbolico è morto. Se dici che bisogna abortire la tal idea, si offendono le abortiste dolenti; se dici che non ti ricordi niente perché hai l’Alzheimer, si offendono quelli con parenti che hanno malattie neurodegenerative; se dici che sei ingrassata, ti accusano di fomentare la cultura del body shaming. Ma se dici che stare sul divano con Netflix è una guerra, un trauma, una giovinezza rovinata, quasi nessuno ti ride in faccia.

L’altro giorno una ha twittato, in quanto madre, che lei aveva visto «gli effetti devastanti della Dad», e il pubblico perplesso è rimasto lì a chiedersi in cosa consista questa devastazione: tendinite da mouse?

Più grave del trauma immaginario dello stare a casa da scuola che questi adulti piscialetto proiettano su ragazzini sui quali avere certi genitori avrà effetti ben più duraturi di quelli della didattica a distanza, più grave c’è solo la stronza che osa sottovalutare il diritto a drammatizzare.

Riccardo Gazzaniga è uno scrittore genovese che fa anche il poliziotto. Ha un lavoro vero, quindi ha meno tempo e il lusso di sprecarlo in seghe mentali di quanto ne abbiamo noialtri che stiamo sull’internet. Il suo nuovo libro, pubblicato da Rizzoli, s’intitola “Come fiori che rompono l’asfalto – Venti storie di coraggio”.

Quando ho visto il sottotitolo m’è preso un colpo, perché “coraggio” è la parola più cara alle drammatizzatrici da social. Quelle che ti dicono che per avere i figli in didattica a distanza ci vogliono più coraggio e sacrifici che per crescere sotto le bombe. Se le mie nonne – nate tutt’e due nel 1910, il che significava una guerra mondiale da bambine e una da adulte – non fossero morte, vi prenderebbero a calci.

Il nonno di Gazzaniga si chiamava Aldo. Era una promessa dell’atletica, finché il fascismo non lo arruolò. Nel ’43, tra Salò e la prigionia in Germania, sceglie la prigionia. Ne tornerà. Non è uno spoiler: non puoi avere per nonno uno morto in guerra, a meno che non si fosse riprodotto prima della guerra. Lui non si era riprodotto: la moglie la conosce una volta tornato dalla guerra, a un matrimonio per arrivare al quale fa diciassette chilometri a piedi, il che già direbbe quello che non siamo, noi che facciamo diciassette tweet se tarda il metrò.

Nel mezzo, tra la guerra e quei diciassette chilometri, c’è una lettera che Aldo invia ai genitori a Genova: è il 1945, è in Francia, i genitori lo credono morto in guerra. «Come già vi ho detto più sopra mi trovo ora assieme agli americani, sono vestito come loro e sono addetto a fare la guardia ai prigionieri tedeschi, anche per il vitto abbiamo quasi lo stesso trattamento degli americani, in poche parole vi posso dire che non mi manca niente, persino di sigarette ne abbiamo in abbondanza».

La fa facile, lui. Provasse la devastazione di guardare Netflix sul divano, prima di dire che non gli manca niente.

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