In fondo a destraLa svolta conservatrice dei socialdemocratici danesi non piace neanche ai loro alleati

Da mesi, per non perdere il consenso, la premier Mette Frederiksen ha appiattito il governo di coalizione che guida dal 2019 su posizioni sovraniste, dal rimpatrio forzato dei siriani immigrati in Danimarca al poco ambizioso piano climatico. Anche lo scontro con l’Ue sulla fornitura di vaccini e i mancati sussidi per contrastare la povertà infantile hanno creato qualche malumore tra i suoi deputati

LaPresse

Socialdemocratici di nome ma spesso non di fatto. Nella terra di Amleto, la Danimarca, governata dal 2019 da una coalizione di centrosinistra comprendente i socialdemocratici, la sinistra radicale, il Partito popolare socialista e gli Inuit Ataqatigiit, regna sovrano il dubbio: meglio andare a sinistra o a destra? A giudicare dalle intenzioni iniziali del governo di Mette Frederiksen, la più giovane ministra di Stato nella storia danese, la domanda non si porrebbe, visto che l’esecutivo aveva promesso di migliorare il sistema di welfare rispetto al precedente governo conservatore. La direzione attuale però sembra tutt’altra. Politiche migratorie estremiste, facili compromessi con i partiti conservatori e difficili trattative con i propri alleati sembrano le linee guida che hanno finora orientato le decisioni della 43enne prima ministra. Un approccio che genera più di qualche malumore tra gli alleati e all’interno dello stesso Partito socialdemocratico.

La questione dei migranti
Siriani rimpatriati a Damasco e una legge per istituire centri all’estero dove analizzare le domande di asilo. In materia migratoria il governo socialdemocratico si è ormai appiattito sulle posizioni dei partiti di estrema destra danese, come il Partito popolare. Una mossa che non incontra il favore né dell’Unione europea né dell’UNHCR, che hanno invitato Copenaghen a rivedere l’intero dossier.

L’ultimo atto è stato il disegno di legge approvato dal Folketing, il Parlamento monocamerale danese, che ha deciso di approvare la proposta di ricollocare i richiedenti asilo in Paesi al di fuori dell’Unione europea mentre i loro casi vengono elaborati. Grazie alla nuova legge la Danimarca potrà decidere di spostare i richiedenti asilo che arrivano nel Paese verso centri di un Paese partner fuori dall’Ue in attesa che le loro domande vengano esaminate. Chi verrà respinto dovrà lasciare il Paese ospitante mentre coloro che riceveranno lo status di rifugiato non saranno automaticamente trasferiti in Danimarca, ma avranno piuttosto protezione nel Paese partner.

I Paesi non sono ancora stati annunciati ma tra i papabili ci sono Egitto, Etiopia, Eritrea e Ruanda dove, a inizio maggio, il ministro dell’Immigrazione, Martin Tesfaye, e quello dello Sviluppo internazionale, Flemming Møller Mortensen, si sono recati in visita per siglare alcuni accordi. «L’idea di esternalizzare la responsabilità del trattamento delle domande dei richiedenti asilo è irresponsabile e priva di solidarietà. Abbiamo ripetutamente invitato i membri del Parlamento danese a respingere questo disegno di legge che, per esempio, non chiarisce come verrebbe gestito un eventuale centro di accoglienza in un Paese terzo, alla luce della responsabilità legale della Danimarca di salvaguardare i diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati, garantendo loro protezione», racconta a Linkiesta Charlotte Silente, segretario generale del Danish Refugee Council.

Non è la prima volta che il governo socialdemocratico danese si mette in mostra per comportamenti scorretti nei confronti dei migranti: ad aprile la tv nazionale aveva riportato la storia di Aya Abo Daher, adolescente siriana scoppiata in lacrime perché il governo di Mette Frederiksen aveva imposto a lei e a centinaia di altri rifugiati, giunti nel Paese nel 2015, di tornare in Siria, un Paese ritenuto da Copenaghen sicuro nonostante da dieci anni sia in guerra. 

Un appiattimento generale sulle posizioni estreme ormai generalizzato: tutti i partiti, a parte l’estrema sinistra, sono a favore di misure di contenimento del fenomeno migratorio così come la popolazione danese. In un sondaggio del 2017 di Statista la maggioranza degli intervistati (il 51 per cento) ha espresso un’opinione negativa o debolmente negativa nei confronti dei migranti. Tra i due valori estremi 0 e 10, dove il primo indica un’opinione fortemente positiva nei confronti del fenomeno della migrazione e il secondo fortemente negativa, ha prevalso quest’ultimo con l’11 per cento degli intervistati contro il solo 3 per cento. 

Il rapporto teso con i vicini
Un approccio duro, quasi sfrontato. Sono due i temi che forse raccontano meglio di tutti l’approccio della Danimarca negli ultimi mesi verso i Paesi vicini e l’Unione europea. Il primo, risalente a marzo, riguarda i vaccini. È stata la premier danese Mette Frederiksen ad appoggiare il cancelliere austriaco Sebastian Kurz nella sua guerra all’Unione europea e a una fornitura di vaccini che era allora ancora lontana dall’essere perfetta ed è stata proprio lei ad accompagnare Kurz nel volo d’andata verso Gerusalemme (il volo di ritorno e gli altri problemi del cancelliere austriaco li abbiamo raccontati qui).

Allora la Danimarca era il primo Paese europeo per numero di vaccinazioni, un primato che in parte conserva tutt’ora (secondo il sito Ourworldindata.org il 23 per cento della popolazione ha già ricevuto la seconda dose di vaccino, una percentuale inferiore solamente alle isole di Cipro e Malta, rispettivamente a quota 27 per cento e 52 per cento). Un altro tema molto più recente è quello dello spionaggio. «Non credo sia corretto affermare che vanno ripristinate le relazioni con la Francia o la Germania. Abbiamo un dialogo in corso, e lo abbiamo anche nell’ambito delle questioni di intelligence», ha dichiarato la premier danese all’agenzia di stampa Ritzau.

Grazie a un rapporto investigativo pubblicato domenica scorsa, l’emittente pubblica danese Danmarks Radio (DR) e altri media europei hanno affermato che l’Agenzia per la sicurezza nazionale (NSA) degli Stati Uniti aveva utilizzato i cavi Internet sottomarini danesi dal 2012 al 2014 per spiare alcuni politici in Francia, Germania, Norvegia e Svezia. Tra questi ci sono la cancelliera tedesca Angela Merkel, l’allora ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier, oggi presidente della Repubblica Federale, e l’ex leader dell’opposizione Peer Steinbruck. Parigi e Berlino hanno condannato l’episodio e hanno dichiarato che cercheranno di fare luce sull’accaduto, ma una reazione ben più dura è arrivata dai vicini norvegesi. «Lo spionaggio dei Paesi alleati e amici è inaccettabile: questo principio l’ho ribadito anche alla premier danese», ha dichiarato la premier norvegese Ema Solberg. 

Meglio le foreste o i campi agricoli?
L’agricoltura: un tema centrale per un governo che punta a ridurre del 70 per cento le emissioni di CO2 entro il 2030. Per questo il governo sta pensando a un piano climatico per l’agricoltura che però rischia di dividere la maggioranza. I socialdemocratici sembrano infatti avere idee completamente diverse rispetto ai partiti della coalizione come la Lista dell’Unità, che ha pubblicato un piano climatico molto ambizioso, dove un quinto dei terreni agricoli viene tolto e convertito in foreste, pascoli e aree verdi.

Un’idea che non piace ai coltivatori, che temono di perdere posti di lavoro e terreni. Per questo l’opposizione liberale, guidata dal leader Jakob Ellemann-Jensen, ha subito cercato di ottenere la loro alleanza, facendosi portavoce delle loro paure. Il governo sembra così più orientato a cercare “un accordo ampio” che comprenda sicuramente il Partito liberale ma anche il Partito popolare danese. Una convergenza a destra che probabilmente renderà ininfluente l’opposizione della Lista dell’Unità. 

La questione della povertà
Ancora più ingarbugliata è la questione relativa alla prossima riforma dei sussidi per combattere la povertà infantile: sul tema, infatti, le posizioni dei partiti di coalizione sono ancora più in contrasto. Da un lato il governo vorrebbe prima stabilire una nuova definizione di povertà e poi varare un nuovo piano di sussidi. Infatti, il primo ministro Frederiksen ha dichiarato di non concordare con la definizione di povertà utilizzata da Statistics Denmark, che stabilisce un reddito mediano mensile e annuale sotto il quale definire povera una famiglia.

Ad esempio, per l’istituto di statistica danese è da considerarsi indigente un nucleo famigliare di quattro persone che dispone di meno di 300mila corone danesi all’anno o 25mila al mese (rispettivamente circa 40mila e 3.361 euro al tasso di cambio). Per questo l’intenzione sarebbe quella di definire una soglia di povertà assoluta più che relativa, come hanno dichiarato i ministri socialdemocratici degli Affari sociali, Astrid Krag, e del Lavoro Peter Hummelgaard.

L’intenzione del governo non sembra però supportata dal resto della maggioranza: infatti il partito radicale e la Lista dell’Unità vorrebbero un sistema più diretto che punti ad aiutare le famiglie rimanendo con questi parametri. Se i partiti conservatori dovessero aiutare il governo Frederiksen si rischia la rottura: la Lista dell’Unità ha già minacciato di non appoggiare più l’esecutivo e di voler andare alle elezioni in caso di modifiche all’attuale sistema. Il finale è ancora tutto da scrivere.

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