Il pigro stallo del PdLetta spreca tempo con Salvini invece di giovarsi di Draghi (e non si capisce perché)

Sarebbe paradossale se proprio in un momento storico irripetibile come questo, con il Recovery plan a punto, i soldi che ci sono, i progetti in cantiere, la possibilità concreta di cambiare la faccia del Paese, il Partito democratico si attardasse su un terreno politicista, tattico, di mero posizionamento

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Troppo presto, si dirà, per fare un primissimo bilancio della segreteria Pd di Enrico Letta. Nemmeno due mesi. Vero, dunque, anche se mutatis mutandis, nei suoi primi mesi di presidenza Joe Biden ha ridisegnato completamente l’agenda americana. La sensazione – come ci dice un noto parlamentare del Partito democratico – è che «siamo fermi»: e forse è un giudizio troppo ingeneroso che oscura alcune cose importanti che il nuovo segretario ha fatto, un nuovo gruppo dirigente, nuovi capigruppo, le proposte sui diritti civili, quella sulla concertazione modello Ciampi, la sintonia con il governo Draghi, una certa lieve risalita nei sondaggi, un’inedita pax interna.

E però «siamo fermi». Sarebbe veramente paradossale se proprio in un momento storico irripetibile come questo, con il Recovery plan a punto, i soldi che ci sono, i progetti in cantiere, la possibilità concreta di cambiare la faccia del Paese, il Pd si attardasse su un terreno politicista, tattico, di mero posizionamento. O si desse un’agenda certamente forte sul piano ideale (ddl Zan, voto ai sedicenni, ius culturae) ma poco incisiva sulla realtà concreta, troppo laterale rispetto alla situazione reale del Paese e dei suoi bisogni.

Così ieri Letta è andato da Mario Draghi per porre una questione squisitamente politica: «Il metodo Salvini non va». È un problema. Naturalmente il leader del Pd ha mille motivi per lamentarsi delle quotidiane sparate di Salvini praticamente su tutto, dall’orario del coprifuoco alla festa degli interisti per lo scudetto, eppure la costante messa in evidenza del (negativo) protagonismo dell’ex ministro dell’Interno può suonare indice di subalternità, rischiando di fare come il scior Pànera, personaggio di Edoardo Ferravilla – parliamo del grande teatro milanese di inizio Novecento – quel personaggio che, costretto a un duello, si lamenta che il suo avversario si muova e non si lasci infilzare. 

A meno che Letta non intenda lavorare per una estromissione della Lega dal governo, lasciando in campo una maggioranza più debole ma più corsa, la famosa maggioranza Ursula – che apparirebbe però una fuga in avanti – l’unica ragione che possa spiegare l’antisalvinismo del segretario va cercata nel suo intento di costruire una dinamica imperniata appunto sulla contrapposizione fra Lega e Pd: primo, perché nella mentalità bipolarista di Letta lo scontro elettorale sarà sostanzialmente fra questi due partiti; e, secondo, per acquisire a se stesso e al suo partito una crescente centralità dopo un lungo periodo di esitazioni e impaludamenti. Di qui il dinamismo del segretario sul terreno più prettamente politico. 

Che rischia però di rimanere confinato nel ring della politica politicante senza parlare alla società, a un Paese ansioso di riscatto. E peraltro carente sulle scelte da fare: il riferimento qui è alle comunali di ottobre, tuttora avvolte nella nebbia. Circa la tanto sbandierata apertura all’esterno c’è giusto l’annuncio delle già mitiche “Agorà”, proposte-shock zero, niente sulla Rai (e detto per inciso non una parola sull’incredibile Report). Meno male che Draghi sa andare avanti anche da solo.

Viene perciò in mente il titolo di un lontanissimo articolo addirittura del settembre del 1945 quando un dirigente del Pci non di primissimo piano che si chiamava Velio Spano scrisse: «Sveglia Parri!». Ferruccio Parri era il Presidente del Consiglio, e gli italiani – scriveva Spano – volevano avere «una più determinata coscienza che il Paese si ricostruisce soltanto marciando più spediti». Ecco, Pd non può stare fermo.