A occhi chiusiIl Consenso descrive la deriva e la cecità di un’intera classe intellettuale

Quello di Vanessa Springora è un racconto autobiografico, un quadro del mondo della letteratura francese e, soprattutto un resoconto scioccante della sua relazione (da minorenne) con lo scrittore Gabriel Matzneff, cosa che la madre e gli amici cercavano di considerare normale

Di Jene Yeo, da Unsplash

All’inizio mia madre non è per niente contenta della situazione. Passata la sorpresa, lo choc, chiede ai suoi amici, si fa consigliare dalle persone che le sono vicine. A quanto pare nessuna di loro si dimostra particolarmente preoccupata.

Poco a poco, davanti alla mia determinazione, finisce per accettare le cose per quello che sono. Forse mi crede più forte, più matura di quello che sono. Forse è troppo sola per reagire diversamente.

Forse avrebbe bisogno di un uomo accanto, di un padre per sua figlia, che insorgesse difronte a quell’anomalia, quell’aberrazione, quella… cosa. Qualcuno che prendesse in mano la situazione.

Ci vorrebbero anche un clima culturale e un’epoca meno compiacenti.

Dieci anni prima che incontrassi G., verso la fine degli anni settanta, un gran numero di giornali e intellettuali di sinistra, infatti, avevano difeso pubblicamente degli adulti accusati di aver avuto delle relazioni “colpevoli” con degli adolescenti.

Nel 1977 venne pubblicata su Le Monde una lettera aperta in avore della depenalizzazione delle relazioni sessuali tra minori e adulti intitolata A proposito di un processo, firmata e sostenuta da eminenti intellettuali, psicanalisti e filosofi famosi, scrittori all’apice della gloria, la maggior parte di sinistra.

Tra gli altri si trovano i nomi di Roland Barthes, Gilles Deleuze, Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre, André Glucksmann, Louis Aragon…

Quella lettera si oppone all’incarcerazione di tre uomini in attesa di processo per aver avuto (e fotografato) delle relazioni sessuali con dei minori di tredici e quattordici anni. In particolare vi si legge: Una detenzione preventiva così lunga per istruire un semplice caso di “costume”, in cui i bambini non sono stati vittime di alcuna violenza ma, al contrario, hanno precisato ai giudici d’istruzione che erano consenzienti (nonostante attualmente la giustizia neghi loro ogni diritto al consenso) ci sembra già di per sé scandalosa.

La petizione è firmata anche da G.M. Bisognerà aspettare il 2013 perché confessi di esserne stato l’ideatore (nonché l’autore), e di avere ricevuto all’epoca solo pochi rifiuti alla richiesta di firme (tra cui quelle notevoli di Marguerite Duras, Hélène Cixous e… Michel Foucault, piuttosto agguerrito nel denunciare ogni tipo di repressione).

Lo stesso anno venne pubblicata un’altra petizione su Le Monde, intitolata Un appello alla revisione del codice penale sulle relazioni minorenni-adulti, che raccolse ancora più consensi (si aggiungono ai nomi precedenti quelli di Françoise Dolto, Luis Althusser, Jacques Derrida, tanto per citarne alcuni, perché la lettera aperta conta ottanta firmatari, tra le personalità intellettuali più in vista del momento).

Un’altra petizione comparve invece su Libération nel 1979, in sostegno a un certo Gérard R., accusato di vivere con delle ragazzine tra i sei e i dodici anni, firmata anche quella da importanti personalità del mondo letterario.

Trent’anni dopo, tutti i giornali che avevano accettato di far circolare quelle idee più che discutibili pubblicheranno gli uni dopo gli altri il loro mea culpa. Si difenderanno dicendo che un mezzo di comunicazione è sempre e solo il riflesso di un’epoca.

Perché tutti quegli intellettuali di sinistra avevano difeso con tanto ardore delle posizioni che oggi sembrano così scioccanti? In particolare l’alleggerimento del codice penale in materia di relazioni sessuali tra adulti e minorenni e l’abolizione dell’età del consenso?

Il fatto è che negli anni settanta, in nome della liberazione dei costumi e della rivoluzione sessuale, bisognava difendere il libero godimento di tutti i corpi. Impedire la sessualità giovanile era sinonimo di oppressione sociale, e limitare la sessualità tra individui della stessa classe di età equivaleva a una forma di segregazione.

Lottare contro la reclusione dei desideri, contro ogni forma di repressione, queste erano le parole d’ordine di quel periodo, senza che nessuno ci trovasse niente da ridire, se non i bigotti e qualche tribunale reazionario.

Una deriva e una cecità di cui quasi tutti i firmatari di quelle petizioni si scuseranno in seguito. Nel corso degli anni ottanta, l’ambiente in cui cresco è ancora influenzato da quella visione del mondo.

Mia madre mi ha confessato che quando era adolescente lei, il corpo e i suoi desideri erano ancora un tabù, e che i suoi genitori non le avevano mai parlato di sessualità. Nel ’68 aveva appena diciotto anni e aveva dovuto liberarsi prima da un’educazione troppo soffocante, poi dalla morsa di un marito insopportabile sposato troppo presto.

Come le eroine dei film di Godard o di Sautet adesso quello che desidera sopra ogni altra cosa è affermare che quella è la sua vita. Forse per lei “Vietato vietare” è rimasto una specie di mantra. Non è così semplice liberarsi dallo spirito del tempo.

da “Il consenso”, di Vanessa Springora, La Nave di Teseo, 2021, pagine 192, euro 17

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