Notturno europeoDove vanno la Polonia e le altre democrature dell’Est

Dalle politiche ambientali alla gestione dei migranti dall’aborto alla tutela delle minoranze, la differenza tra l’Unione e i Paesi di Visegrad è ormai significativa. Il laicismo occidentale è percepito come blasfemo rispetto a quelle che essi ritengono le profonde radici cristiane

kyryll-ushakov, unsplash

Il debito che l’Europa ha con la Polonia non può essere misurato dai parametri finanziari dell’Unione, ma più alto ancora è il debito che la Polonia ha con la propria eredità culturale che oggi rischia seriamente di non onorare.

Il Paese possiede un patrimonio immenso di conoscenze e di sensibilità molteplici. Diciassette Premi Nobel tra cui Henryk Sienkiewcz, l’autore di Quo vadis? Isaac B. Singer, Wislawa Szymborska, Olga Tokarczuc, Lech Walesa, Andrew Victor Shally, Reinard Selten, Marie Curie, Maria Goeppert Mayer, Georges Charpak, Roald Hoffman. Un astronomo, Niccolò Copernico, ribaltò il mondo celeste e un Papa santo, tra i più duraturi ed efficaci nella storia millenaria della Chiesa e tra i leader più influenti del mondo, contribuì a fare la stessa cosa con quello terreno che gli fu contemporaneo.

Temo non siano stati molti i visitatori che il primo marzo di quest’anno si sono recati presso la tomba di Friedrich Chopin al Cimitero del Pere Lachaise, uno dei luoghi più affascinanti della città in cui il compositore dei Notturni, del Chiaro di Luna e di tanto altro morì il 17 ottobre del 1849. Era nato duecentodieci anni fa a Zelazowa Wola, una cittadina rurale a circa sessanta chilometri da quella Varsavia in cui è conservato come una reliquia il suo cuore. Immerso in un barattolo di cognac, attraversò in modo rocambolesco mezza Europa, fu nascosto durante l’occupazione nazista e si trova oggi nella chiesa della Santa Croce, nella centralissima Krakowiskie Przedmiescie. Una separazione tra corpo ed «anima« che, per quanto disposta dal musicista, oggi appare metafora del rischio di una dolorosa lacerazione tra la Polonia e l’ Europa.

La storia millenaria del Paese è lunga e complessa e le sono state dedicate pagine di grande interesse che non sarà difficile per il lettore reperire anche sul web. Una buona guida alla lettura può essere rintracciata su questo sito. Qui interessa tentare di «isolare» il DNA di una nazione dal passato travagliato e in cui spesso hanno banchettato molte potenze europee a partire dalla sua prima configurazione statuale avvenuta nel X secolo sotto la dinastia dei Piast con il duca Mieceslao I che si convertì al Cristianesimo; il primo re della Polonia fu il figlio Boleslao. L’unità durò poco più di due secoli dopo i quali cominciarono le grandi spartizioni che avrebbero sfiancato il Paese, senza mai però indebolirne il desiderio di risorgimento e di unità soddisfatto nel XVI secolo sotto la dinastia degli Jagelloni, con Giovanni III Sobiesky.

Durò solo un secolo perché già alla fine del ‘700 il territorio venne spartito tra Austria, Prussia e Russia. Fu necessario attendere la fine della prima guerra mondiale perché, anche dietro le pressioni del presidente degli Stati Uniti Harold Wilson che ne definì il destino in uno dei famosi tredici punti, a Versailles si decidesse di farne una repubblica «cuscinetto» tra Germania e Russia. Ma il cuscinetto si trasformò presto in una noce che sarebbe stata schiacciata prima dalla Germania nazista e successivamente dall’Unione Sovietica di Josif Vissarionovic Dzugasvili, l’attor tragico con nome d’arte Stalin, entrando a far parte del Patto di Varsavia.

La Polonia tornerà all’attenzione del mondo il 16 ottobre del 1978 con l’elezione al soglio pontificio di Giovani Paolo II, di cui l’incerta pronuncia del nome e cognome, Karol Wojtyla, da parte del Cardinale Pericle Felici tenne per qualche secondo il mondo con fiato sospeso, pensando che si trattasse del primo papa africano. Ma il cinquantottenne papa polacco fu il primo in molti altri ambiti tra cui, massimamente il contrasto ai totalitarismi ed a ciò che ne restava nel mondo e nel proprio Paese natale.

Il ruolo di grimaldello esercitato sotto così alta protezione dal sindacato dei lavoratori dei cantieri navali di Danzica guidato da Lech Walesa, i mille equilibrismi del generale Wojciec Jaruzelsky accompagnati dalla consapevolezza che l’Unione Sovietica stava per abbandonare al propri destino i paesi satelliti, contraddistinsero il decennio che portò nel 1990 all’uscita della Polonia dall’orbita sovietica e nel decennio successivo al suo ingresso nell’economia di mercato e nella NATO nel 1999, diventando membro dell’Unione Europea nel 2003 e tra i principali prenditori di fondi comunitari con i quali ha profondamente rinnovato il Paese sia sul piano infrastrutturale che economico, diventando meta ambita per molte imprese italiane favorite dal minor costo del lavoro e dalle allettanti politiche fiscali.

A gennaio del 2019 il Wall Street Italia ha riportato la dichiarazione del capo di gabinetto del primo ministro Mateusz Morawiecki, Mikal Dvorczyk secondo cui «la data di adozione della moneta unica non ha nulla a che vedere con il processo di adesione all’UE» e, ad oggi, oltre il 63% della popolazione preferisce tenersi lo zloty piuttosto che fregiarsi dell’euro. (Fonte Eurobarometro).

Nonostante la favolistica cinematografica sia popolata di contesse dai nomi impronunciabili, da ufficiali di cavalleria e da esuli fieri e risorgimentali, la Polonia non ha mai amato l’Europa. Da essa le sono giunte divisioni, dolori ed umiliazioni ed anche per il suo passaggio al mondo libero è più grata al proprio santo conterraneo e agli Stati Uniti piuttosto che alla Francia, alla Spagna o all’Italia e meno che mai alla Germania i cui modelli democratici le sono in parte estranei, anche a motivo della dichiarata laicità dello stato e di antichi livori non abbastanza dimenticati.

Il 90% dei polacchi si dichiara di fede cattolica e il turismo religioso è parte non piccola dei flussi finanziari provenienti dall’estero. Nonostante il formale ateismo, il sentimento religioso ha resistito anche negli anni più crudeli dello stalinismo, facendosi catacombale e non privo di martiri, dai cento otto durante il nazismo proclamati beati da Giovanni paolo II nel 1999 a Padre Padre Jerzy Popieluszco, assassinato nel 1984 da quattro funzionari della polizia politica, poi processati e condannati e innalzato agli onori degli altari da Benedetto XVI nel 2010.

La tradizione ebraica è quasi scomparsa in quanto a consistenza della popolazione a motivo dello sterminio perpetrato dai nazisti con gli Einsatzgruppen, i reparti speciali che ripulivano le retrovie da ebrei, comunisti, omosessuali ed oppositori del regime. Di notevole interesse è il romanzo Le Benevole (Les Bienveillantes) di Jonathan Littell pubblicato in italiano nel 2008 da Einaudi, dove in un clima da «caduta degli dei» quegli anni e quegli orrori sono narrati in prima persona da uno dei carnefici, il maggiore Maximilien Aue con forti richiami ai temi cari a Thomas Mann ed espressi in La Montagna Incantata, Morte a Venezia, Doctor Faustus. Quasi mille pagine tra incubi, trasgressioni e desiderio di un’impossibile redenzione.

Non si dimentichi infine che il nome del campo di concentramento di Auschwitz è traduzione tedesca del comune di Oswiecim, i cui abitanti, ritenuti complici omertosi dei nazisti, furono costretti dagli Alleati a dare nuova e più degna sepoltura alle centinaia di migliaia di salme di vittime dell’Olocausto ritrovate in sommarie fosse comuni. Né migliore fortuna ebbero gli ebrei sotto il comunismo sovietico che rinnovava così l’antica tradizione dei pogrom, facendo delle migliaia di richieste di emigrazione verso Israele una merce di scambio politico/diplomatica con gli Stati Uniti. Nonostante i pochi superstiti, la traccia dell’ebraismo si respira in ogni angolo della Polonia e lo scrittore di lingua yiddish Isaac B. Singer, naturalizzato americano, ne è stato più volte il nostalgico cantore.

Fatta l’anamnesi è ora di esaminare i sintomi e stilare la diagnosi di quanto sta accadendo in questi giorni a Bruxelles in preparazione del Bilancio Europeo 2021-2027 e del Piano di ripartizione dei fondi del New Generation Eu. La prognosi è infausta.

Com’è noto, Polonia, Ungheria e, ad oggi, anche la Slovenia si dichiarano contrarie alla condizione posta dall’Unione circa il rispetto dei principali pilastri dello stato di diritto su cui essa stessa si fonda. Al riguardo, si veda il dettagliato rapporto di Amnesty International sulle violazioni accertate che riguardano libertà di stampa, autonomia della magistratura, trattamento delle minoranze etniche, politiche di accoglienza dei profughi ed altro che hanno portato ad una procedura d’infrazione e ad un forte pronunciamento della Corte Europea di Giustizia entrambi avversi alla Polonia.

Ora che, anche in forza della crisi economica dovuta agli effetti della pandemia, i tempi si fanno più stringenti, i tre paesi, forti dei meccanismi di unanimità previsti per le decisioni europee, si mettono di traverso, facendo «sudare freddo» a Paesi come l’Italia che vedono nel Recovery Fund l’unico modo possibile per evitare il baratro, anche tenuto conto del fatto che il governo Conte ha già cominciato a spendere quei miliardi promessi, attraverso il deficit del bilancio interno. Alle perplessità dei «paesi frugali» nei confronti del Belpaese si aggiunge ora un nuovo fronte apertamente ostile alle politiche di Ursula von der Leyen e in ogni caso, nonostante le disperate rassicurazioni di Paolo Gentiloni, si stanno allungando i tempi di erogazione delle prime tranche di finanziamento.

Resta da chiedersi a chi giova tale contrapposizione ? Cosa spinge paesi grandi prenditori sino a ieri di fondi europei ed ugualmente colpiti ora dalla pandemia ad ostacolare il Next Generation Eu? Quali modelli alternativi di assetto istituzionale, di sviluppo sociale e di politiche economiche li stanno allontanando dall’Europa? E verso dove?

La risposta è univoca, quanto dura. Le «democrature» di Orban in Ungheria, di Morawiecki in Polonia e di Matovic in Slovacchia sono rette da partiti conservatori, sovranisti e xenofobi che non hanno esitato a tifare per Donald Trump ancora ad urne chiuse e sono tre dei quattro membri del gruppo di Visegrad. Secondo la definizione del compianto Giovanni Sartori «La democrazia aliberale è già una democrazia totalitaria». Essa mantiene in vita l’espressione democratica del voto ma una volta ottenuto il potere taglia fuori il popolo da ogni controllo sul proprio operato e demolisce l’architrave costituito della tripartizione dei poteri.

Il problema allora è di altra natura. Perché quei popoli non si ribellano, perché nella stragrande maggioranza vogliono regredire all’etimologia del termine che li accomuna slaves (schiavi) e da cui in alcuni momenti molto importanti della propria storia si sono liberati? Possiamo avanzare una modesta risposta: essi hanno paura di tornare ad essere poveri e, si sa, tale prospettiva è insostenibile per quanti hanno sperimentato cosa fosse, dopo secoli, una condizione di relativa agiatezza, mentre ancora ricordano la miseria precedente provata negli anni del comunismo, più o meno mitigato, che li ha visti crescere. Poco importa se anche in quei paesi le diseguaglianze sociali sono ormai diventate incolmabili.

Molti anni fa mi diede la medesima risposta Giorgio Lago, Direttore del Gazzettino di Venezia e di cui ho scritto alcuni mesi fa ricordandone la figura, a proposito della fuga dall’Italia di molti imprenditori del Triveneto e della massiccia trasmigrazione di milioni di sostenitori dalla Balena Bianca a quella che allora ancora si chiamava Liga Veneta e che presto tornerà ad avere il proprio Doge in Luca Zaia, vera ed unica nemesi di Matteo Salvini che si avvia verso il declino e di cui non vorremo dire un giorno, con Pasquino: «Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini».

Ma torniamo oltre il Reno e sulle rive del Baltico. Il disagio della Polonia come dell’Ungheria e degli altri Paesi cugini, ha una data precisa. È il primo dicembre 2019, Ursula von der Leyen è eletta Presidente della Commissione Europea, con il sostegno determinante offerto a sorpresa dal Movimento Cinque Stelle, mossa troppo astuta per essere stata pensata dagli attuali dirigenti che si sono limitati ad eseguirla ricavandone indubbi e cospicui vantaggi. Tale evento ha comportato due effetti immediati: ha arrestato l’onda sovranista pronta ad impadronirsi dell’Unione per deviarne il corso in direzione anti euro ed ha eternato l’influenza di Angela Merkel, oltre la sua effettiva esistenza politica, per il ritiro dalla scena politica già annunciato. E lì che qualcuno ha cominciato a vedere «rosso«.

Restava loro solo un’ultima sponda nella vittoria di Trump, tramontata la quale ora stanno cercando tempo e frattanto inviano doni a Vladimir Putin e, soprattutto, a chi, prescelto da lui medesimo, gli succederà. E in quel modello infatti che essi per antica storia e nuove convenienze si ispirano, anche se, paradossalmente, il gruppo dei V4 nacque nel 1991 proprio per opporsi e proteggersi dalla Federazione Russa.

Il differenziale di contenuti con l’Unione Europea è ormai significativo. Le politiche ambientali in direzione del contenimento delle emissioni di CO2 contrastano con le loro ambizioni di sviluppo industriale energivoro ancora in corso, le scelte in materia di immigrazione contrastano con lo sciovinismo tradizionale degli elettori, le aperture al mondo islamico cozzano con l’atavico odio maturato nell’essere stati per secoli frontiera spesso solitaria rispetto all’espansione ottomana; il laicismo europeo è percepito come blasfemo rispetto a quelle che essi ritengono le profonde radici cristiane e su temi quali aborto, omosessualità e ruolo delle donne nella Chiesa molti fedeli accedono ancora a livelli preconciliari e guardano con sospetto ogni apertura su temi liturgici e dottrinali.

Scandalizzati da Francesco e ancora ipnotizzati da Giovanni Paolo II, se fosse ancora di moda non esiterebbero a proclamare un proprio antipapa. Non ne hanno bisogno, avendo comunque nella Chiesa Ortodossa una sponda a cui eventualmente appoggiarsi, incontrandosi sul terreno comune della tradizione.

Arroccata nell’Hradcany, la Repubblica Ceca, quarto membro del Gruppo, non ha ancora attraversato il ponte Carlo e rimane da questa parte della Moldava. Il suo primo presidente, Vaclav Havel, è stato un poeta e amava il velluto, il re-mago l’illuminato Rodolfo II, richiamo a sé gli scienziati europei allora perseguitati dall’Inquisizione ed accolse gli ebrei di tutt’Europa che lo tennero buono plasmando, secondo la leggenda, un Golem a difesa dei periodici tentativi di pogrom che ogni tanto gli sfuggivano di mano.

A differenza della rivolta di Budapest del 1956 rimasta isolata, a Praga nel 1968 la repressione sovietica diede i frutti contrari, nel 1969 si diede fuoco lo studente Jan Palach e da quel rogo si accese nel mondo europeo per qualche decennio la speranza di un futuro di tolleranza e di libertà. A Praga il fantasma di Kafka ammonisce circa il labirinto del Potere, Milan Kundera invita a prendersela con calma e il buon soldato Sc’véik sbeffeggia i pennacchi dei generali. A Praga infine il carnefice Reinhard Heydrich fu fermato da partigiani coraggiosi. Era il pupillo di Adolf Hitler, probabilmente sarebbe stato accettato dal medesimo come successore e, forse, oggi scriveremmo un’altra storia.

Nella Repubblica Ceca Il primo ministro in carica è Andrej Babis, un ricchissimo liberal conservatore fortemente legato al Presidente socialdemocratico Milos Zeman che tra i primi si è congratulato con Joe Biden. Seppur discusso sul piano personale e degli affari non sempre limpidi, Babis ha condannato l’invasione della Siria da parte di Recep Tayyp Erdogan ed ha mantenuto finora il paese nell’alveo di una democrazia parlamentare. In questi giorni ha taciuto sperando, forse, di negoziare con l’Unione i limiti che verrebbero imposti alle aziende del Gruppo Agrofert di cui è dominus assoluto. Si vedrà.

L’inno ufficiale dell’Unione Europa è costituito dall’ultimo movimento della Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven, chiamato anche «Inno alla gioia». Il testo è del poeta Friedrich Schiller di cui il grande compositore condivideva la visione del mondo in termini di amicizia e di tolleranza tra tutti gli uomini. Mentre in questi giorni all’armonia che dovrebbe consolare le sofferenze di quasi quattrocentocinquanta milioni di persone si oppone lo stridulo canone inverso del sovranismo e del sospetto reciproco, di quell’inno può far solo bene ricordare i versi centrali:

I tuoi incanti tornano a unire
ciò che gli usi rigidamente divisero;
tutti gli uomini diventano fratelli,
dove posa la tua ala soave.

L’uomo che ha ottenuto dalla sorte
di essere amico a un amico,
chi conquistò una donna leggiadra,
esulti con noi!

Sì, chi anche una sola anima
possa dir sua sul globo terrestre!
Chi invece non lo poté mai, lasci
furtivo e piangente questa confraternita!

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