Chiudere, aprire, richiudereForse bisogna ammettere che questo sarà un altro anno di scuola perso

All’alba della terza ondata della pandemia, la situazione sembra essersi ribaltata, e ora sono gli stessi studenti a non voler tornare perché mancano le condizioni, mentre Azzolina insiste per riportarli in classe. Ma fra la confusione sul piano vaccini, le tensioni nel governo e l’incapacità di sviluppare un piano per i trasporti, si è già capito come andrà a finire

scuola proteste
Cecilia Fabiano/ LaPresse

Le scuole superiori non riapriranno il 7 gennaio, e difficilmente sarebbe potuta andare diversamente, considerando che fino a due giorni fa ancora se ne discuteva. A distanza di un anno dall’inizio della pandemia, e nonostante i mesi trascorsi a parlarne, l’organizzazione del piano trasporti, la cui assenza aveva determinato le chiusure prima di Natale, non c’è. Né ci sarà l’11 gennaio, data stabilita per il rientro – comunque parziale – degli studenti. Tanto varrebbe alzare bandiera bianca e ammettere che no, anche volendo, non c’è modo di potenziare il servizio e scaglionare gli ingressi in maniera sostenibile.

Il paradosso è che sono gli stessi studenti a non voler tornare in classe: con la terza ondata del virus in preparazione e il continuo alternarsi fra zone rosse e arancioni, che senso ha tornare a scuola per pochi giorni, se poi bisognerà richiudersi in casa subito dopo?

«Senza misure adeguate, la riapertura delle scuole nel pieno della seconda ondata della pandemia era evidentemente impossibile. Riaprire le scuole per richiuderle subito non serve a nulla senza una progettualità che permetta di tenerle aperte. Da una politica che si riempie la bocca con l’importanza della scuola ci aspettiamo soluzioni, non silenzi e ritardi. Vogliamo rientrare a scuola, ma vogliamo farlo in sicurezza!», scrive su Facebook la Rete degli Studenti Medi.

Il messaggio è lo stesso da mesi. «Gli studenti non aspettano altro che di poter tornare in classe, ma al di dà di un evidente limite di gestione, il problema è l’assenza di un’idea complessiva sul ruolo della scuola nel Paese. L’istruzione è diventata uno strumento per dimostrare qualcosa, ma nei fatti si è dimostrata solo tanta incompetenza», dice a Linkiesta Federico Allegretti, coordinatore nazionale della Rete.

In questa situazione, praticamente è ormai solo la ministra Lucia Azzolina a insistere per il ritorno in presenza, mentre ormai molte regioni hanno già firmato ordinanze per il rinvio: la Campania, ad esempio, ha deciso di posticipare il tutto al 31 gennaio – sempre che la situazione epidemiologica lo consenta.

Forse sarebbe più onesto adottare questa linea, piuttosto che optare per un differimento di pochi giorni che, nei fatti, nulla cambierà. Intanto, da Save the Children arrivano le statistiche: sono almeno 34mila gli studenti delle superiori a rischio dispersione scolastica; il 28% dei 14-18enni ha già dichiarato che almeno un compagno di classe ha smesso di frequentare la scuola dall’inizio della pandemia.

«La responsabilità è sicuramente di un ministro che non sa lavorare, ma anche di un governo che non ha saputo sopperire alle sue mancanze e di una politica che da vent’anni taglia sulla scuola. Si continua a non capire che se i giovani sono il futuro, è adesso che bisogna pensarci», puntualizza Allegretti.

Ma fra il caos sul piano vaccini e l’instabilità di un governo che sembra poter cadere da un momento all’altro, o almeno cambiare in parte con un rimpasto, l’unica cosa certa è, ancora una volta, che i ragazzi sono rimasti ultimi nella scala delle priorità. «Qualunque situazione di instabilità politica non può agevolare la gestione di una situazione comunque complessa, ed anche un cambio di governo non porterà la bacchetta magica. Quanto al ministero dell’Istruzione, non penso che Azzolina salterà, perché Conte la difende a spada tratta e in più sarebbe un’ammissione di responsabilità che il Movimento Cinque Stelle non vorrà mai fare. Comunque non è che negli ultimi vent’anni al ministero ci abbiano consegnato grandi menti…», commenta il coordinatore della Rete degli Studenti.

Molti e validi sarebbero invece i cervelli da mettere al lavoro sui progetti per la ripartenza. «Noi stiamo ancora aspettando di ricevere la convocazione al tavolo di confronto con il governo sul Next Generation Eu, visto che la ministra si è assunta questa responsabilità. Se poi sarà un tavolo simbolico o sostanziale, dipenderà da lei», dice Allegretti. La leva principale della Rete è quella di una partecipazione giovanile che non si è mai ridotta in questi mesi, assicura il portavoce. «Dai giovani durante la pandemia sono arrivati gesti di grande responsabilità, anche se la stampa continua a dipingerli come una fonte di problemi. Come a dire: siete il nostro futuro ma avete la testa vuota, mettetevi da parte che il futuro ve lo costruiamo noi».

In tutto questo, l’unico merito di Azzolina, secondo la Rete degli Studenti Medi, è stato di essersi messa in ascolto, accogliendo almeno in parte le proposte che le organizzazioni studentesche avevano portato sul tavolo. «Sulla maturità siamo stati noi a spingere perché fossero ammessi tutti indistintamente, ed è stato un atto dovuto, visto che sono mancati i termini minimi per stabilire chi poteva accedere e chi no. Il tema del diritto allo studio è stato critico», sottolinea Allegretti.

Ora, sul Next Generation Eu le associazioni studentesche si propongono di portare avanti rivendicazioni classiche: edilizia scolastica, trasporti e strumenti per il protagonismo della cittadinanza studentesca, oltre naturalmente a digitalizzazione della didattica e diritto allo studio. «Lo facciamo non perché ci piaccia ripeterci, ma perché i problemi sono sempre gli stessi.

Sull’edilizia, ad esempio, sono sempre i tetti che crollano a fare clamore, ma in Sicilia ci sono scuole che hanno problemi con le reti idriche e devono indebitarsi con le banche per pagare le autobotti, e scuole dentro appartamenti per i quali pagano l’affitto. Queste situazioni vanno completamente eliminate. Dobbiamo costruire strumenti che risolvano la situazione non da qui a 5 anni, ma da qui a 30, a partire dal capitolo sulla spesa per l’istruzione, per colmare il gap che abbiamo con il resto d’Europa».

Se quella sui fondi in arrivo dall’Unione è una partita ancora aperta, però, non si può dire lo stesso per ciò che accadrà alla scuola da qui a giugno. Ad oggi, aperture e chiusure continue appaiono l’unica dinamica possibile per il resto dell’anno scolastico. Se non addirittura oltre. «Io credo che bandiera bianca sulla riapertura delle scuole si sia alzata a febbraio 2020, solo che si continua a sostenere il contrario», conclude Allegretti. La Rete degli Studenti Medi promette mobilitazioni. L’unica alternativa: rassegnarsi a perdere un altro anno di scuola.