La sparizione dei beni culturaliCon la pandemia sono esplosi i saccheggi di siti archeologici e opere d’arte

Le misure restrittive in tutto il mondo hanno lasciato deserti i musei ed è diminuita la sorveglianza, tutto a vantaggio dei trafficanti che mettono sempre più in vendita online i reperti antichi rubati. La novità è che le compravendite avvengono, indisturbate, sui social

Vincenzo Livieri - LaPresse

La pandemia ha imposto la chiusura di musei e siti archeologici. E come conseguenza, li hanno resi più vulnerabili ai furti. Lo denuncia l’Athar Project (Antiquities Trafficking and Heritage Project) che ha visto, nel corso del 2020, un’impennata nel traffico di opere d’arte e beni culturali trafugati: nel 2019, solo in rete, esistevano 90 gruppi Facebook dedicati a questo genere di transazioni, con 300mila partecipanti. Quest’anno sono già 130, e gli utenti 500mila. La maggior parte di Paesi arabi.

Vere o false, rubate e rivendute, le opere d’arte messe sul mercato in modo illegale sono aumentate in maniera esponenziale. Colpa della pandemia: «Un flagello», spiega Ottone Ramirez, vice-direttore generale per la Cultura dell’Unesco, o meglio, colpa delle sue conseguenze indirette: «Quando tutte le forze sono impiegate nel mantenimento della sicurezza sanitaria, è facile che vengano ridotte o tagliare le operazioni di pattugliamento nelle aree archeologiche, in particolare quelle più lontane dalle città».

Durante la quarantena, insomma, non sono stati solo gli animali ad aggirarsi indisturbati. Ha fatto scalpore il furto del quadro di Van Gogh in Olanda, per esempio, ma i ladri hanno tentato di appropriarsi anche delle pietre della Cattedrale di Notre-Dame, colpita da un incendio nel 2019 e i cui cantieri erano stati lasciati incustoditi durante il lockdown.

L’area più interessata è, da anni, il Medioriente: la confusione creata dai conflitti ha favorito la sparizione di manufatti e opere d’arte. A volte su commissione, più spesso per inziativa individuale di gruppi specializzati o, peggio, di terroristi (con lo scopo di ottenere finanziamenti attraverso il pagamento dei riscatti).

In generale il danno causato è enorme: «La distruzione dei vecchi suk di Aleppo nel 2012 è finita su tutti i giornali», ha dichiarato a Le Monde Amr al-Azm, che insegna alla Shawnee State University, in Ohio. «Ma è il saccheggio il problema più grave». Incontrollato e incontrollabile, in alcune situazioni è diventato anche una forma di sostentamento per chi, a causa della pandemia, ha perso il lavoro. «In momenti di forti sconvolgimenti ogni mezzo è buono per sopravvivere, soprattutto in zone già in difficoltà come la Siria e il Libano».

La dimostrazione della crescita del fenomeno si trova nei social network: pagine su Facebook, gruppi Whatsapp, perfino vetrine su eBay sono in aumento.

Anche qui, il diabolico meccanismo dell’algoritmo – cioè proporre di continuo sempre più pagine su argomenti simili – favorisce la crescita di queste attività: diventa più facile vendere e acquistare e, soprattutto, i ladri utilizzano queste piattaforme per scambiarsi informazioni: «Si aggiornano sui movimenti della polizia e delle pattuglie, forniscono trucchi sul modo migliore per aprire una tomba antica, si scambiano immagini e fotografie di opere d’arte e pezzi di monumenti. E tutto alla luce del sole: è Facebook, non il darkweb».

Dopo le continue segnalazioni da parte dell’Unesco e di altre organizzazioni interessate alla conservazione dei beni culturali (cominciate nel 2017), Facebook e Instagram hanno deciso di prendere di petto il problema, modificando il regolamento per impedire che le piattaforme vengano impiegate come luogo di scambio e commercio di beni rubati.

Una vittoria? Non del tutto. Secondo Amr Al-Azm il rischio è che, chiudendo le pagine, vengano cancellate tutte le immagini che, al momento, «sono l’unica prova di cui disponiamo per dire che quei manufatti esistono e che sono in circolazione». I due social dovrebbero, più che rimuoverli («e mettersi così al riparo») archiviarli e farne un database. Ma forse è chiedere troppo.

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