Il capitale umanoPer far ripartire l’economia serve un’istruzione avanzata al di fuori dalle grandi città

I laureati nel Sud e in provincia sono troppo pochi rispetto alla media europea e delle metropoli. Senza un investimento serio il rischio è di tornare indietro a livelli di disuguaglianza che almeno in parte pensavamo di esserci lasciati alle spalle dopo gli anni 50

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La ripresa che tutti ci aspettiamo nel 2021 sarà veramente tale se potrà basarsi sulle competenze. L’economia italiana è gravemente deficitaria nella produttività del lavoro e del capitale. Lo ripetono da anni numerosi economisti, per quanto spesso e volentieri inascoltati. Al nostro Paese serve quindi la produttività in crescita, la capacità di generare più output dato lo stesso input. Un obiettivo raggiungibile solo concentrando l’economia in produzioni a valore aggiunto più alto che può essere ottenuta solo con l’innovazione, non a caso uno degli obiettivi del Recovery Plan europeo su cui l’Italia conta così tanto. L’innovazione è però strettamente connessa con il livello di istruzione della popolazione e in particolare dei lavoratori.

I dati ci dicono che la porzione di laureati è cresciuta negli anni, dato certamente positivo, ma questo incremento è stato lento rispetto agli altri Paesi europei dietro ai quali eravamo già in forte ritardo. E soprattutto è stata diseguale nel nostro Paese. Dal 2004 è passata dall’8,6% al 15% la porzione di over 15 con una laurea. Questo incremento, del 6,7% a livello nazionale, è stato solo del 4,7% nel Mezzogiorno, dove già la quota di laureati era inferiore, ed è andata dal 7,5% al 12,2%.

Tutto l’opposto di quanto accaduto nel Centro, dove grazie ai numeri di Roma è maggiore la proporzione di italiani con educazione terziaria, il 18,1%, il 7,4% in più rispetto al 2004. Il Nord, sia il Nordest che il Nordovest, è poco sopra la media nazionale, più di quanto lo fosse negli anni 2000. In particolare il Nordest, dove 16 anni fa vi erano meno laureati che nel resto d’Italia.

Era l’epoca in cui soprattutto in provincia molti consideravano una perdita di tempo studiare all’università perché come operaio, spesso specializzato, si poteva trovare un posto ben pagato in una delle tante fabbriche dei distretti produttivi in Veneto o parte della Lombardia. Una narrazione purtroppo avallata anche da una gran parte del mondo delle imprese, che non comprendeva appieno l’importanza di avere maggiori competenze in azienda.

La crisi ha cambiato le cose, e questo si nota bene con i dati dei più giovani, i 25-34enni.

Nel 2004 i laureati di questa età erano nel Nordest il 15,5%, solo l’ 0,8% più della media, nel 2019 erano il 31,9%, il 4,2% in più rispetto al dato nazionale. Al Centro-Nord non a caso tra i giovani vi è stata una corsa alla laurea, seppur tardiva rispetto al resto d’Europa. Proprio in questa fascia d’età è massimo l’aumento del divario tra il Mezzogiorno e il resto del Paese. Ormai del 6% nel 2019, contro il 2,5% di 15 anni prima.

Non aiuta il fatto che nel Sud e nelle Isole nello stesso periodo sia addirittura scesa la quota dei laureati nella fascia dei 55-59enni, quella che ha le leve del potere in Italia, probabilmente a causa dei minori pre-pensionamenti dei meno istruiti. In generale la relativa stazionarietà di questa quota in tutto il Paese ci dice qualcosa sulla classe dirigente del Paese e della sua (non) evoluzione.

Possiamo essere piuttosto sicuri sull’élite del futuro e su una sua maggiore competenza, ma non possiamo essere ottimisti riguardo alle disuguaglianze, che saranno in aumento.

Il Nord Italia primeggia anche in questo campo: è in questa parte del Paese che si vede più che negli anni 2000 il cambiamento avvenuto tra le generazioni. È qui, anche più che al Centro e molto più che al Sud che tra i giovani vi è stato il più grande aumento di laureati rispetto alle fasce di età precedenti. Ora al Nordest sono il 13,7% in più rispetto a quelli che vi sono tra i 35-64enni. Nel 2004 il distacco era del 5,6%. Non vi è stata la stessa evoluzione altrove.

Il ritardo del Mezzogiorno e in questo campo anche del Centro si nota in parte anche in quello che accade in uno dei segmenti sempre più importanti della popolazione e soprattutto del mondo del lavoro: gli immigrati. Il loro numero è aumentato molto tra il 2004 e il 2019, e tra questi è cresciuto ancora di più il numero dei laureati. Ma mentre al Nord la forbice tra l’andamento della popolazione straniera con un titolo universitario e quella con solo una licenza elementare è stata netta, con quest’ultima anzi in calo negli ultimi anni, al Sud e nelle Isole i meno istruiti sono invece triplicati, nel Centro il loro aumento ha superato quello dei laureati.

Non si tratta però solo del solito divario Nord-Sud sempre più profondo, c’entra anche quello tra le aree centrali per la ripresa, in particolare nel campo dei servizi, e quelle in cui è prevalente l’industria o vi è stato un declino marcato.

A livello provinciale Roma e Milano, seguite da Bologna, dominano, con una quota di laureati, di secondo livello in questo caso, che supera il 15% in provincia tra chi ha più i 9 anni, e il 20% nelle città, mentre basta andare a Brescia per vedere questi numeri dimezzarsi.

L’incremento degli universitari al Nord è stato piuttosto concentrato, e le aree ancora oggi più produttive a livello manifatturiero, l’Est della Lombardia, la Pedemontana Veneta, ma anche il cuneese, hanno ancora una percentuale bassa di persone con titolo terziario di secondo livello.

Il recupero del Nord è più visibile con le lauree di primo livello, molto più recenti, e che riguardano solo chi ha meno di 40 anni. Veneto e in Trentino per esempio sono un po’ più della media nazionale, su valori simili al Centro. Se prendiamo invece l’Abruzzo, come fanno ormai molti in questa macro-area, si vede il ritardo evidente invece del Mezzogiorno. Ma anche per il Piemonte Orientale, parte della Liguria, o il Polesine, considerato il Mezzogiorno del Settentrione.

Al Sud, in particolare in Puglia e Calabria, c’è il record di italiani che si sono fermati alla licenza elementare. Visto che si tratta di aree con molto meno immigrati della media la causa è il basso livello d‘istruzione dei più anziani.

È interessante notare il modello “simil-tedesco” prevalente in Alto Adige e in parte nel resto delle aree alpine, dove sono pochi i laureati, ma ancora meno coloro che hanno un’istruzione minima, perché la maggioranza relativa ha studiato fino al diploma, anche se lì si è fermato. Un’istruzione superiore di buona qualità specialistica, in campo tecnico o alberghiero rappresenta l’unica alternativa accettabile a una laurea di massa in un Paese avanzato.

Questo modello tedesco non è possibile ovunque, ma rimane necessario incrementare le competenze avanzate di chi si troverà nel mondo del lavoro dopo la pandemia. Per ovvi motivi l’economia sarà più fragile e non si potrà supplire per sempre alla mancanza di competitività facendo più debito pubblico, avendo questo raggiunto livelli insostenibili. Si dovrà puntare volenti o nolenti sull’aumento dei margini, sulla produttività e sulla competenza.

Questi tre aspetti fondamentali non potranno essere concentrati solo nel centro di Milano o in poche aziende di eccellenza sull’asse dell’Autostrada del Sole o dell’A4.  Abbiamo bisogno che nel campo dell’istruzione avanzata si ripeta quel fenomeno che ha interessato gli anni ‘70 e ‘80 nel campo industriale, con l’emergere di una imprenditorialità diffusa che ha spalmato il benessere anche nelle aree di provincia almeno al Centro e al Nord.

In caso contrario rischiamo di tornare indietro a livelli di disuguaglianza e a muri invisibili, tra Nord e Sud, tra città e campagna, che almeno in parte pensavamo di esserci lasciati alle spalle dopo gli anni ‘50, e che non possiamo permetterci.

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