Generazione ritrovataIl sogno americano di Parigi è ancora vivo

Dalle avventure di Hemingway ai nuovi expat sono cambiate molte cose. Nella capitale francese c’è una piccola comunità di corrispondenti, scrittori, ricercatori e intellettuali statunitensi che resiste e reinventa il mito

AP Photo/Thibault Camus

Non sarà forse più la capitale della bohème, popolata da scrittori e artisti geniali e squattrinati, centro di irradiazione di stile raffinato e cultura profonda. Ma Parigi è sempre Parigi e il suo richiamo nei confronti degli intellettuali americani è ancora vivo.

Colta a metà tra il cliché turistico e l’avventura preconfezionata (la cui ultima manifestazione, dopo “Midnight in Paris” di Woody Allen è la produzione Netflix “Emily in Paris”) si aggira una comunità di scrittori, giornalisti e ricercatori d’Oltreoceano che continua a vivere negli arrondissement che, un tempo, avevano ospitato Ernest Hemingway, Ezra Pound e Gertrude Stein.

Chi sono gli americani a Parigi di oggi? Questo articolo apparso sul magazine settimanale del Monde ne fa qualche nome. C’è Thomas Chatterton Williams, firma del New York Times Magazine e del nuovo Liberties, o James McAuley, del Washington Post, a  o ancora Lauren Collins, del New Yorker.

Una piccola comunità, composta da corrispondenti dei maggiori quotidiani (Rachel Donadio è arrivata nel 2013 per il New York Times dall’Italia, ed è rimasta per l’Atlantic), scrittori in cerca di ispirazione e ricercatori universitari, come Amanda Dennis e Pamela Druckerman. Intorno a questa nuova intelligentsia in auto-esilio si sviluppano eventi, incontri, corsi e nuove iniziative. La rivista Paris Lit Up, con le sue pubblicazioni annuali è una di queste.

Certo, vivere a Parigi, spiega al Monde Rachel Donadio, «è un sogno da XX secolo». La lunga tradizione culturale che aveva attirato nei decenni passati gli autori americani di colore, dove potevano confrontarsi con un mondo meno razzista, e poi scrittori-avventurieri come Scott Fitzgerald e lo stesso Hemingway, è finita. Verso gli anni ’80 la capitale francese è stata superata da New York come capitale della cultura, mentre oggi gli avamposti avanguardisti guardano a Berlino e alle strade del Messico. Lo spirito del tempo è passato?

Forse no. Secondo Donadio, la capitale francese «è ancora la città perfetta per chi scrive. Non c’è l’energia frenetica e la competizione darwiniana di New York. E il meteo è più bello rispetto a Berlino». E poi costa meno che Londra.

Non solo. A detta di tutti gli auto-esiliati d’America, Parigi è un luogo in cui si conserva considerazione e rispetto per la cultura. I dibatti sono vivaci e meno ideologizzati rispetto agli Stati Uniti. Sono, in generale, atteggiamenti inscritti nella società francese.

Per lo scrittore Spencer Matheson è affascinante l’idea che la letteratura e l’arte in generale sia da vivere come «un elemento centrale nella vita del Paese e non, come nel Nordamerica, come un lusso». Tutti apprezzano poi «il senso critico», spesso diretto ed espresso senza troppi giri di parole e «le osservazioni passivo-aggressive che si incontrano nelle università americane».

A livello accademico, poi, i legami tra Stati Uniti e Francia sono sorretti da una fitta rete di istituti, scuole e borse di studio. Cultura e scambi culturali scorrono nelle sedi distaccate della Columbia University o dell’American Center for Art and Culture. Chi è nei dintorni, si ritrova nei dibattiti organizzati anche dalla famosa (e turistica) libreria Shakespeare & co. Parigi è sempre Parigi, anche quando il centro è gentrificato, gli studenti poveri e geniali che vivevano in soffitte sono stati sloggiati e le rivoluzioni sono crollate in periferia, al livello dei gilet jaunes. Sotto la cenere del mito, suggerisce l’articolo, freme ancora qualcosa.

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