Analisi di impattoPerché il nostro modo di proteggerci dai pericoli è sbagliato (e va cambiato il prima possibile)

Troppe norme, controlli parcellizzati e una eccessiva fiducia nei dati e nell’analisi probabilistica. Come si legge in “La nuova scienza del rischio” (Guerini), serve un cambio di prospettiva, in cui si mette al centro l’uomo e si pensa alla sua progressiva protezione. In questo contesto la miglior previsione è quella che non si avvera

da Wikimedia Commons

Una donna esce di casa per andare al lavoro. Indossa delle scarpe con i tacchi. È un giorno di inverno e il ponticello del parco sul quale passerà potrebbe essere ghiacciato. Che rischio c’è che la donna cada, si faccia male o, addirittura, perda la vita? Un problema di scuola, con una soluzione complessa e una lunga serie di calcoli da fare.

È anche una questione dai risvolti filosofici: come si definisce il “rischio”? E cosa lo distingue dal “pericolo”? E una volta raggiunto un accordo sul vocabolario, come si calcola la sua incidenza nella realtà?

Il dibattito sulla sicurezza e sulla protezione degli esseri umani, connesso con la capacità di sapere o non saper predire eventi futuri, ha subito una serie di evoluzioni nel tempo. Dalla divinazione magica dell’antichità (ma alcune manifestazioni, anche folkloristiche, sopravvivono anche oggi) fino all’introduzione del numero e della matematica, fino al calcolo delle probabilità. Ma non si è fermato lì.

Dallo studio del rischio e dall’esigenza di impedire a determinati eventi di realizzarsi sono sorte nuove discipline, in gran parte poco conosciute al grande pubblico. Tra queste figura la Cindynics (il cui nome discende dalla parola greca “kyndunos”), che nata negli anni ’80 ha già fatto in tempo a suddividersi in tre generazioni diverse, con innovazioni differenti, fino a culminare con una quarta, il metodo Kelony. È tutto compreso però sotto il cappello di Scienza del Rischio: disciplina che, per dirla in modo generico, si occupa di minimizzare i rischi possibili per l’essere umano.

«Il fatto che sia nata in quel decennio non è casuale», spiega Federica Spampinato, autrice per Guerini Editore di “La nuova scienza del rischio”, saggio in cui, facendo ricorso a formule e concetti matematici ne illustra i fondamenti. «Proprio in quegli anni si erano susseguiti diversi disastri – da Chernobyl in poi – che avevano spinto governi e aziende a interrogarsi sul problema: come impedire che avvengano?». È una prospettiva importante, che contempla – cosa che non si fa molto spesso – uno scenario apocalittico di fine del mondo (che poi è un altro modo per definire la fine dell’umanità). L’ipotesi di partenza iniziale potrebbe sembrare eccessiva nel suo pessimismo e invece è quella giusta: per evitare la fine, «come diceva anche l’antropologo Ernesto De Martino, bisogna immaginarla e parlarne».

La Cindynics parte insomma da qui: per evitare l’incidente e il danno bisogna prima riuscire a immaginarlo (e perciò prevenirlo). «Il rischio zero non esiste», spiega. «Ma la conseguenza zero sì. La miglior previsione del futuro è quella che non si realizza». Il quasi-paradosso implica che, una volta immaginato il quadro più dannoso, si siano messi in campo tutti gli strumenti per evitarlo.

Rispetto agli strumenti di gestione del rischio più diffusi, la Cindynics ha un approccio nuovo: «Mette al centro l’essere umano», cosa che sembra una frase fatta ma che, in realtà, ha conseguenze metodologiche rivoluzionarie. La principale è quella adottata dal metodo Kelony, (elaborato da due professori esperti di sicurezza e prevenzione), che per elaborare queste previsioni preferisce limitare l’impiego del calcolo probabilistico, giudicato inadatto alla sicurezza dell’essere umano. «I processi che conducono alla protezione (vita) o alla esposizione al rischio (pericolo o morte) sono, per così dire, one shot», scrive.

A differenza delle situazioni statistiche, «non ci sono N ripetizioni per evitare un grave incidente stradale, ma una sola possibilità». Certo, il calcolo delle probabilità è utile ma non quando viene applicato al rischio della realtà fisica. «Ancora oggi non è in grado di calcolare eccellentemente la probabilità che l’aereo sul quale si viaggia si schianti, o che l’azienda nella quale si è investito fallisca l’indomani. Questo avviene perché, premesso che le probabilità esistano, non necessariamente possono essere misurate e, qualora misurabili, il valore calcolato non è necessariamente utile alla salvaguardia delle persone».

Non solo: l’analisi probabilistica dipende dai dati e dalle informazioni a disposizione «e non è detto che ci siano. Questo influisce in modo decisivo sul calcolo di una probabilità, con la conseguenza di sottovalutare alcune eventualità soltanto perché in passato non si erano ancora presentate o non erano state registrate».

In più trascura il fattore tempo, mancando di elaborare scenari «in movimento, dove l’azione “fare un’incidente” e quella “mettersi la cintura” hanno un diverso valore a seconda della loro collocazione cronologica».

Insomma, se si gioca a testa o croce è evidente che i due lati della moneta hanno le stesse possibilità di uscire: sono equiprobabili, cioè per la legge dei grandi numeri, con un elevato numero di lanci, si otterrebbe lo stesso numero di occorrenze (più o meno). Per cui la probabilità che esca testa è quasi uguale a quella che esca croce. Ma nella realtà fisica non è così, i numeri sono diversi, i risultati sfalsati. E se si fa un incidente grave non ci sono altre possibilità di lanciare la monetina.

«La nuova Scienza del Rischio fa di più. La cultura attuale del rischio è inadatta ad affrontare la realtà. È parcellizzata – cioè ogni settore di un ambiente è sottoposto a controlli diversi e separati –, non sistemica, non è basata sull’essere umano ma sulla probabilità».

E allora, per tornare al caso della signora con i tacchi, un approccio classico basato sulla probabilità richiederebbe una mappatura di tutte le varianti possibili, che già è difficoltosa perché non esiste una lista esaustiva di tutte le componenti di rischio (e ci si deve affidare all’esperienza di ognuno, che varia ed è per natura limitata), dopodiché occorre attribuire a ciascuna componente una probabilità. Alla fine si è in grado di capire da dove iniziare. Ottimo, peccato che la donna nel frattempo sia già scivolata in acqua.

Il metodo Kelony invece cambia prospettiva: non serve una lista completa, ma partire dalle basi: cioè garantire la sopravvivenza della donna. Occorre perciò partire dalle caratteristiche del soggetto e dalle sue vulnerabilità (come le scarpe e la stabilità) e solo dopo individuare i fattori (il ghiaccio, il più pericoloso perché va a colpire proprio quella vulnerabilità specifica). Solo dopo si possono analizzare altre componenti di rischio, che stabiliscono la minaccia (la caduta) e il danno (il trauma, fisico, psicologico, altri problemi). Si impiega meno tempo e, soprattutto, si bada al sodo. Salvare vite, evitare problemi.

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