Scripta manent, verbali volantLa guerra civile dei magistrati e la grande ipocrisia del giornalismo

Dal caso Palamara alle ultime incredibili vicende della procura di Milano, una domanda si impone: quand’è esattamente che le accuse diventano fango, e vanno pertanto cestinate, e i loro propalatori denunciati come avvelenatori di pozzi, e quand’è invece che vanno prese e pubblicate come oro colato?

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Uno dei segnali più evidenti da cui emerge il declinare del potere berlusconiano sta nel fatto che i magistrati abbiano cominciato a farsi la guerra tra di loro, con le stesse armi di sempre, in televisione e sui giornali. E che giornalisti e politici non capiscano più da che parte schierarsi. A parte qualcuno, s’intende.

Tutti concordano sul fatto che ormai, dal caso Palamara alle ultime incredibili vicende della procura di Milano, sia in corso un vile e pericolosissimo tentativo di delegittimare la magistratura, formula buona per ogni occasione.

Il problema è che qui, da una parte e dall’altra della barricata, da quella degli accusatori (o calunniatori) come da quella degli accusati (o calunniati), sempre magistrati stanno. Dunque, per essere precisi, dovremmo aggiungere che il vile e proditorio attacco alla magistratura viene dalla stessa magistratura. Di conseguenza, se proprio di attacco si volesse parlare, bisognerebbe anche dire che non si tratta di un’offensiva proveniente dall’esterno, ma di una guerra civile.

Un altro problema non da poco è che molti dei magistrati e dei giornalisti che se ne occupano sono proprio coloro che in questi anni, quando al centro degli scandali erano i politici, teorizzavano (e praticavano) il principio secondo cui era giusto pubblicare tutto, indagare tutti, intercettare, perquisire e interrogare chiunque, di fronte praticamente a qualsiasi genere di accusa, in base al principio «male non fare, paura non avere».

Ora però sotto i riflettori ci sono alcune indagini non fatte, quelle sulla fantomatica «loggia Ungheria», e verbali non pubblicati, quelli che diversi giornali hanno detto di avere ricevuto e di non avere messo in pagina perché non ne era chiara la provenienza (di solito evidentemente glieli mandano con ricevuta di ritorno). Con alcuni magistrati (e giornalisti) a dire che era giusto così, perché era evidente che si trattava di montature e calunnie, e quindi prendersi del tempo era il minimo, e con altri magistrati (e giornalisti) a dire che invece no, certo che si doveva indagare, ed è ben strano che non si sia proceduto subito.

Quello che si sa di sicuro è che le carte arrivano, informalmente, a Piercamillo Davigo. A portargliele è il pm Paolo Storari (che per questo è ora indagato per rivelazione del segreto d’ufficio), convinto che su quelle scottanti dichiarazioni dell’avvocato Piero Amara la procura di Milano non voglia fare luce. E cosa fa Davigo? Se le prende, le legge e ne parla, sempre informalmente, con alcuni suoi colleghi consiglieri del Csm e con altre autorità. E ora, rispondendo alle critiche, spiega che procedere per canali «formali» avrebbe significato a suo giudizio compromettere la riservatezza di quei documenti. Sta di fatto che al momento la sua segretaria è indagata per calunnia, con l’accusa di essere stata proprio lei a inviare quei verbali ai giornali, accompagnandoli a considerazioni evidentemente non lievi sui vertici della procura milanese e le ragioni della sua presunta inerzia.

Chi vuole unisca pure i puntini come preferisce. Personalmente, non mi intendo di cronaca giudiziaria e non ho la minima idea di come verbali che dovrebbero essere segreti finiscano regolarmente sui giornali, da decenni, alimentando processi di piazza capaci di stroncare carriere, e a volte vite, per finire poi in un nulla di fatto in tribunale, e spesso senza nemmeno arrivare al processo.

Proprio perché non me ne intendo, però, mi restano alcune domande, che non riguardano il merito delle accuse, ma il lessico, cioè il modo in cui ne parliamo, specialmente noi giornalisti. Ad esempio: che differenza c’è esattamente tra formalità e legalità? Quand’è esattamente che le accuse diventano fango, e vanno pertanto cestinate, e i loro propalatori denunciati come corvi, mestatori, avvelenatori di pozzi, e quand’è invece che vanno prese e pubblicate come oro colato, magari accompagnate dal commentino ipocrita in cui si spiega che, «al di là dell’eventuale rilevanza penale», quello che ne emerge è così grave dal punto di vista etico, politico, antropologico, che non si può far finta di non vedere? Quand’è esattamente che il problema di come quei verbali, quelle intercettazioni, quei documenti siano stati acquisiti diventa il problema centrale e preliminare, tale da imporre non solo di non pubblicarli, ma di denunciare con forza l’oscura manovra che ci sarebbe dietro, e quand’è invece che su tutto questo non è il caso di fossilizzarsi, perché in fondo, suvvia, è una questione di metodo, di cui semmai discuteremo dopo, ma il merito è troppo grave?

Quand’è, insomma, che riteniamo non sia il caso di formalizzarsi, e quand’è che invece ci formalizziamo?