Venti regioni, venti soluzioniIn tempo di pandemia i governatori si sentono viceré e ognuno fa a modo suo

La gestione cambia da un territorio all’altro, mentre le scuole aprono e chiudono. Si va in ordine sparso, tanto che prima di anziani e fragili in alcune zone sono state vaccinate le categorie più diverse. Il governo Conte aveva rinunciato a stoppare l’autonomia regionale, ed è intervenuta la Corte Costituzionale. Ora Draghi corre ai ripari

Mauro Scrobogna /LaPresse

Vaccinano categorie a piacere, chiudono le scuole anche se non è necessario, prenotano Sputnik senza che sia stato autorizzato dall’Ema. Anche durante la pandemia le Regioni hanno continuato a dettare legge. Come al solito, senza rendere conto a nessuno.

In tempi di Covid i governatori sono Viceré, nonostante il presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini provi a rinfrescare la memoria ai colleghi: «Siamo una nazione, non venti piccole patrie». Da Nord a Sud le differenze nella gestione del virus si sono rivelate clamorose.

«Alcuni presidenti stanno dando un importante contributo all’affossamento di un istituto fondamentale della nostra Costituzione, la regione. Dimostrano di non conoscere le leggi e il buon senso», racconta il giudice emerito della Corte costituzionale Sabino Cassese. E a Linkiesta spiega: «Il diritto alla salute dei lombardi non è diverso da quello dei calabresi, è una questione elementare».

Il premier Mario Draghi parla poco, ma ha sentito il bisogno di intervenire per bacchettare i territori che si muovono «in ordine sparso». E «questo non va bene». Sulla campagna vaccinale è stato ancora più chiaro: «Alcune Regioni trascurano i loro anziani in favore di gruppi che vantano priorità probabilmente in base a qualche loro forza contrattuale».

Puntualissime le reazioni dei governatori: «Ingeneroso», «non ce l’aveva con noi», «È scaricabarile», «non siamo capri espiatori». Peccato che da Nord a Sud, mentre i fragili aspettavano il loro turno, si stappavano fiale per dipendenti amministrativi, avvocati, giornalisti, studenti universitari, panchinari e amici di amici. «I ventenni vaccinati in Lombardia sono il doppio dei settantenni», denuncia il sindaco di Bergamo Giorgio Gori.

Così Palazzo Chigi ha varato un nuovo piano: finalmente si procederà per età e patologie. Il problema resta la quantità di dosi disponibili. Anche sull’approvvigionamento, alcuni governatori hanno provato a fare scorte senza aspettare Roma.

Il pioniere è stato Luca Zaia. A inizio febbraio annunciava che il Veneto si sarebbe mosso per comprare i vaccini tramite broker e intermediari. Il Doge aveva parlato di 27 milioni di dosi complessive di Pfizer pronte ad atterrare in Laguna. L’iniziativa di Zaia ha scatenato la curiosità dei colleghi di Friuli, Piemonte e Marche, che meditavano di fare la stessa cosa. Poi sono arrivate le inchieste della magistratura. E gli emissari che promettevano le valigette di fiale sono scomparsi.

«I vaccini sono diversi dalla grappa barricata, quella puoi comprarla con gli intermediari». Così Vincenzo De Luca apostrofava il collega veneto. Infatti il presidente della Campania si è servito direttamente alla casa madre: pochi giorni fa ha prenotato Sputnik V, che però non è ancora stato approvato dall’Ema. Il via libera del preparato russo non arriverà prima di tre o quattro mesi, secondo Draghi. «Si sbrighino con le verifiche», attacca il governatore del Lazio Nicola Zingaretti. Chissà che ad Amsterdam, sede dell’Agenzia europea del farmaco, non lo ascoltino.

Anche sulle scuole la pandemia ha moltiplicato le piccole patrie. A Milano gli studenti sono andati in classe 112 giorni contro i 48 di Bari. Alcune Regioni hanno chiuso gli istituti più del dovuto, anche contro il volere del governo. Ora, forse, il cambio di marcia. Draghi ha annunciato l’intenzione di riaprire dopo Pasqua fino alla prima media, anche in zona rossa: «Le scelte dei governatori dovranno essere riconsiderate».

Nello stesso giorno in cui il premier parlava, il presidente della Puglia Michele Emiliano si faceva aggiungere nei gruppi Whatsapp dei genitori per chiedere cosa ne pensassero dell’eventuale ritorno in classe. Lui che in questi mesi ha sfornato ordinanze e duellato col Tar per scoraggiare la didattica in presenza. Anche in Calabria il facente funzioni Nino Spirlì ha chiuso le aule per poi essere smentito dal Tribunale amministrativo regionale. Cosa accadrà dopo la Resurrezione di Gesù? Nel nuovo decreto legge con le regole anti-Covid, l’esecutivo ha stabilito che le Regioni non potranno più imporre la DaD fino alla prima media. Intanto Abruzzo, Molise e Basilicata continuano a tenere gli studenti a casa, nonostante siano in zona arancione.

Tra vaccini e protocolli, resta il caos. «L’errore del governo Conte è stato quello di non chiarire subito che un problema globale come la pandemia non poteva essere gestito a livello regionale», spiega a Linkiesta Francesco Clementi, costituzionalista e professore di Diritto Pubblico Comparato all’Università di Perugia.

«Dentro l’ambiguità di poteri e competenze c’era un vantaggio politico innegabile. Usare la responsabilità condivisa ha fatto comodo a tutti in un anno elettorale in cui la gestione della pandemia per molti governatori era una leva formidabile da usare in vista del voto. Il tiro alla fune tra Stato e Regioni ha rappresentato una strategia con cui dire che “oggi è colpa mia” e “domani è colpa tua”».

Il gioco delle parti ha creato squilibri sempre più evidenti. Giuseppe Conte non ha avuto la forza politica di dire no all’autonomia regionale. A un anno dall’inizio della pandemia, è dovuta intervenire la Corte costituzionale per mettere un punto ai rimpalli. La sentenza numero 37 del 17 marzo ha disposto che sulla gestione del virus non c’è più competenza concorrente tra Stato e Regioni, la titolarità spetta in via esclusiva al governo. La campagna vaccinale e tutti gli interventi di cura e profilassi fanno parte della sfera statale. Le Regioni non hanno più discrezionalità, ma devono eseguire le decisioni dell’esecutivo.

«Questa sentenza rappresenta uno spartiacque decisivo per togliere alibi e confusione. Nei mesi scorsi abbiamo assistito a equivoci e demagogia. Le Regioni erano legittimate a prendere decisioni proprie, oggi non più.  Adesso il punto è gestire il passaggio tra quel periodo e la “nuova” competenza esclusiva dello Stato stabilita dalla Consulta. Il premier Draghi sta cucendo il passato col futuro a partire da questa consapevolezza».

Il governo deve far rispettare in fretta la decisione dei giudici costituzionali, ripete Cassese. «Oggi questa situazione è un’eredità di Conte. Ricordo che il Presidente degli Stati Uniti, nel 1957, mandò l’esercito per far eseguire una sentenza della Corte suprema». Il premier Draghi ha scelto la strada del dialogo con le Regioni. Le ha incontrate lunedì per definire la nuova strategia e cominciare a programmare le riaperture.

Da mesi osservatori e politici evocavano una clausola di supremazia a favore dello Stato, ormai superata dalla sentenza della Consulta.

Resta il nodo irrisolto del rapporto tra Stato e autonomie. Per molti, mettere mano al Titolo Quinto non è solo un auspicio, ma una necessità. «Una volta risolta l’emergenza sanitaria – spiega Clementi – la politica dovrebbe avere la forza di superare il bicameralismo paritario trasformando uno dei due Rami del Parlamento nella Camera delle Autonomie. E se non lo si vuole fare, almeno bisognerebbe istituzionalizzare la Conferenza Stato-Regioni. Bisogna dare dignità costituzionale alle autonomie. E finora nessuno ha voluto farlo».

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