Luigi d’ArabiaIl gran disastro diplomatico di Di Maio negli Emirati (cui ora Draghi dovrà rimediare)

Dopo aver congelato la fornitura di ventimila bombe per aerei prodotte in Italia e aver bloccato le forniture di pezzi di ricambio per la pattuglia acrobatica emiratina, il ministro degli Esteri ha creato un incidente con Abu Dhabi. Ora i soldati italiani dovranno lasciare al Minhad, unico e indispensabile baricentro logistico per l’Italia in tutto il Medio Oriente

LaPresse

Luigi Di Maio ha combinato un disastro diplomatico e causato danni enormi all’Italia. Altro che «il migliore ministro degli Esteri della nostra storia» come ha decretato  Beppe Grillo. Abituato a “stare coperto”, adottando sempre la posizione dei colleghi europei, senza prendere mai una iniziativa di politica estera che sia una, a gennaio 2021, Giuseppe Conte regnante, ha finalmente deciso di decidere. E ha fatto un guaio. Ha infatti congelato le licenze (già operative) per la fornitura agli Emirati Arabi Uniti di ventimila bombe per aerei prodotte in Italia. E ha anche bloccato le forniture italiane di pezzi di ricambio per la pattuglia acrobatica emiratina, uno sgarro perché questa pattuglia non fa operazioni belliche ma ha una funzione simbolica, rappresenta la bandiera. Dunque un’offesa all’onore nazionale emiratino.

La motivazione della scelta del tutto inusuale è la solita: concretizzare la demenziale strategia estera dei Cinquestelle. Quella ufficiale per l’embargo è boicottare i paesi che fomentano la guerra civile in Yemen. Ma non regge, perché in realtà gli Emirati Arabi Uniti hanno cessato di intervenire militarmente in Yemen da ben due anni e quindi “punirli”, per Di Maio e i Cinquestelle, aveva e ha solo lo scopo di marcare una posizione di forte critica nei confronti dell’Accordo di Abramo, siglato nell’agosto del 2020 tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, che ha rivoluzionato in senso positivo il Medio Oriente.

Insomma, Di Maio e i Cinquestelle, con l’assenso dell’allora premier Conte, hanno voluto ribadire la loro tradizionale posizione favorevole all’Iran contro il quale, appunto, è stato siglato l’Accordo di Abramo. Un perfetto esempio della strategia di politica internazionale ispirata da Beppe Grillo che non a caso ora rompe con Conte perché non rinuncia a dettare al governo la sua agenda di politica estera filo iraniana e filo cinese.

Di questa unica e solitaria iniziativa di politica estera di Di Maio nessuno si è accorto sino a quando non è deflagrata la durissima reazione del principe Mohammed bin Zayed, capo di Stato degli Emirati, che prima ha negato all’aereo che portava in Afghanistan i giornalisti italiani di fare scalo nel suo paese, costringendo il ministro della Difesa Lorenzo Guerini a condurre una cerimonia senza invitati per la fine della missione italiana a Herat. Poi ha intimato lo sfratto entro il 2 luglio della base aerea italiana di al Minhad. Il disastro è che questa base è fondamentale per i nostri contingenti in Afghanistan, in Kuwait e Iraq.

Organizzare il ritiro in atto del nostro contingente militare dall’Afganistan senza fare base negli Emirati è non solo molto costoso, ma anche molto complesso. E questo vale anche per il supporto logistico al nostro contingente in Iraq. Di fatto al Minhad è l’unico e indispensabile baricentro logistico per l’Italia in tutto il Medio Oriente.

Ma non basta, Mohammed bin Zayed minaccia ora anche di far saltare tutti i contratti dell’interscambio Italia–Eau che valgono ben 4 miliardi di dollari l’anno. Infine, ma non per ultimo, gli Emirati di fatto rompono  – perché stupidamente provocati – le relazioni diplomatiche con l’Italia proprio nel momento in cui svolgono un ruolo fondamentale per la tregua politica in Libia e mentre tutte le cancellerie occidentali guardano ad Abu Dhabi come baricentro di una grande svolta politica in Medio Oriente.

Invano, da settimane, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha premuto su Di Maio perché rimediasse al disastro combinato. Incapace di agire, se non come agit prop o come pappagallo delle posizioni dei colleghi europei, il titolare della Farnesina ha infatti lasciato che la crisi si incancrenisse.

Guerini non ha avuto altra scelta se non investire della questione direttamente Mario Draghi, che si prepara ora a rimediare ai danni del suo dilettantesco ministro degli Esteri.