Regole di benvenutoIl senso dell’accoglienza e il linguaggio della cucina

Nel suo libro, a metà tra autobiografia e trattato pubblicato dal Saggiatore, Priya Basil indaga le varie declinazione dell’ospitalità, della generosità e della condivisione. Tutti elementi che contribuiscono ad allentare i confini e trovare i punti in comune dell’umanità

Immagine da Stefan Vladimirov, da Unsplash

Delle oltre 15.000 iniziative promosse in Germania dal 2015 per aiutare i rifugiati in arrivo, una percentuale consistente è incentrata sul cucinare e mangiare insieme come strumento per favorire la comunità.

Molti raduni mirano a unire i residenti di lunga data e i nuovi arrivati, a far conoscere sconosciuti che potrebbero non avere nemmeno la lingua in comune. Si incontrano in spazi neutrali, come oratori, scuole, centri sportivi, dove tutti sono al tempo stesso ospitanti e ospitati, e contribuiscono come possono: tagliando le verdure, suonando o pulendo.

All’inizio del 2016, un’amica mi invitò a uno di questi raduni mensili che lei, come membro del Klausenerplatz Refugee Initiative, aiuta a organizzare allo Stadtteilzentrum Charlottenburg di Berlino. La sua è una delle numerose Vereine, o associazioni, che compongono la società civile tedesca.

Ci sono più di 600.000 Vereine in Germania: un cittadino su due ne fa parte, il che spiega la battuta per cui se tre tedeschi si incontrano fondano un club. Circa il 24 per cento delle Vereine si concentra sull’assistenza a migranti e rifugiati. A prescindere dal loro scopo – cultura, sport, integrazione sociale – le Vereine sono registrate come organizzazioni non‐profit.

Sono gestite da volontari e finanziate principalmente da donazioni private, anche se alcune hanno i requisiti per ricevere fondi statali, come la Klausenerplatz Initiative. Questo gruppo di quartiere lavora per aiutare i nuovi arrivati ad ambientarsi tramite incontri e corsi di lingua.

Fondata nel 1999, il suo anno più impegnativo fu il 2016. Il giorno in cui andai, al mio tavolo c’erano siriani, afghani, iracheni e tedeschi, almeno quattro lingue madri tra dieci persone e solo due in grado di tradurre una minuscola parte di tutto ciò che aspettava di essere chiesto o detto. Anche nei tavoli circostanti, le persone guardavano o annuivano invece di parlare.

Ero contenta di essere lì, ma un po’ frustrata dallo scambio limitato. Sentivo anche delle strane fitte, non esattamente di fame, o almeno non di cibo. Ci misi un po’ a riconoscere il vecchio pulsare infantile dell’insicurezza, il desiderio di certezze.

Mi sentivo strana perché, dopo quindici anni vissuti in Germania, mi accorgevo, per la prima volta, di non essere in minoranza: c’erano molte più facce marroni che bianche nella sala. Mi mescolavo, almeno in superficie, a questa massa di persone dislocate come mai mi era successo in qualsiasi altro spazio pubblico di questa città. Ma, in quel momento, non mi sentivo particolarmente a casa. Al contrario, mi sentivo estranea, impacciata e senza nessuno scopo o ruolo preciso.

In cucina, una dozzina di volontari preparava un banchetto, collaborava a gesti e a intuito per riprodurre le specialità del Kerala, del Kurdistan, di Kabul. Sul retro, musicisti di ogni provenienza improvvisavano e provavano quello che a breve avrebbero suonato per intrattenerci.

I bambini correvano gridando dentro e fuori dal giardino: non avevo idea di cosa dicessero, ma i loro strilli erano perfettamente comprensibili. Gioia e disperazione hanno lo stesso suono ovunque. I ragazzi erano appoggiati, con studiata noncuranza, ai muri del corridoio, osservando i preparativi con apparente indifferenza. Altri zigzagavano tra i tavoli dove erano ammucchiate bottiglie di succo e di bibite, riempiendo i bicchieri e sorridendo imbarazzati ai grazie che arrivavano con diverse intonazioni e sfumature.

Una volta pronto il cibo, la folla frammentata di centinaia di persone si unì all’improvviso e per un momento mi trovai a far parte di quella confluenza. Le parole non contavano. Nella condivisione di un pasto tutti comunicavano tramite il vocabolario delle cibarie. Scoprivano un assaggio gli uni degli altri tramite il dizionario dei piatti. Imparavano un nuovo lessico di generosità e perdita, desiderio e risate che poteva spianare la strada per gli scambi futuri.

Fu un momento decisivo: la sensazione simultanea di alterità e somiglianza, il disagio di non sapere se ospitavo o venivo ospitata e il sollievo di trovare uno spazio comune a tavola, di capire il potenziale egualitario dell’atto di spezzare il pane con degli sconosciuti.

A volte vorrei esistesse una forma indolore di esposizione che ci potesse rivelare tutti gli uni agli altri, in un istante immediato, in un modo intimo e duraturo. Quale forma di ospitalità nascerebbe da una comprensione così profonda, così ampia?

da “Elogio dell’ospitalità. Riflessioni sul cibo e sul significato della generosità”, di Priya Basil, Il Saggiatore, 2021, pagine 136, euro 16,00