Pecora neraCome l’Ungheria è diventata un’intrusa in Europa

Lo scontro tra il premier ungherese e le istituzioni comunitarie ha raggiunto il suo apice. Il vice-presidente del Parlamento europeo Fabio Massimo Castaldo a Linkiesta: «L’Unione europea pretenda il rispetto dei suoi valori»

LaPresse

«Con questa legge l’Ungheria non ha più posto nell’Ue». Le parole del capo del governo dei Paesi Bassi, Mark Rutte, fotografano il momento di massima tensione fra Budapest e il resto dell’Unione. Il governo di Viktor Orbán è entrato da anni in rotta di collisione con le istituzioni comunitarie, ma l’ultimo Consiglio europeo segnerà probabilmente un punto di svolta: ad attaccare apertamente le scelte politiche dell’Ungheria non è più solo Bruxelles, ma anche le altre capitali europee.

Nell’ultimo vertice fra i capi di Stato e di governo, Viktor Orbán ha dovuto fronteggiare pesanti critiche per una legge approvata dal parlamento ungherese, che vieta la diffusione di contenuti pornografici o in grado di promuovere l’omosessualità tra i minori. «Una legge stupida», secondo il Primo ministro del Belgio Alexander De Croo, «un approccio inaccettabile verso l’omosessualità», secondo la danese Mette Frederiksen e un atto che «oltrepassa una linea rossa», come dichiarato da quello lussemburghese Xavier Bettel. La carica dei leader nazionali, del resto, era già stata espressa in una lettera firmata dai rappresentanti di 17 Stati, tra cui Italia, Francia e Germania, e inviata ai vertici comunitari. Pur non menzionando esplicitamente il Paese magiaro, il testo mette in guardia contro «le minacce ai diritti fondamentali e in particolare il principio di non discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale».

Reazioni sdegnate alla norma sono arrivate anche dalle principali istituzioni dell’Ue, con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che aveva definito «una vergogna» il testo, quello del Consiglio europeo Charles Michel che ha anticipato nell’agenda il dibattito sui valori dell’Ue e quello del Parlamento europeo David Sassoli che ha invocato il meccanismo di condizionalità dei fondi comunitari al rispetto dello Stato di Diritto. 

Proprio quest’ipotesi, ventilata anche dal Primo ministro della Svezia Stefan Löfven («i contribuenti svedesi non vogliono pagare chi non rispetta i nostri valori»), potrebbe segnare il punto di non ritorno nelle relazioni fra Bruxelles e Budapest. Se la Commissione deciderà di attivare il meccanismo e non troverà un’intesa con il governo ungherese, potrà proporre di congelare parte dei finanziamenti comunitari destinati al Paese, compresi quelli del NextGeneration EU. 

A questo punto la palla tornerebbe al Consiglio europeo, dove Orbán sembra sempre più isolato. Per approvare le sanzioni previste dal meccanismo, serve il voto favorevole del 55% degli Stati Membri, con almeno il 65% della popolazione. Basterebbe che tutti i governi firmatari della lettera appoggiassero un’eventuale mozione della Commissione per tagliare i fondi all’Ungheria. 

Il nuovo strumento, concordato dalle istituzioni comunitarie l’anno scorso, permette infatti di aggirare il sostanziale diritto di veto che ha finora protetto l’Ungheria. Nei confronti del Paese dell’Europa centro-orientale è stato attivato già a settembre 2018 dal Parlamento europeo l’Articolo 7, che in teoria potrebbe togliere temporaneamente a Budapest il diritto di voto in Consiglio. Per portare a termine la procedura serve però l’approvazione all’unanimità degli altri capi di Stato e di governo: una condizione impossibile da ottenere, tanto più che la Polonia, anch’essa bersaglio dell’attivazione dell’Articolo 7 da parte della Commissione, rimane, per vantaggio reciproco, un fedele alleato dell’Ungheria in questa battaglia.

«Il Parlamento europeo è pronto a portare la Commissione europea davanti alla Corte di giustizia, pur di applicare il meccanismo che blocca i fondi», assicura a Linkiesta il vice-presidente dell’emiciclo comunitario, Fabio Massimo Castaldo. Il regolamento è infatti già in vigore, ma la Commissione sta prendendo tempo nello stilare le linee-guida per la sua applicazione, probabilmente per non arrivare allo scontro con Ungheria e Polonia, le più probabili destinatarie delle misure punitive. 

«La Commissione europea può anche utilizzare una procedura d’infrazione come strumento di moral suasion per obbligare l’Ungheria a far retromarcia», spiega Castaldo. «Le due iniziative possono viaggiare parallele, ma l’Unione europea deve essere ferma nel pretendere il rispetto dei suoi valori e delle sue regole».

La sospensione dei fondi europei, comunque, appare la minaccia più concreta per il governo di Orbán, fra i maggiori beneficiari netti dei contributi comunitari. Ma anche uno scenario molto più plausibile rispetto all’allontamento volontario dell’Ungheria dall’Unione. Il primo ministro del Portogallo Antonio Costa, con un linguaggio più soft, e l’olandese Mark Rutte, in modo diretto, hanno suggerito l’utilizzo dell’Articolo 50 da parte dell’Ungheria, come accadde per il Regno Unito nel 2017. Invito subito rispedito al mittente dalla ministra della Giustizia del governo magiaro, Judit Vargas: «Non vogliamo lasciare l’Ue. Al contrario, vogliamo salvarla dalle ipocrisie».

Anche se il divorzio non è contemplato, la relazione tra l’Ungheria e l’Ue è stata particolarmente burrascosa nell’ultimo decennio, segnato da tre governi consecutivi di Viktor Orbán. I motivi di contrasto negli anni sono stati numerosi. Fra questi c’è il tema dei diritti civili, con l’ultima legge che corona un atteggiamento di censura e ostilità verso l’omosessualità, in nome della «difesa della famiglia tradizionale». In precedenza il parlamento di Budapest aveva ristretto le adozioni alle sole coppie eterosessuali e vietato il cambio di sesso sui documenti. 

Le istituzioni europee sono da tempo in allarme anche su rispetto di Stato di Diritto e separazione dei poteri. La sostanziale mancanza di indipendenza giudiziaria è stata sottolineata nella risoluzione del Parlamento europeo che attiva l’Articolo 7: passo dopo passo il governo ha rimodellato la Corte suprema a proprio piacimento e istituito tribunali speciali dipendenti dal ministero della Giustizia. 

Diverse procedure di infrazione sono state attivate sul tema, così come sulla gestione dei migranti da parte di Budapest: il governo di Orbán non rispetta le procedure previste dal diritto europeo all’asilo, ha stabilito la Corte di Giustizia europea nel dicembre 2020, e persino l’agenzia Frontex ha sospeso temporaneamente le operazioni nel Paese.

Critica è pure la situazione di istruzione e libertà di stampa. Le università vengono privatizzate e finiscono in mano a figure vicine al partito di governo, come ha spiegato a Linkiesta Stefano Bottoni, ricercatore esperto di Ungheria dell’Università di Firenze. Se un ateneo non può essere controllato, viene di fatto costretto a trasferirsi fuori dal Paese. È il caso della Central European University, fondata dal magnate di origine ungherese Georges Soros e messa fuorigioco da una legge che imponeva di possedere un campus anche nel Paese d’origine: anche questa norma è stata dichiarata contraria al diritto comunitario dalla Corte di Giustizia dell’Ue.

Una tattica simile è stata adoperata dall’esecutivo di Orbán per addomesticare i media, prima acquistati da imprenditori vicini al suo partito, Fidesz, e poi riuniti nella Kesma (Fondazione centro-europea della stampa e dei media). Anche in questo caso, le voci libere vengono ostacolate in tutti i modi possibili: l’emittente radiofonica KlubRádió, ad esempio, si è vista negare il rinnovo della licenza per una serie di inadempimenti amministrativi. L’Autorità ungherese che regola i media (NMHH), d’altra parte, è stata definita «un’agenzia al servizio del governo» dall’eurodeputata Katalin Cseh, del partito liberale magiaro Momentum.

Alla compressione delle libertà dei cittadini ungheresi si aggiunge un controllo sempre più capillare da parte del governo di Orbán sull’economia del Paese, soprattutto tramite l’assegnazione di fondi comunitari e contratti pubblici. Caso eloquente è quello di Lőrinc Mészáros, storico amico d’infanzia del Primo ministro e sindaco del suo paese natìo, che possedeva una sola azienda nel 2010 e ora è tra gli uomini più ricchi del Paese.

Per tutti questi motivi, l’Ungheria si è avviata su un percorso che l’allontana sempre di più dal resto dell’Ue, come ha fatto notare Angela Merkel a Orbán durante il Consiglio europeo. Fidesz, il partito di governo ungherese, è da poco uscito dalla più numerosa famiglia del Parlamento europeo, il Partito popolare europeo. La «democrazia illiberale» teorizzata dal Primo ministro magiaro non sembra più compatibile con i valori comunitari: Bruxelles e Budapest non sono mai state così lontane. 

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