Non indispensabileIl giorno in cui l’Italia ha decretato la fine della sua anima produttiva

Nel giro di un pomeriggio l’emergenza sanitaria ha ribaltato il Paese. Come scrive Edoardo Nesi in “Economia sentimentale” (La Nave di Teseo) con questa decisione si è scavato un fossato sociale, sono nati lavori di serie A e altri di serie B ed è crollata la narrazione sul Made in Italy e sulla commistione tra arte, artigianato, industria e turismo. Cui avevano creduto tutti

AP Photo/Alessandra Tarantino

E poi il mondo impazzisce.

– Oggi abbiamo deciso di compiere un altro passo – dice Giuseppe Conte dalla televisione – la decisione assunta dal governo è quella di chiudere nell’intero territorio nazionale ogni attività produttiva che non sia strettamente necessaria, cruciale, indispensabile a garantirci beni e servizi essenziali.

È il 21 marzo del 2020, e il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana è di nuovo in diretta, stavolta fiancheggiato da una signora che traduce le sue parole per chi non può sentirle.

– Abbiamo lavorato tutto il pomeriggio con i sindacati, con le associazioni di categoria, per stilare una lista dettagliata in cui sono indicate le filiere produttive delle attività e dei servizi di pubblica utilità, quelli che sono più necessari per il funzionamento dello Stato in questa fase di emergenza. Abbiamo lavorato tutto il pomeriggio.

– Continueranno a rimanere aperti tutti i supermercati, tutti i negozi di generi alimentari e di prima necessità. Quindi, fate attenzione, non abbiamo previsto nessuna restrizione sui giorni di apertura dei supermercati. Invito tutti a mantenere la massima calma. Non c’è ragione di fare una corsa agli acquisti. Non c’è ragione di creare code che in questo momento non si giustificano affatto. Continueranno a rimanere aperte anche farmacie e parafarmacie. Continueranno a venire assicurati i servizi bancari, postali, assicurativi, finanziari. Assicureremo tutti i servizi pubblici essenziali, ad esempio i trasporti. Assicureremo ovviamente anche tutte le attività connesse, accessorie, funzionali a quelle consentite, a quelle essenziali. E dice, Conte, Giuseppe Conte, l’avvocato degli italiani:

– Rallentiamo il motore produttivo del paese, ma non lo fermiamo.

E ancora, azzimato come un gagà, sforzandosi d’apparire solenne e accorato mentre recita la parte del Presidente del Consiglio:

– Lo Stato c’è, lo Stato è qui.

Mi porto le mani al volto, avvio a scuotere la testa e a ripetere che non è possibile, poi mi alzo di scatto dal divano e vo in giardino anche se è buio e mi metto a innaffiare la terra già umida dell’albero di camelia e intanto ringhio perché lo so che quell’oscena serrata dell’industria e del lavoro è l’estrema, forse ultima soluzione per fermare l’aumento dei contagi, visto che ogni giorno son quasi in mille a morire, e fuori dall’ospedale di Bergamo ci sono i camion militari a portar via le bare – lo so e me l’aspettavo, come tutti, ma questo annuncio mi turba molto più di quello invero più terribile con cui, solo pochi giorni prima, l’avvocato degli italiani ci aveva chiusi tutti in casa, consentendoci di uscire solo per le comprovate esigenze lavorative, le situazioni di necessità, o i motivi di salute.

Cosa succederà, domani?

Come farà tutta quella gente cui vengon serrate – per ora sine die, tra l’altro – le attività in cui lavorano? Son milioni, quale reddito la sostenterà, se nessun reddito si può produrre?

E che voglion dire, poi, quei tre aggettivi terribili che Conte ha appena finito di scandire, se e quando sono applicati al lavoro, che nelle prime parole della Costituzione – se non l’hanno cambiata alla zitta, a nostra insaputa, per ubbidire a qualche nuovo, stupido furore iconoclasta – è dichiarato essere il fondamento della Repubblica?

Necessario.

Cruciale.

Indispensabile.

Quali sarebbero i lavori non necessari, non cruciali, non indispensabili, se consentono a un popolo di sopravvivere? Di quali si può fare a meno, senza che salti prima l’economia e poi il tessuto stesso dello Stato, la convivenza civile, la società?

E chi lo decide, poi, coloro che hanno lavorato tutto un pomeriggio? Chi sono e cos’hanno fatto, durante le loro vite, che li potesse preparare a prendere una decisione così bruciante e immensa, che evidentemente scaverà un fossato – no, una trincea – tra gli italiani, dividendoli in base alla presunta necessarietà delle loro occupazioni, premiandone alcune e condannandone altre?

Ringhio, certo, ringhio perché ho bell’e capito che per la manifattura suona a morto, ancora una volta, e soprattutto per il tessile, il mio tessile, ma anche per il commercio, per i negozi, tutti i negozi, per le librerie, e i bar, i ristoranti, gli alberghi.

Andranno a unirsi ai musei e ai cinema e ai teatri e alle discoteche e alle sale da concerto e agli stadi e ai palazzetti dello sport che eran già stati chiusi, e alle chiese, per chi ci crede, perché nemmeno a messa si può andare, e nemmeno nei giardini e nei parchi, e non si può neanche camminare sulle spiagge o passeggiare sulle montagne.

Come si fa a vivere senza il non-necessario e il non-cruciale e il non-indispensabile? Non avevamo sempre detto che eran ciò che nobilitava la vita, i capisaldi del Made in Italy e i fiori all’occhiello del paese, i simboli della storiella meravigliosa della comunione tra arte e artigianato e industria e cultura e ambiente e cibo e vino e turismo che avevamo raccontato al mondo, e il mondo ci aveva creduto, decretando l’Italia la terra dello stile e del gusto, il miglior paese in cui vivere?

da “Economia sentimentale”, di Edoardo Nesi, La Nave di Teseo, 2020

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