Politica sulla lunaAnziché aiutare gli ultimi il governo corre in soccorso di chi non ha bisogno

Nella bozza per la gestione dei fondi NexGenerationUe è passata sotto silenzio la decisione di fare sgravi fiscali per chi guadagna tra i 40 e i 60mila euro all’anno. Idea assurda, con cui si aiutano pochissime persone anziché puntare su riforme strutturali per aumentare produttività e salari

LaPresse/ Matteo Corner 19 Giugno 2019

Una caratteristica tipica della politica di welfare italiana è sempre stata quella di aiutare i penultimi o i terzultimi, trascurando non solo di assistere, ma spesso di vedere, gli ultimi. Aiutano così i lavoratori a basso reddito, provvedendo al rinnovo dei loro contratti, a discapito dei disoccupati. O i pensionati invece che i giovani che hanno appena terminato gli studi. E alla famiglia, prima istituzione sociale del Paese, viene lasciato il compito di badare a chi è veramente rimasto indietro.

Oggi però con una delle tante proposte di utilizzo dei fondi del Recovery Plan, rischiamo di superarci. Nella bozza presentata dal Governo, quella che già ha avuto modo di generare polemiche per la suddivisione tra capitoli poco generosa con la sanità (che avrebbe solo 9 miliardi), vi è un passaggio che ha attirato meno l’attenzione. Riguarda l’intenzione di abbassare la pressione fiscale su quelli definiti “redditi medi”, ovvero sui lavoratori che sono tra i 40 e i 60 mila euro di reddito annuo, una «fascia che oggi sconta livelli di prelievo eccessivi rispetto ai redditi ottenuti».

Non sappiamo se la definizione di “redditi medi” riguardi il tenore di vita che si otterrebbe da tali entrate, il che sarebbe abbastanza ragionevole, o si riferisce alla posizione all’interno della distribuzione dei redditi degli italiani. In quest’ultimo caso invece sarebbe l’ennesimo segno del distacco della classe dirigente dalla realtà.

Perché in Italia oggi, secondo i dati delle dichiarazioni IRPF del 2019, coloro che si trovano in quegli scaglioni sono ben poco medi, e anzi, a dispetto del fatto che non si tratti di cifre astronomiche, si tratta di una élite. La grandissima maggioranza dei contribuenti dichiara decisamente di meno di 40 mila euro. Persino nella fascia d’età più ricca, quella tra i 45 e i 64 anni, quella in cui vi sono i quadri, i dirigenti, i manager, gran parte degli imprenditori, sono solo l’8% coloro che dichiarano tra 40 e 60 mila euro, con un 4% che si pone tra i 60 e i 100 mila e pochi altri, il 2% ancora al di sopra.

Tra i più giovani sono ancora meno, il 3,7% tra i 25-44enni. Tra questi il 94,4% si ritrova al di sotto della soglia del 40 mila euro. Tra i pensionati, che sono la gran parte degli over 64, sono meno i poveri, coloro che non dichiarano più di 10 mila euro, ma rimangono pochissimi anche quelli che vanno oltre i 40 mila.

Dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze

Questa divisione per scaglioni di età oltre che di reddito è significativa. Ci dice innanzitutto che l’unica riforma fiscale fatta dopo la tempesta del Covid andrebbe a beneficiare innanzitutto coloro che ne sono stati colpiti meno, gli over 45, e non i giovani, che, ormai è risaputo, hanno pagato più di tutti in termini di occupazione e quindi di reddito essendo i più interessati dalla precarietà.

Anche volendo valutare l’ammontare dei redditi invece delle persone le cose non cambiano moltissimo. Anche tra i 45-54enni quello di chi dichiara più di 40mila euro non va oltre il 40,6% del totale, e si ferma al 14,8% la quota in mano a chi ne ha tra 40 e 60 mila.

Dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze

Che sia una questione di evasione ed elusione fiscale o siamo effettivamente un Paese povero poco cambia. Anche il gettito fiscale in grande maggioranza non viene da questa fascia “media” o presunta tale o da quelle superiore. I redditi tra i 40 e i 60 mila euro generano il 13% delle entrate fiscali dell’IRPEF, cui si aggiunge un 21,4% proveniente da quelli maggiori. Contrariamente a quanto avviene altrove, soprattutto in America, le entrate dello Stato in Italia dipendono dai più poveri. È da chi prende meno di 2000 euro al mese circa che arriva gran parte del gettito.

Dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze

E chissà, forse è anche per questo – perché in fondo costerebbe poco in termini finanziari – che è stato pensato uno sgravio su una fascia di contribuenti over 40 mila. Solo che, volendo sorvolare sul fatto che uno stock di denaro in arrivo come prestito o sussidio possa essere usato per una operazione sulle entrate correnti invece che per investimenti (cosa che non passerebbe inosservata a Bruxelles) rimane il problema dell’equità.

Non sarebbero dipendenti e pensionati a essere i maggiori beneficiari. Solo il 6,1% e il 5,2% di essi, rispettivamente, è nello scaglione tra 40 e 60 mila euro, quello in cui almeno fino a 55mila euro si paga il 38% sul reddito eccedente i 28 mila, e dopo il 41%, anche qui sull’eccedenza.

Sono soprattutto gli autonomi a fare parte di questa fascia, il 18,6% di loro vi appartengono, assieme al 14,1% degli imprenditori ordinari e il 10,4% di coloro che hanno un reddito da partecipazione.

Dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze

Al contrario dipendenti e pensionati sono sovra-rappresentati tra coloro che si ritrovano tra i 20 e i 40 mila euro. Un quarto dei primi e un quinto dei secondi in particolare hanno entrate lorde tra i 20 e i 29 mila euro.

Dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze

Naturalmente non vuol dire che si debba lasciare le cose così come sono. È vero che c’è un salto notevole tra gli scaglioni, in particolare tra quello del 27% e del 38%, e infatti l’utilità marginale di un incremento di salario è minore che altrove quando si passa da una fascia all’altra, mentre in Germania almeno tra i 9 mila e i 57 mila euro la salita dall’aliquota del 14% del 42% è molto più lineare. In Francia, tra 25.711 e 73.516, si rimane in quella del 30%.

Il punto è che per svariate ragioni, tra cui un maggiore benessere, una più grande proporzione di lavoratori dipendenti in grandi imprese, una minore evasione, sono anche di più in questi Paesi coloro che si ritrovano in fasce che noi definiamo “medie”.

In Italia rimangono élite, e allora forse la priorità sarebbe usare le risorse del Recovery Fund per fare riforme che consentano un aumento dei salari, tramite per esempio un incremento della nostra produttività, da troppo tempo bassissimo.

E forse, se l’obiettivo sono le famiglie come si dice, è meglio progettare interventi mirati in termini di detrazioni in caso di figli, in caso di spese per questi ultimi, invece che effettuare un taglio generalizzato.

La sensazione un po’ sgradevole che si ha è che su alcuni temi si stanzieranno fondi solo perché Bruxelles ce lo chiede, perchè siamo obbligati, vedi la transizione climatica e la digitalizzazione, che molti vedono come un capriccio radical chic da eurocrati, temi in cui a Roma non si crede molto, soprattutto non si crede che siano questi capitoli che potrebbero avere una reale ricaduta positiva su produttività, occupazione e quindi redditi.

E che invece gli interventi veri, quelli che cercheremo di fare di straforo e che ci concederanno perché avremo fatto i bravi sul resto, saranno i soliti, quelli che consistono nel «mettere più soldi nelle tasche degli italiani», con ancora maggiore soddisfazione essendo oggi finalmente i soldi degli altri, e non solo i soldi dei futuri italiani come finora.

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