New new journalismIl futuro dei giornali non può prescindere dai lettori

L’evoluzione e le nuove versioni di format e modelli di business dei brand editoriali sono il tema del secondo incontro di Extra Viva!, lo spin off del “Viva! Festival” di Locorotondo. Il video del dibattito con Carlo Pastore, Simonetta Sciandivasci, Giuseppe De Bellis e il direttore de Linkiesta Christian Rocca

Credits Clarissa Ceci

New new journalism: il giornalismo nuovo nuovo, la versione aggiornata e più evoluta di qualcosa che c’è sempre stata e adesso va declinata secondo linguaggi nuovi, adeguata a nuovi modelli, nuove forme di racconto. È il tema al centro del secondo appuntamento di Extra Viva!, lo spin off del “Viva! Festival” di Locorotondo sul futuro sostenibile: un format di incontri, discorsi e dibattiti curato, per l’edizione di quest’anno, dal direttore de Linkiesta Christian Rocca.

I format e modelli di business, la diffusione di newsletter, podcast e piattaforme social, offrono lo spunto per parlare di quanto e come stanno cambiando informazione ed intrattenimento. Al Dock101 di Locorotondo ne hanno discusso Giuseppe De Bellis, direttore di Sky TG24 e direttore responsabile di Undici insieme a Christian Rocca, con la giornalista Simonetta Sciandivasci e il direttore artistico del MI AMI Festival, Carlo Pastore, nel ruolo di moderatori.

«Parliamo di “New new journalism” perché si tratta di qualcosa di nuovo ma vecchio allo stesso tempo: è il giornalismo che è sempre esistito, ma cerchiamo nuovi nuovi modelli e nuove forme di comunicazione. È una ricerca inevitabile in un periodo in cui il giornalismo si divide tra i vecchi e i nuovi di distribuzione del prodotto», dice Giuseppe De Bellis.

Quando si parla di giornalismo la parola “futuro” balza fuori con una certa frequenza. Se ne parla soprattutto in termini negativi: ci si chiede ad esempio se il giornalismo così come lo conosciamo sia, in qualche modo, vicino a un punto di fine.

Simonetta Sciandivasci propone una visione più speranzosa: «Non è vero che il giornalismo è il vecchio malato e indebolito. La crisi dei giornali c’è, ma se ne parla talmente tanto che forse la stiamo già risolvendo: i grandi giornali puntano sugli abbonati e i lettori disposti a pagare per un servizio di qualità, i più piccoli diventano orgogliosamente elitari e costituiscono una sorta di bagaglio identitario per i lettori».

Ma tutte le testate, nessuna esclusa, oggi non possono prescindere da un punto di partenza fondamentale: far pagare i lettori. «Negli ultimi anni – dice Christian Rocca – si è pensato che tutto potesse essere gratis, e in parte è stato così. Adesso si sta tornando verso il modello del passato, quello che portava i lettori a comprare i giornali e gli spettatori tv a pagare il canone. Tutti i giornali che hanno trovato un modello sostenibile oggi fanno pagare gli abbonati o fanno comprare i giornali di carta, in ogni caso sempre offrendo al consumatore un servizio e un prodotto per il quale vale la pena spendere. Che non è necessariamente un giornale cartaceo se ti chiami Corriere della Sera o un articolo online se ti chiami Linkiesta, ci sono diverse piattaforme a disposizione e dobbiamo saperle sfruttare tutte».

È un argomento che ha investito anche le emittenti televisive, pur con un certo di ritardo. L’esempio lo porta Giuseppe De Bellis: «I grandi network televisivi pensavano di essere immuni all’onda di internet, ma a un certo punto anche loro hanno capito che avrebbero trovato nella rete una concorrenza spietata. Noi, come Sky Tg 24, abbiamo capito che nonostante la parola Tg nel nome non possiamo essere solo un telegiornale. Siamo un brand editoriale. La tv è il nostro core business, così come i giornali tradizionali hanno nella carta qualcosa una loro ragione di vita. Ma poi c’è di più: noi abbiamo portato il Tg sul web, ovviamente investendo in format e contenuti fatti per quel tipo di mezzo e per quel target di pubblico, non per sostenerci con sponsorizzate o pubblicità».

Clarissa Ceci

Ci sono poi alcuni nuovi media che sembrano sfuggire agli schemi, ne stanno fuori, ma hanno comunque una dimensione giornalistica – anche se non nel senso tradizionale del termine. Ne sono un esempio le tante pagine che condividono contenuti – magari non prodotti da giornalisti – sui social e seguono modelli di business diversi dai giornali tradizionali.

Proprio i social si sono rivelati una delle cause della crisi dei giornali: mentre l’arrivo e la diffusione dei personal computer o di internet hanno rivoluzionato il modo di fare informazione, semplificando il lavoro giornalistico e ampliando le opportunità per i lettori, i social hanno costretto a cercare un nuovo modello di business, non perché hanno influenzato il prodotto giornalistico, ma perché hanno cambiato il modo di creare ritorno economico dell’azienda editoriale.

«L’industria editoriale – spiega Christian Rocca – si basa su due cose: pubblico pagante, cioè qualcuno interessato al prodotto, e la pubblicità. Queste due cose tengono tutto in piedi. Nelle nuove strutture la parte pagante non c’è. Ma non c’è neanche la pubblicità diretta. Ci sono quindi i contenuti sponsorizzati. Ma questo non è giornalismo vero e proprio. Il giornalismo ha altri principi. Linkiesta per esempio quest’anno, nonostante la pandemia, ha raddoppiato il fatturato. Come abbiamo fatto? Abbiamo sfruttato altri canali. Abbiamo fatto un giornale di carta, abbiamo lanciato una rivista, abbiamo fatto una cosa abbastanza miracolosa cioè una partnership con il New York Times. Quindi dalla crisi se ne esce facendo le cose fatte bene e un’informazione che i lettori considerano valida, per cui sono disposti a spendere per continuare ad averla».

I nuovi media hanno certamente avuto il merito di far emergere una grande verità: hanno fatto notare che il contenuto proposto dai quotidiani tradizionali, fatto più spesso da opinioni che da mera cronaca dei fatti, non necessariamente trova l’interesse dei nuovi lettori. Ma soprattutto ha reso evidente che, prima di internet e della rapidità di comunicazione dei social, i giornalisti avevano una maggior libertà e una critica da parte del pubblico.

«Se i giornali di carta hanno iniziato a vendere meno – dice De Bellis – è perché parlavano a dei lettori che semplicemente a un certo punto sono invecchiati, e poi non ci sono stati più. Il successo dei giornali negli anni ‘80 e ‘90 era dovuto al fatto che i lettori leggevi Feltri o Travaglio perché dicevano quello che tu volevi sentirti dire. Le bolle prima delle bolle. Anche oggi infatti trovi pagine e pagine di riforma della giustizia che su una piattaforma social trovi magari condensata in un minuto e mezzo, ma poi quella stessa piattaforma ha cinque contenuti al giorno su battaglie per i diritti civili, cambiamento climatico e altri temi».

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