Superpotenza moraleNelle crisi, la Svezia segue sempre la sua strada

Proprio come nella gestione del flusso dei migranti nel 2015, anche durante l’epidemia di covid il Paese scandinavo ha preso decisioni molto singolari, al punto da far parlare di modello svedese. Non è la strategia che ha pagato i migliori dividendi fino a questo momento, ma si tratta di una politica fortemente radicata nei valori culturali, tradizionali e sociali del Paese

Photo by Magnus Östberg on Unsplash

Nella gestione della pandemia la Svezia ha seguito una strada diversa da quasi tutti gli altri Paesi. Mentre in Europa si procedeva con forme più o meno rigide di lockdown per contrastare la diffusione del virus, Stoccolma andava avanti con una politica di sostanziale laissez-faire affidato in buona parte alle responsabilità individuali dei suoi cittadini.

Non vuol dire che abbiano scelto di far finta di nulla, di ignorare il problema e continuare la vita di sempre: in primavera gli studenti di scuola con più di 16 anni hanno proseguito con la didattica a distanza, ogni giorno venivano incoraggiati i residenti a mantenere una distanza di almeno un metro dagli altri, sono stati impediti i grandi assembramenti.

Ma nel pieno della crisi globale la scelta della Svezia di non predisporre per legge la chiusura di tutte le attività non strettamente necessarie, e di non limitare la circolazione degli abitanti, ha aiutato a tracciare i contorni di quello che poi è stato identificato come il modello svedese.

In un lungo articolo pubblicato sul Financial Times, il corrispondente dal Nord Europa Richard Milne ha provato a spiegare la strategia messa in campo partendo da un presupposto fondamentale che viene prima di ogni scelta politica o valutazione economica: «La Svezia si considera una “superpotenza morale” che cerca di agire razionalmente, e si distingue dagli altri Paesi che si muovono seguendo calcoli politici o reazioni emotive».

È una sorta di eccezionalismo svedese, che emerge anche nelle parole di Peter Wolodarski, direttore del quotidiano Dagens Nyheter. Al Financial Times ha spiegato che «questa strategia si adatta all’immagine che abbiamo in questa nazione di essere diversi e “superiori”, in qualche modo. In Svezia diciamo a noi stessi che abbiamo idee migliori di altri. Siamo una nazione estremamente laica in cui la razionalità è percepita come un valore superiore».

È un motivo di orgoglio per gli svedesi. E la libertà individuale viene poi presa come un’assunzione di responsabilità da parte dei cittadini. Lo spiega a Linkiesta la docente di lingua svedese dell’Università di Milano Anna Brannstrom: «In Svezia c’è una percezione positiva dello Stato, soprattutto in relazione alla capacità di provvedere all’individuo. C’è sicuramente una fiducia diversa nella classe politica rispetto a quella di altri Paesi europei, come l’Italia ad esempio. Ma il discorso della libertà individuale e della conseguente responsabilizzazione dei cittadini è ancora più forte: in estate sono stata a casa mia, a Kalix, un piccolo centro in Lapponia a 50 chilometri dalla Finlandia, ho visto un grande rispetto delle misure di sicurezza, delle distanze tra persone, grande rispetto dei suggerimenti arrivati dal governo».

Un altro elemento per leggere il modello svedese, aggiunge la professoressa Brannstrom, «è la fiducia nella scientificità di alcune decisioni, da qui l’importanza e il peso che ha avuto e ha ancora l’epidemiologo Anders Tegnell, uno dei primi a spingere per una grande libertà individuale».

Poggia su queste basi il modello svedese, che però nel corso delle settimane, ha iniziato lentamente a mostrare le sue crepe. Come scrive il New York Times, «quella del modello svedese non è necessariamente una storia di successo. Il Paese ha un tasso di morti pro capite più di cinque volte maggiore di quello della vicina Danimarca e circa dieci volte superiore a quello della Finlandia o della Norvegia».

La scelta di non chiudere tutto avrebbe dovuto contribuire a tenere viva l’economia. Ma paradossalmente proprio il senso di responsabilità degli svedesi – al netto di restrizioni meno rigide – ha portato un considerevole calo dei consumi, con ristoranti, bar, cinema e altri luoghi non frequentati.

Lo stesso vale per le grandi imprese. A fine marzo si era parlato molto degli stabilimenti Scania, uno dei grandi produttori europei di veicoli industriali: la produzione si era interrotta semplicemente perché mancavano alcune componenti per lavorare, non più reperibili in quanto provenienti da Paesi in lockdown.

Così anche l’economia svedese ha dovuto fare i conti con la crisi. Ma il modello non è stato pensato per impedire l’arrivo della pandemia, quanto in un’ottica di resistenza sul lungo periodo immaginando la necessità di convivere con il virus per diversi mesi, forse più di un anno.

«La scommessa della Svezia è infatti più sul lungo termine e si basa sul fatto che i rigidi lockdown imposti nel resto d’Europa non siano sostenibili se non nell’immediato. Per affrontare un anno o più di convivenza con il coronavirus il governo svedese ha deciso che era più utile sensibilizzare e incentivare la popolazione a esercitare la responsabilità collettiva», si legge sul Financial Times.

Inoltre i benefici di un mancato lockdown non si dovrebbero cercare solo nei dati economici o nel numero di contagi, ma anche in tanti elementi non misurabili, come ad esempio il benessere dei bambini o dei loro genitori.

«Un lockdown rigido – scrive il Financial Times – comporta costi elevati per la società. E con un vaccino che potrebbe non arrivare prima di diversi mesi gli Stati dovranno iniziare a ragionare su come riavviare le attività riducendo al minimo il rischio. La Svezia ancora non ci è riuscita ma la vita lì sembra più normale che altrove, e il fatto che non abbiano più valori anomali nei contagi lascia spazio per rivalutare i rischi che hanno accettato di prendere».

Questo eccezionalismo svedese, prima ancora di ogni valutazione sul merito non è certamente nato in occasione della crisi del 2020. Ma avendo radici nella cultura e nella tradizione nel Paese e dei suoi abitanti si ritrova anche in altri contesti. Un esempio è la gestione del flusso dei migranti nei periodi di massima pressione, come nel 2014-2015.

In quegli anni la Svezia si è distinta perché mentre la maggior parte dei Paesi europei provava a limitare, ognuno a modo suo, l’afflusso di richiedenti asilo, la Svezia ha avuto i numeri più alti di tutta l’Unione europea (in percentuale sul totale della popolazione).

Solo in un secondo momento, dopo le pesanti critiche ricevute da una parte dell’opposizione, la Svezia ha ceduto, stabilendo maggiori restrizioni nel novembre 2015: con il risultato che le 163mila domande di asilo di quell’anno solo diventate appena 22mila nel 2019.

La gestione del flusso dei migranti di cinque anni fa unita al modello svedese applicato alla crisi del 2020 ha spinto alcuni critici a bollare la politica di Stoccolma come troppo lenta, incapace di reagire tempestivamente alle situazioni di maggiore pressione.

Nel 2015 le restrizioni all’immigrazione sono arrivate molto tempo dopo gli altri Paesi scandinavi, e solo quando le città più affollate hanno iniziato ad accusare una minor capacità dell’amministrazione di erogare i servizi fondamentali. Allo stesso modo, nella gestione del coronavirus si nota una minor reattività del governo guardando il caso delle residenze per anziani: il divieto alle visite è stato imposto soltanto ad aprile, cioè quando in altri Paesi era già stato disposto, ma soprattutto quando in molte case di cura la situazione era già pronta a precipitare.

«Alcuni sostengono che la storia della Svezia, uno dei paesi più pacifici del mondo, l’ha resa decisamente poco preparata per le crisi», scrive il Financial Times. Questa lentezza nella reazione sarebbe sostanzialmente il «prezzo da pagare per non reagire in modo eccessivo. È un elemento positivo, perché non si può reagire sempre cercando l’eccesso. Ma inevitabilmente sei un po’ lento a reagire quando è necessario».

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