Ti piace ’o presepe?Ecco perché solo Edoardo De Angelis poteva trasformare “Natale in casa Cupiello” in un film

Il dramma di Eduardo De Filippo, che vede tra gli interpreti uno straordinario Sergio Castellitto nei panni di Don Luca, sarà trasmesso su RaiUno il 22 dicembre. Per il regista «girarlo è stato naturale. Ho la sua stessa visione del mondo»

Fosforo

Insieme al Natale arriva il freddo, la neve e, per Don Luca Cupiello, il momento di fare il presepe. Più che un’abitudine, è una passione. Non condivisa dal resto della famiglia («“Ti piace ’o presepe?” “No”») impegnata a seguire altre dinamiche, ben più dolorose, di separazioni, abbandoni e tradimenti. È la storia di “Natale in casa Cupiello”, il celebre testo di Eduardo De Filippo che ora arriva su RaiUno trasformato in film, con la regia di Edoardo De Angelis e un incredibile Sergio Castellitto nel ruolo di Don Luca, il patriarca mancato, il capofamiglia solo.

Per lui «Il presepe è commovente», per gli altri un addobbo come gli altri, che addirittura sarà distrutto in un attacco d’ira. Per De Filippo è invece il simbolo parlante del contrasto tra la dimensione del sogno e quella della realtà.

Come spiega Edoardo De Angelis, «Don Luca ha un’idea presepiale della famiglia. Quella in cui tutti hanno un ruolo e una posizione precisa. Cioè quello che succede nel presepio, dove ad esempio il pastore Benino, che è in cima quando serve a introdurre il mondo del sogno (perché dorme) poi diventa il pastore della meraviglia quando si trova vicino alla grotta». Ogni spostamento è un segno, all’interno di un regno dove domina l’ordine e la prevedibilità. E non a caso è di cartapesta.

La famiglia in carne e sangue di Don Luca,invece, mentre lui cerca di sciogliere la colla e montare il fondale, è in preda al disordine. Nessuno è fedele al proprio ruolo. La figlia litiga con il marito, ha un’amante e vuole lasciarlo. Il figlio ruba, lo zio anche. I piatti volano e si frantumano per terra. Tutti «si appiccicano sempre». Don Luca c’è, ma è come se non ci fosse: non vede nulla, se non il presepe, appunto, la realtà immaginaria cui rimane aggrappato.

«Quelle di De Filippo sono opere che esprimono una visione del mondo particolare. E mi hanno influenzato in modo particolare». Per lui, che conosce da sempre le opere di De Filippo – da spettatore, da lettore e adesso da collega – portare sullo schermo “Natale in casa Cupiello” «è stata un’operazione naturale. Come se fossi stato destinato a farlo. Io non adatto, io giro, perché la visione del mondo di De Filippo somiglia molto alla mia».

Lui, che ha girato “Indivisibili”nel 2016 e “Il vizio della speranza” due anni dopo, storie tragiche e poetiche insieme, arriva a De Filippo cercando «di condurre un’indagine sulla visione borghese della società, e vedere quanto parole scritte quasi 90 anni fa possano ancora risuonare e vibrare nel mezzo televisivo». E come ha proceduto? «Abbiamo fatto tabula rasa delle rappresentazioni precedenti e ci siamo concentrati solo sul testo, che è diventato copione, quello che per Pasolini è “destinato ad eclissarsi” e in quel momento, dalla carta è avvenuta – mi si passi l’espressione – a transustanziazione in corpi veri».

Uno di questi è quello, appunto di Sergio Castellitto. Attore romano che sfoggia un accento napoletano «perfetto e al tempo stesso sporcato, ruvido». Un’interpretazione potente «per rappresentare la famiglia che disgrega nel momento in cui dovrebbe essere unita. Ci siamo trovati bene, faremo altri film insieme».

Ci sono poi scelte tecniche: l’unità di spazio e tempo, «che è appunto espressione teatrale e borghese», nel mondo televisivo viene trasformata. «I fuoriscena di De Filippo li ho fatti diventare fuoricampo televisivi. Ma l’ambientazione fissa nella casa, ovvia nel teatro, diventa per la telecamera occasione di esplorare le stanze, i corridoi, i luoghi».

Con un’eccezione: «ho fatto uscire Don Luca per fargli acquistare tre statuine. Lo vediamo al negozio, l’unico posto in cui viene rispettato», e poi, «con la telecamera sono entrato nel presepe», cioè primissimi piani che richiamano il sogno impossibile del protagonista. «Rispetto al teatro ci sono voci che si sovrappongono, grida strozzate, spaccature di piatti».

È un mondo più vivido ma al tempo stesso «delicato: so che molte persone associano “Natale in casa Cupiello” alla propria infanzia. Non ho voluto tradire il ricordo di quell’età, prima della perdita dell’innocenza, di nessuno. Ho scelto di mantenere un certo garbo».

Il risultato è l’esito di un lungo confronto con De Filippo, l’insegnante, il maestro e il punto di riferimento. «Come diceva, è necessario che i giovani imparino la tradizione, che attingano a piene mani da lì». E poi «prendano le ali e volino da soli». Per arrivare, per esempio, a un nuovo film che racconta il vecchio sogno. «Tragedie che fanno ridere dove la disperazione si mescola all’attaccamento alla vita». E dove emerge una realtà in continua e infinita disgregazione. È qui il principio della famiglia? Forse sì. «Le feste servono a questo», chiosa: «Ci vediamo per litigare».