Disneyland sul mareI musei potrebbero riaprire a breve in tutta Italia, ma non a Venezia

Nei giorni in cui il mondo della cultura spera di poter organizzare la ripartenza, la decisione del sindaco Brugnaro di lasciare tutto chiuso almeno fino ad aprile non è piaciuta a molti cittadini. La Fondazione che gestisce le strutture della città ha ricevuto 8 milioni di euro come compenso per i mancati introiti del 2020, ma oltre 500 dipendenti proseguiranno comunque con la Cassa integrazione

Lapresse

I musei italiani potrebbero riaprire al pubblico nei prossimi giorni, lentamente, nel rispetto delle norme di sicurezza dettate dall’emergenza sanitaria. L’istituzione di una zona bianca nel nuovo dpcm è un segnale incoraggiante in questa direzione. Un segnale che però non vale per i Musei civici di Venezia: al netto dell’attuale zona arancione in Veneto, resteranno chiusi almeno fino al primo aprile su decisione del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, che è vicepresidente della Fondazione Musei civici (Fmvc) e anche Assessore alla Cultura del Comune.

Negli ultimi mesi, senza turismo a Venezia si è percepita la differenza enorme rispetto al passato, sia a livello economico sia per com’è cambiata la vita tra i canali. Ma proprio nel momento in cui si potrebbero gettare le basi per una ripartenza, almeno nel settore culturale e turistico, il sindaco chiama la serrata dei Musei civici.

«È l’atteggiamento di chi considera la città come Disneyland», dice a Linkiesta lo storico dell’arte Franco Miracco, già consigliere della Biennale di Venezia e consulente dei ministri Giancarlo Galan e Lorenzo Ornaghi ai Beni Culturali. Per Miracco l’attuale amministrazione cittadina cade nell’errore di considerare i servizi solo in funzione dei turisti, come se la città non dovesse funzionare anche per i residenti: «Non capisce che ovunque nel mondo i musei fanno parte del tessuto culturale di una città. Invece il messaggio che si manda è che Venezia serve per Mestre, per gli alberghi che sono nati introno, che questa bellezza serve solo per portare soldi con il turismo».

Altre istituzioni museali cittadine, come la Fondazione Guggenheim, vanno avanti, si organizzano con programmi in streaming, collaborano con altri musei e offrono servizi alternativi al pubblico per rispettare il loro ruolo di istituzione culturale. Invece i Musei civici resteranno chiusi, da Palazzo Ducale – una delle mete più visitate d’Italia, che negli ultimi anni ha portato grandi incassi alla Fondazione – a Ca’ Pesaro, che è meno visitata e frequentata più spesso dagli studenti.

«Inoltre la decisione del sindaco va contro la Convenzione firmata nel 2008 tra il Comune di Venezia e la Fondazione Musei civici, in particolare per l’Articolo 7 sulle modalità di gestione, fruizione e valorizzazione dei Musei. Per valorizzazione ovviamente s’intende ogni attività diretta a migliorare le condizioni di conoscenza e conservazione dei beni culturali e a incrementarne la fruizione. Ma qui non c’è niente di tutto questo, solo il calcolo dei soldi che non arrivano da fuori per la mancanza di turisti», dice Miracco.

L’accusa di Miracco non è poi molto distante, nei toni e nei contenuti, da quella che si può leggere anche sulla stampa internazionale (qui un articolo del Figaro), perché l’eco di tutto quel che avviene a Venezia risuona sempre ben oltre i confini del Comune.

Anche la International Council of Museums (Icom), di cui fa parte la stessa Fondazione dei Musei civici di Venezia, è intervenuta direttamente con un comunicato: «Icom Italia ha ribadito più volte l’importante ruolo sociale del museo, un servizio pubblico essenziale per le popolazioni. Per questo ha sollecitato anche recentemente il governo ad autorizzarne l’apertura al pubblico appena vi siano le condizioni di sicurezza sotto il profilo sanitario – in particolare nei territori nei quali sia consentita la mobilità delle persone – lasciando ai rispettivi organi di governo la valutazione complessiva della sostenibilità economica e dell’opportunità».

Brugnaro non ha fatto passi indietro. Contattata da Linkiesta, l’amministrazione cittadina ha preferito rimandare alle dichiarazioni del sindaco pubblicate dal Gazzettino: «Ho agito come un buon padre di famiglia – aveva spiegato – è una decisione che rivendico e difendo. Senza turisti i musei sono in perdita, la Fondazione è un bene pubblico, merita una gestione oculata. In questa fase di incertezza e assenza di mobilità abbiamo programmato un bilancio a zero incassi per garantire la cassa integrazione ai dipendenti. Tenere aperto avrebbe voluto dire mettere a rischio i conti della Fondazione, i posti di lavoro».

Che ci sia un approccio imprenditoriale, nel senso che guarda prima di tutto all’aspetto economico, è evidente anche dalle parole del sindaco. Ma in questo modo il rischio è quello di intaccare l’immagine della città intesa come polo culturale. È l’idea di Pier Paolo Baretta, sottosegretario al Ministero dell’Economia, candidato a sindaco alle elezioni dello scorso settembre e sconfitto proprio da Brugnaro: «Venezia è una città molto esposta ad osservazioni e opinioni di un pubblico nazionale e internazionale, in tutto, si veda anche l’interesse per la vicenda del Mose. Dare la sensazione di una città che si chiude in se stessa anziché aprirsi al mondo intero è preoccupante. Questa visione è figlia di una strategia della città che va verso un progressivo isolamento, e Venezia non se lo può permettere».

La decisione di Brugnaro sarà un duro colpo anche per i lavoratori della Fondazione: viene prolungata la Cassa integrazione per i dipendenti – circa 80 quelli a tempo pieno dei musei, oltre 300 quelli in appalti nei vari servizi appaltati alle cooperative che si occupano delle sale, delle biglietterie, della sicurezza – nonostante il Comune abbia incassato 8 milioni da Roma, come fondi stanziati per la ripartenza. «Brugnaro sceglie di chiudere quando il bilancio è in attivo di un milione di euro, grazie alle sovvenzioni dello Stato, che a Venezia ha portato 8 milioni di euro. Questa è una sconfitta per la cultura e la città», dicono dalla Fp-Cgil.

E come spesso accade in questi casi, a pagare di più sono le categorie più deboli, dice a Linkiesta la capogruppo del Partito democratico al Consiglio comunale di Venezia Monica Sambo: «Vengono colpite soprattutto le donne: sono la maggioranza di quegli oltre 300 lavoratori dei servizi museali, e sappiamo quanto questa crisi abbia significato nel mercato del lavoro per le donne in termini di occupazione e difficoltà economiche».

Ma la reazione dell’opinione pubblica sembra piuttosto omogenea, e contraria alla decisione del sindaco. «Questa scelta – spiega Sambo – dimostra che non c’è nessuna idea di sviluppo per il futuro della città: oggi bisogna capire come far tornare la gente nella “Città d’acqua”, ma non il turismo mordi e fuggi di prima, serve chi rimane e fa vivere la città. Invece la visione del sindaco sembra andare allo status quo precedente».

Non a caso la mobilitazione cittadina si è concretizzata in una raccolta firme promossa dalla rivista veneziana Ytali, che ha lanciato un appello per far cambiare idea al primo cittadino. «Dopo pochissimo tempo avevamo raggiunto le 6mila firme, ben oltre i dipendenti dei musei, e molti hanno aderito anche da fuori Venezia o dall’estero, come la storica dell’arte Deborah Howard», dice a Linkiesta il direttore della rivista Guido Moltedo. «Ma – aggiunge – la maggior parte di questo consenso è legata soprattutto a una reazione della cittadinanza che non vuol vedere la città storica usata solo come una mucca da mungere mentre il sindaco parla ai suoi elettori della terraferma».

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