Governance straordinariaPerché all’Italia serve un commissario per l’innovazione

Il Coronavirus spinge a interventi fondamentali per garantire la sopravvivenza delle aziende con un’urgenza e una velocità tali da sembrare incompatibili con le prassi e i tempi della nostra burocrazia. Serve un centro decisionale rapido, autonomo e indipendente

Unsplash

La crisi da Coronavirus ha determinato profonde conseguenze nel campo dell’Innovazione. Il tema, in primo luogo, si è imposto all’attenzione della classe dirigente e dell’opinione pubblica, evadendo finalmente dagli angusti confini dei dibattiti nella ristretta cerchia degli specialisti della materia. Oggi nessuno dubita che l’Innovazione sia una scelta necessaria, una sfida ineludibile, una strada inevitabile per un percorso di sviluppo e di progresso del Paese e della Società.

Il Covid 19, travolgendo equilibri pregressi, ha inciso significativamente sul concetto stesso di Innovazione, imprimendole una precisa direzione e conferendole una inedita velocità. L’Innovazione ha perso il suo consueto carattere neutrale, in forza del quale gli stakeholder avevano la possibilità di spingersi verso direzioni anche molto diverse tra di loro: dalla esasperazione acritica nello sfruttamento delle risorse naturali alla meritoria riduzione degli impatti sull’ambiente, dalla cieca ottimizzazione dei costi di produzione all’asettico ottenimento di miglioramenti prestazionali, e via dicendo.

L’Innovazione ha assunto una forte carica etica ed ha preso con chiarezza la via della sostenibilità, del green, della circolarità. Dichiarava in tempi non sospetti Luciano Floridi: «Non c’è etica senza innovazione, né innovazione senza etica» (intervista di Andrea Frolla, su Repubblica del 19 giugno 2018).

L’epidemia ha dato uno strattone e ha portato a una enfatizzazione del concetto, ragion per cui oggi l’innovazione, per essere vincente, deve procedere in una ben definita direzione, ponendo al centro della propria ricerca la sostenibilità, costruendo modelli di business resilienti, incentivando l’applicazione dei criteri ESG – Enviromental, Social, Governance.

Rientrano così nel cuore dell’innovazione alcuni fondamentali elementi cardine, che fino a poco tempo addietro ne erano ritenuti estranei: il rispetto e la valorizzazione delle differenze, la tutela dei diritti umani, l’industrializzazione responsabile, il rispetto dell’ambiente, l’equità sociale, la sicurezza dei lavoratori, l’attenzione al territorio, il benessere delle persone.

Assume conseguentemente una centralità inesplorata, nella realtà contemporanea, il paradigma della Circular Economy.

Secondo la nota definizione della Ellen MacArthur Foundation, l’economia circolare «è un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera».

L’economia circolare è dunque un sistema economico pianificato per riutilizzare i materiali in successivi cicli produttivi, riducendo al massimo gli sprechi.
Il tutto nel contesto della cosiddetta Green Economy.

Scrive al riguardo Edo Ronchi: «Green Economy è diventata la definizione di un sistema di attività economiche relative alla produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi, che genera miglioramento del benessere a lungo termine senza esporre le future generazioni a rischi ambientali significativi o a scarsità ecologiche»; «è un sistema economico resiliente che procura una migliore qualità della vita all’interno dei limiti ecologici del pianeta» (La transizione alla Green Economy, 2018, 20).

L’Innovazione dei nostri giorni deve insomma essere Etica, Sostenibile, Green, Circolare.

Le aziende italiane, in questo contesto profondamente nuovo, hanno una quasi insperata opportunità di assumere una posizione di leadership a livello internazionale, di «aprire … un percorso di rilancio economico fondato su un forte sostegno a sistemi di economia circolare, di sostenibilità» (Luca Dal Fabbro, L’economia del Girotondo, 2017, VIII-IX).

Le imprese del nostro Paese, infatti, per caratteristiche e per cultura, nel frangente attuale possono trovare il proprio habitat ideale, esprimere al meglio le loro potenzialità, risultare altamente competitive.

L’attenzione verso il territorio, la concezione dell’azienda come player nel sociale, la visione di una comunità solidale e sostenibile hanno avuto un vero e proprio pioniere in Adriano Olivetti, il quale già nel Secondo Dopoguerra vedeva la fabbrica come un ente che rivolge «i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale» del territorio; e che crede «nei valori spirituali, nei valori della scienza, crede nei valori dell’arte, crede nei valori della cultura»; «crede, infine, che gli ideali di giustizia» facciano parte integrante della natura dell’impresa (dal discorso ai lavoratori di Pozzuoli, pronunciato il 23 aprile 1955, in Ai lavoratori, 2012, 29-30).

Ma, anche prescindendo dalla fulgida figura olivettiana, l’Italia vanta una tradizione risalente e prestigiosa sui temi del valore sociale dell’impresa: la nostra scuola di economia aziendale del Novecento, grazie agli insegnamenti – tra gli altri – di Gino Zappa e Carlo Masini, è stata all’avanguardia nel porre l’accendo su concetti quali solidarietà, altruismo e responsabilità.

Naturalmente le odierne prospettive di sviluppo delle imprese italiane non si basano soltanto sulle nostre tradizioni storiche e culturali, ma anche sulle loro attuali e peculiari caratteristiche. Le aziende del nostro Paese, infatti, vantano comunemente una forte carica innovativa e una spiccata attitudine ai temi della sostenibilità e della circolarità.

Il recente rapporto “La transizione green del manifatturiero europeo” della Direzione Studi e Ricerche di Intesa San Paolo delinea uno scenario che vede la Germania leader in Europa, seguita proprio dall’Italia con il 17,2% nell’abbattimento delle sue emissioni climalteranti. Dal documento si evince anche che l’Europa occupa la prima posizione del ranking mondiale dei paesi brevettatori di tecnologie legate alla mitigazione del cambiamento climatico, con una quota del 25,2%, davanti a Stati Uniti (23,6%) e Corea (18,7%).

Afferma Ilaria Sangalli, senior economist della Direzione, in una recente intervista: «L’industria manifatturiera italiana rappresenta oggi la seconda meno intensiva di emissioni climalteranti in Europa. Il risultato è sintesi di una maggiore efficienza in tanti settori energy intensive, dai prodotti di costruzione alla chimica, all’elettro siderurgia. La trasformazione sta riguardando, inoltre, anche la messa a punto di nuovi prodotti a minore impatto ambientale, dagli elettrodomestici alla meccanica, ai veicoli elettrici» (Il Sole 24 Ore, 18 dicembre 2020, 18).

Questo genere di documenti di solito riesce a cogliere soltanto la punta dell’iceberg della realtà, a fare una fotografia del nostro tessuto imprenditoriale riduttiva, sfocata e imprecisa. Una larga parte delle aziende italiane, infatti, rientra nella categoria di quelle che ho altrove definito Imprese Innovazionali e che “i) hanno dimensioni medie; ii) competono con successo sui mercati internazionali; iii) vantano un peculiare patrimonio in termini di innovazione” (Il Virus dell’Innovazione, 2020, 29-30).

Wuesto patrimonio conoscitivo, spesso riguardante soluzioni legate alla sostenibilità e alla circolarità, viene comunemente gestito non mediante registrazioni di IPRs, ma a livello di know-how, come conoscenza diffusa in azienda in modo quasi liquido, ragion per cui sfugge ai radar delle rilevazioni ufficiali.

Le imprese italiane, dunque, esprimono una forza di innovazione assai maggiore di quella ad esse di solito riconosciuta in ricerche e classifiche. Si tratta di una Innovazione incrementale e operativa, che si caratterizza per avere immediate ricadute applicative e per essere presente sul territorio in modo straordinariamente capillare.

Il Coronavirus, dicevamo in apertura, non soltanto ha conferito all’innovazione una determinata direzione, ma le ha anche impresso una straordinaria velocità. Il nostro Paese, sotto questo aspetto, presenti situazioni molto discordanti, con una profonda differenza tra quanto accade nel mondo dell’impresa e ciò che avviene nella sfera del Pubblico.

Le imprese italiane solitamente vantano un fondamentale elemento di forza proprio nella reattività, nella rapidità di reazione, nella capacità di dare risposte alle esigenze del mercato in tempi eccezionalmente brevi. Le imprese innovazionali, in particolare, si trovano a competere quotidianamente sugli scenari internazionali con gruppi concorrenti considerevolmente più grandi e strutturati.

Il noto fenomeno del nanismo delle aziende italiane, industriale e finanziario, naturalmente determina per le imprese – e per l’intero Sistema Paese – gravi svantaggi e forti limitazioni.

Ma, come si suol dire, non tutto il male viene per nuocere: la struttura snella e la catena decisionale corta consentono alle nostre imprese di agire con grande tempestività, superando spesso la concorrenza dei loro agguerriti e ben più robusti competitor proprio in ragione di questa peculiare rapidità.

A fronte di un sistema imprenditoriale così smart e veloce, il Paese indubitabilmente trova un enorme problema nelle lentezze e nelle farraginosità della sua sfera pubblica, in tutte le sue espressioni ed articolazioni. Si tratta di una questione di cruciale importanza, dagli esiti potenzialmente esiziali, che può rendere vane tutte le potenzialità in discussione e determinare per l’Italia la perdita di chance uniche e irripetibili.

Oggi, sul fronte dell’Innovazione, abbiamo all’ordine del giorno questioni davvero di portata storica, con grandi novità ormai imminenti, soprattutto sul piano europeo. Ha recentemente detto Paolo Gentiloni, Commissario Europeo per l’Economia: «Abbiamo uno strumento, che è il Next Generation Eu, e un orizzonte per il futuro, che è il Green New Deal. Il piano di rilancio dell’economia dopo la crisi Covid-19 è un’opportunità straordinaria per cambiare passo sullo sviluppo sostenibile» (EU News, 25 settembre 2020).

A Bruxelles si sta poi procedendo a tappe forzate sul fronte della tassonomia, la classificazione che stabilirà quali sono le attività autenticamente green.
Sono in arrivo anche nuove disposizioni sulle Dichiarazioni Non Finanziarie, vale a dire i rendiconti sostenibili a cui sono ora obbligate le imprese quotate con più di cinquecento dipendenti.

Nel corso del 2021 dovrebbe essere varata una nuova direttiva sull’argomento, che abbasserà la soglia dell’obbligo a duecentocinquanta dipendenti, così che la platea delle aziende italiane rientranti nella disposizione aumenterà considerevolmente.

Sul fronte dell’Innovazione, in buona sostanza, siamo alla vigilia di mesi davvero cruciali, che vedranno la disponibilità di risorse finanziarie incredibilmente ingenti e l’attivazione di importanti novità normative ed organizzative.

Il Coronavirus, insomma, spinge ad interventi sull’Innovazione con una urgenza ed una velocità tali da sembrare incompatibili con le prassi ed i tempi delle nostre burocrazie.

Le polemiche di queste settimane sulla gestione del NextGenerationEu tra prerogative parlamentari e cabine di regia, crisi di governo, schermaglie politiche e giochi di potere, non sono affatto di buon auspicio

Il Paese, peraltro, ha già dimostrato – anche di recente – di avere la forza e gli strumenti per fare fronte in modo straordinario a situazioni eccezionali, basti pensare alla ricostruzione del Ponte Morandi o alle misure di contenimento dell’epidemia da Coronavirus.

L’Italia ha oggi delle opportunità davvero irripetibili, che non può permettersi di perdere a causa di lentezze e incertezze, giochini di piccolo cabotaggio e furberie dal corto respiro, complicazioni decisionali e organizzative.

Occorre, parafrasando Enrico Giovannini, «migliorare le governance delle nostre società, cambiare mentalità. Difficile, ma non impossibile» (L’utopia sostenibile, 2018, 158). Proprio così: difficile, ma non impossibile.

Siamo chiamati a trovare con la massima urgenza soluzioni immediate, con uno di quei colpi d’ala dei quali abbiamo più volte dimostrato di essere capaci.

Potrebbe essere il caso di creare un meccanismo di governance straordinario, naturalmente compatibile con il nostro quadro istituzionale e normativo, tale da dare luogo ad un centro decisionale rapido, autonomo e indipendente: una sorta di Commissario all’Innovazione.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta

Linkiesta ForecastÈ arrivato Linkiesta Forecast + New York Times

Il nuovo super magazine Linkiesta Forecast, in collaborazione con il New York Times, è pronto.

Duecentoquaranta pagine sugli Scenari 2021, le tendenze, l’agenda globale della nuova èra post Covid.

Con interventi di Premi Nobel, di dissidenti, di campioni dello sport, di imprenditori, di artisti, di stilisti, di ambientalisti e delle firme de Linkiesta e del New York Times.

Un progetto straordinario de Linkiesta che si aggiunge al Paper, a K, ad Europea, a Gastronomika, ma reso ancora più eccezionale dalla partecipazione del New York Times, in esclusiva per l’Italia.

Prenotatelo adesso, sarà spedito con posta tracciata a partire dal 7 gennaio (al costo di 5 euro per l’invio), e si troverà anche nelle edicole di Milano e Roma e nelle migliori librerie indipendenti di tutta Italia (seguirà elenco).

10 a copia