Diritto di scegliereLa protesta delle donne polacche contro la sentenza anti aborto diventata legge

A sorpresa il governo sovranista ha pubblicato nella Gazzetta Ufficiale la contestata decisione della Corte Costituzionale che rende impossibile nel Paese l’interruzione di gravidanza. Marta Lempart, leader dello Strajk Kobiet a Linkiesta: «Le persone che partecipano al processo giudiziario non sono giudici legalmente nominati»

LaPresse

Pubblicazione immediata nel Dziennik Ustaw (Gazzetta ufficiale, ndr) ed entrata in vigore della sentenza K 1/20 della Corte Costituzionale a partire dalla mezzanotte del 28 gennaio. È bastato il laconico annuncio del portavoce del Governo Piotr Müller nella tarda mattinata di l’altro ieri per incendiare nuovamente la Polonia sul tema aborto e portare, meno di tre ore dopo, migliaia di manifestanti nelle piazze di 51 città. A Varsavia una grande mobilitazione ha avuto subito luogo davanti alla sede della Corte. Ieri altre dimostrazioni di protesta si sono succedute senza sosta e altre ancora avranno luogo nella giornata di oggi.

Con la vigenza della sentenza del 22 ottobre scorso, con cui la Corte ha stabilito l’accesso all’interruzione di gravidanza per gravi malformazioni e malattie genetiche è incompatibile col dettato costituzionale, le donne polacche non potranno di fatto quasi mai più abortire. Basti pensare che nel 2019 su 1.100 casi registrati ben 1.074 sono avvenuti per malformazioni irreversibili del feto, mentre, secondo le ong, gli aborti clandestini o eseguiti in cliniche straniere, soprattutto in Germania e Ucraina, sarebbero quasi 200.000 all’anno. Tra le motivazioni consentite dalla legge per l’interruzione di gravidanza resteranno pertanto solo quelle connesse al pericolo di vita per la madre, allo stupro e all’incesto. Anche questi due ultimi casi, fra l’altro, dovrebbero essere dichiarati illegittimi secondo il disegno del vicepremier Jaroslaw Aleksander Kaczyński, leader del partito sovranista al potere Prawo i Sprawiedliwość (PiS), che controlla una Corte Costituzionale completamente asservita.

«Il fatto che l’organo di garanzia responsabile del rispetto dello stato di diritto abbia promosso una patente violazione dei diritti umani – commenta a Linkiesta Yuri Guaiana, componente della segreteria nazionale di +Europa – è stato reso possibile dalla deliberata erosione di detto stato da parte del PiS. Inoltre, il partito di Kaczyński  è riuscito a nominare la maggior parte dei giudici costituzionali dopo che la nomina di quelli scelti dall’opposizione è stata rifiutata dal presidente Andrzej Duda».

Ma proprio il Capo di Stato non aveva nascosto, già il 28 ottobre, il suo disappunto per la sentenza, dichiarando senza mezzi termini: «Non è ammissibile che la legge richieda questo tipo di eroismo da una donna». Preoccupato anche per le proteste montate tra ottobre e novembre e per le vandalizzazioni dei luoghi di culto, causate dalle sconsiderate dichiarazioni del presidente della Conferenza episcopale polacca (Kep) Stanisław Gądecki, lo stesso Duda ha tentato ultimamente, ma senza risultati, la carta di una proposta di legge di compromesso.

Per le animatrici delle mobilitazioni di protesta la questione da porre in risalto è un’altra: la Polonia è in un limbo legale con una Corte Costituzionale non indipendente e, dunque, illegittima. È quanto dichiara a Linkiesta Marta Lempart, leader del Polish Women’s Strike (Strajk Kobiet), che ha chiamato l’altro ieri a raccolta polacche e polacchi contro l’entrata in vigore della sentenza: «Il governo mente sul fatto che sia entrata in vigore la “sentenza” della Corte Costituzionale. È una menzogna, perché le persone che partecipano al processo “giudiziario” non sono giudici legalmente nominati. Lo sanno tutti e ora è il momento della prova. I medici polacchi si schiereranno contro le donne e sosterranno le bugie del governo, usandole per dire no agli aborti? Se lo faranno, saranno citati nei tribunali, inclusa la Corte europea dei diritti dell’uomo. Se si atterranno alla legge – che non è cambiata, poiché non puoi cambiare la legge con qualche annuncio – ed effettueranno aborti, saranno accusati e perseguitati dallo stato con pene fino a tre anni di carcere. Scelta difficile. Ma è quello che è».

Per Lempart, che è tra le femministe polacche espressamente menzionate e premiate da Linkiesta come donne europee del 2020, «adesso non c’è nessuna via di mezzo, nessun compromesso: «da una parte ci sono le donne, dall’altro i sadici di stato. Da una parte c’è lo Stato di diritto e della legalità, dall’altro la violenza di Stato».

Anche secondo Irene Donadio, componente della branca europea di International Planned Parenthood Federation (IPPF), si tratta di un atto illegale. «Questa mossa – dichiara al nostro giornale – è una violazione oltraggiosa del dovere fondamentale delle autorità di proteggere la vita e la salute dei loro cittadini. Metterà in pericolo le donne. Ha lo scopo di terrorizzare e portare al perseguimento dei medici e di qualsiasi membro della famiglia, amico o altra persona che aiuti le donne ad accedere a questa assistenza vitale».

Da qui la necessità di sostenere «con tutte le nostre forze – commenta a Linkiesta Lilia Giugni, ricercatrice all’Università di Cambridge e direttrice del think tank femminista GenPol – Gender & Policy Insights – il movimento di protesta polacco, oggi nuovamente in piazza. Non si tratta solo di esprimere solidarietà, ma anche di muoversi contro un pericolosissimo precedente, che si verifica a due passi da casa nostra».