Esplorare l’AdriaticoViaggio a San Nicola, isola delle Tremiti

In questo angolo di terra emersa al largo della Puglia avviene l’incontro con un vecchio marinaio di poche parole, che racconta la sua storia di pescatore, come il padre e il nonno, e di quanto questa oasi marina sia per lui culla dove trovar pace

Ra Boe - Wikipedia

Originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

Se San Nicola è una nave di pietra, la marina è il suo portellone di poppa, l’unico accesso all’isola fin dalle origini. Una piccola spiaggia di ciottoli bianchi delimitata da due brevi moli, che la proteggono dal Maestrale che oggi picchia duro e dallo Scirocco. È un po’ più grande quello di sudest ed è l’approdo di fortuna del traghetto nei giorni in cui il Maestrale non consente l’attracco a San Domino. In testa al molo c’è un rugginoso fanale verde, mentre in radice sta l’imponente Torre dell’Ammiragliato, stretta dalla più bassa cinta muraria.

Qualche bazar estivo ancora chiuso, la marina affollata di barchette in disarmo, mentre ormeggiate sul lato interno del molo ci sono un paio di barche di pescatori, intenti a sbroccare le reti. Provo ad attaccar discorso sulle condizioni meteorologiche, ma rispondono svogliatamente a monosillabi. Non alzano gli occhi dai pochi pesci che pazientemente districano dalle maglie. Vado sulla spiaggia deserta e m’accuccio nel sottovento di un vecchio peschereccio tirato in secco chissà quanto tempo fa. Le pitture dello scafo si sfogliano lasciando scoperto in molti punti il fasciame. Sistemo una palanca, una robusta tavola di quercia usata per alare e varare le barche, e mi siedo a leggere ad alta voce qualche verso del libro quinto dell’Iliade. «Allor pallade Minerva a Diomede / forza infuse ed ardire, onde fra tutti / gli Achei splendesse glorioso e chiaro». Alzo gli occhi dal libro e vedo una piccola lancia rientrare a remi.

A bordo solo un vecchio che attende il momento giusto per dare l’ultima vogata e mettere la prua a riva. Nell’intervallo tra due onde approda, poi salta rapido fuoribordo e aggancia la grossa cima di alaggio al golfare di prua.

«Ha bisogno?», chiedo alzandomi.

Risponde solo con un sorriso e facendo cenno con la testa. Prendo la cima dalle sue mani che ha già messo in tensione, mentre lui va a sistemare le palanche sotto la chiglia, dopo averle velocemente unte con il sego. Mi trovo così per la prima volta, a cinquanta e passa anni, ad alare una barca sulla spiaggia con il paranco. Esperienza odissiaca, su una spiaggia sacra agli antichi.

«Oh ala!», è l’unica frase che pronuncia ritmicamente il vecchio pescatore, dopo essere tornato a stringere con me il grosso canapo, che scorre su un paranco a quattro vie fissato ben ancorato a terra. Solo quando la lancia è in secco, ben puntellata sui fianchi mi ringrazia e mi racconta la sua storia.

Nato a Brindisi per casualità marinaresca da padre tremitese e madre brindisina è arrivato a San Nicola a quattro anni. Qui è cresciuto e si è fatto pescatore, come il padre, il nonno e chissà quanti altri avi. Da ragazzo il mestiere lo faceva su una piccola lancia simile a questa che ha ora, poi costruirono un grosso peschereccio alla fine degli anni 50 del secolo scorso. Un peschereccio che non poteva far porto né qui, né al porto di Termoli che non era ancora stato ampliato. Perciò si trasferirono a Ortona; porto sicuro che offriva anche buoni canali commerciali. Vive ancora lì con la moglie, mentre le due figlie si sono sposate e trasferite. Spesso torna all’isola, per lunghi periodi.

«Perché solo qui ritrovo la pace; perché quest’isola è la mia culla».

Ci salutiamo pugno a pugno, come abbiamo imparato a fare in quest’anno pandemico. Un saluto nuovo e antico al contempo, per la forza spigolosa che trasmette il contatto delle nocche. Riparto zaino in spalla, vento forte, cielo scuro. I pochissimi turisti che sono scesi con me dal traghetto sono già spariti, la maggior parte verso San Domino, con le barche che collegano le due isole. Vado al piccolo bar-tabacchi della marina, a fianco al Torrione dell’Ammiragliato a prendere un caffè. Anche qui la barista è di poche parole, mentre la radio trasmette una vecchia canzone di Modugno. Esco fischiettando «Tutto il mio folle amore / lo soffia il cielo / lo soffia il cielo / così» e vado verso l’unica porta d’accesso al paese, da cui parte la prima delle due rampe della salita.

A sinistra, sul muro vedo una ceramica bianca, una delle tante scoprirò, che celebra il cittadino onorario più famoso dell’arcipelago: Lucio Dalla. Devo lasciare spazio a un’ape che scende scoppiettante e stracarica, guidata da un orco sorridente che riempie tutto l’abitacolo. Poche decine di metri e sono alla seconda porta, cinquecentesca, bassa e quasi quadrata.

Sull’architrave di bianca pietra calcarea i monaci hanno scolpito in maiuscolo un monito che ancora inquieta: Coteret confriget, cioè “verranno spezzati e stritolati tutti coloro che proveranno ad entrare con fini bellicosi”. Due parole che chiariscono subito, anche al visitatore più distratto, l’antica storia di questo luogo, il suo essere avamposto insulare della cristianità in un mare che era confine tra occidente e oriente, che era spazio guerresco e piratesco. Avevano licenza papale di uccidere i monaci lateranensi che nel Quattrocento ripopolarono e riorganizzarono l’abbazia, fondata nell’anno Mille dai Benedettini, sostituiti poi tra Duecento e Trecento dai Cistercensi. Dei Benedettini si vede ancora il simbolo, una croce su tre isole stilizzate, sopra alla porta d’uscita da questo primo torrione sulle rampe. Il secondo appare subito salendo, più alto e imponente. È la Torre del Pennello a sezione quadrilatera, con funzione di vedetta e difesa.

Nel buio interno appaiono ancor più vividi i colori della finestra di sinistra da cui si vede la marina e lo stretto braccio di mare che divide San Nicola da San Domino.

Uscendo dalla torre l’isola esplicita subito la sua seconda tragica storia, quella del confino, con i più antichi casermoni borbonici sulla destra. Ma il Maestrale ha rinforzato ancora aprendo ampi spazi d’azzurro in cielo, invitandomi così a salire sul Bastione del Cannone, sulla sinistra. In cima il vento è un demone e le scocche di due pezzi d’artiglieria della Prima guerra mondiale sono possenti elmi di ciclopi. Dal bastione monaci e isolani aprirono il fuoco sulle galere di Solimano II nel 1567, respingendo l’attacco. Secoli dopo, nel 1807, un manipolo di francesi sostenuto dai tremitesi impedì lo sbarco della flotta anglo-russa, i cui colpi di cannone hanno lasciato tracce profonde sulla facciata della Chiesa di Santa Maria a Mare.

Il vento spazza quasi completamente il cielo e di qui lo sguardo abbraccia tutto l’arcipelago, con l’esclusione della lontana Pianosa. Accecante la luce che regala il Maestrale; assordante lo stridio dei gabbiani, incontrastati predoni aerei.