Fine sdegno maiI miei denti rotti, il bambino nudo di Nevermind e le vittime del trauma perpetuo

Se pensavate che l’abolizione della prescrizione fosse una questione italiana, forse non avete letto giornali americani di recente. Il neonato sulla copertina del celebre album dei Nirvana ora ha 30 anni e dice che quella foto non gli ha permesso di avere una carriera. Ma non gli ha impedito neanche di farsi fotografare nudo per rifacimenti della cover almeno due volte: a dieci anni e a venticinque

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Quando avevo sette anni, mio cugino mi fece lo sgambetto. Caddi senza mettere le mani avanti, poiché ero già allora sveglissima, e gli incisivi superiori mi si frantumarono contro il pavimento. Non ci furono grandi strascichi, a parte lo sdegno di mia madre per non essersi mio zio offerto di pagare il dentista che mi ricostruì i denti. Dentista che peraltro non pagammo, giacché mio padre era medico e i medici non pagano gli altri medici (o almeno così era d’uso nella mia famiglia, ma magari era solo che i miei erano scrocconi, e non è un’usanza di categoria).

Sono passati più di quarant’anni, e mi chiedo se dovrei far causa a mio cugino, che mi ha costretto, a vita, a farmi ogni tanto sostituire pezzi di denti finti, oltretutto pagando. Non è forse qualificabile come trauma perpetuo?

Se pensavate che l’abolizione della prescrizione fosse una questione italiana, forse non avete letto giornali americani di recente. Ieri, il trentenne che cova da trent’anni il trauma d’essere stato il neonato nudo sulla copertina di Nevermind dei Nirvana. La settimana scorsa, l’ultrasessantenne che cova da quando aveva dodici anni il trauma d’essere stata sedotta da Bob Dylan. Dev’esserci uno speciale cavillo che riguarda i musicisti. Causano traumi indelebili, puoi denunciarli anche intere vite dopo. Se solo mio cugino se la fosse cavata meglio con la chitarra.

In quella serie di sconcertante bruttezza che è The Chair – prima produzione del contratto tra Netflix e Benioff&Weiss, già autori del Trono di spade – c’è un rituale coreano in cui una bambina d’un anno d’età deve scegliere tra vari oggetti, e quello che sceglie determinerà il suo destino. Se la matita, diverrà insegnante; se il pennello, artista; se la banconota, ricca (che è un mestiere, almeno questo è un dettaglio d’una qualche precisione).

L’adulto infantile che è coprotagonista della storia – un personaggio così prevedibile e scritto così sciattamente che, fosse una donna, staremmo organizzando dei seminari in cui discutere della scarsa attenzione data dagli sceneggiatori contemporanei ai personaggi femminili – protesta vibratamente quando un’adulta coreana pilota il gioco per indurre la bambina a scegliere la banconota. Le autrici vorrebbero dirci che l’adulto infantile è un puro, vuole che la unenne sia sé stessa sestessamente, che non sia costretta a un destino da plutocrate; ma quello che in realtà ci dicono è che è un povero cretino convinto che esista il pensiero magico e che davvero l’oggetto che scegli a un anno plasmi la tua vita da adulta.

Ho detto «autrici», anche se Benioff e Weiss sono due uomini. Siccome non sono scemi, questa porcheria si sono limitati a produrla, facendola scrivere a due donne. Una ex docente universitaria, e Amanda Peet, attrice e moglie di Benioff. C’è una serie che sarebbe molto più interessante vedere, ed è quella in cui Benioff – uno che qualcosina di scrittura capisce: fu lo sceneggiatore della Venticinquesima ora di Spike Lee, e dopo il monologo di Edward Norton avrebbe potuto ritirarsi e comunque ci ricorderemmo di lui – non può dire alla moglie «cara, sei proprio negata» (sai quanto gli costerebbe di divorzista) né può dire «faccio io», essendo la storia d’una coreana che diviene la prima donna non bianca a capo del dipartimento di letteratura a Pembroke (un’università che in realtà non esiste più, sennò sai quante cause per diffamazione).

È la storia d’una donna coreana: già la fai scrivere a una bianca, se fosse pure una senza tette le polemiche farebbero impallidire quelle per Confederate. Se non vi ricordate di Confederate, è perché non s’è mai fatta: era, nel 2017, la serie Hbo che i due dovevano produrre dopo il Trono di spade; un’ucronia in cui dovevano raccontare un’America in cui la guerra civile fosse stata vinta dai sudisti e lo schiavismo non fosse stato abolito. Loro, due autori bianchi: avrete già indovinato che è stata abortita tra le polemiche.

Se qualcuno si risvegliasse dal coma senz’aver letto gli ultimi anni di giornali, The Chair gli sembrerebbe iperbolica. Studenti che interrompono una lezione su Moby Dick chiedendo perché non si parli del fatto che Melville picchiava la moglie invece che del romanzo. Docenti i cui corsi sono più affollati perché la loro idea di compito è «twittate la vostra frase preferita dell’opera». Bambine messicane che sgridano madri adottive coreane accusandole d’essere non abbastanza informate sul loro retroterra culturale. È tutto verosimile ed è tutto noiosissimo, perché abbiamo già visto tutto nei notiziari e perché non basta prendere per il culo le cose che ci sembra doveroso prendere per il culo per creare un prodotto avvincente.

Certo che tra trent’anni la bambina messicana potrebbe benissimo far causa alla madre per averla perpetuamente traumatizzata fotografandola a una festa tipica coreana. Certo che il professore fotografato a braccio teso mentre sta spiegando il nazismo e al quale vengono per questo rovinate la vita e la carriera è un pezzo di vita, ma non riesce a diventare un pezzo di torta. Certo che se fai una serie ambientata in un college puoi metterci tutte le imbecillità del nostro tempo, ma forse non bastano, forse ne siamo saturi, forse poi ci tocca il dibattito e no, il dibattito no.

L’altro giorno ho letto uno scambio su White Lotus, che in America è appena finito e in Italia va su Sky dal 30. Alla fine della serie, prevedibilmente, i poveri (cioè: il personale di servizio del resort hawaiano) restano poveri, e i ricchi tornano a casa. Questo è privilegio bianco, protestavano alcuni spettatori.

Ma quindi cosa vogliamo? La rappresentazione d’una realtà alterata? E poi non ci lamenteremmo che le sofferenze della servitù hawaiana non venissero adeguatamente messe in scena? Vogliamo che un personaggio di fantasia bianco muoia per riscattare idealmente le sofferenze dei non bianchi? Vogliamo che tra trent’anni il cameriere hawaiano faccia causa alla cliente bianca per il trauma? Tra sessant’anni? Vogliamo una formula, nei codici di procedura penale di tutto il mondo, che dica «fine sdegno: mai»?

L’ex neonato della copertina di Nevermind io lo capisco: sapesse quante volte ho pensato cos’avrei potuto fare coi soldi di mio zio. Mica la parcella del dentista: i danni morali, il trauma, la lesione psichica. Potevo essere sana di mente, senza denti rotti. Potevo essere ricca, a essere abbastanza priva di senso del ridicolo da farmi pagare il disturbo.

L’ex neonato si è rifatto fotografare nudo per rifacimenti della copertina di Nevermind almeno due volte, a dieci anni e a venticinque, per due copertine di riviste. Adesso, il suo avvocato dice che è traumatizzato da tutta la vita e che quella foto gli ha impedito serenità e carriera: alla sua foto fu aggiunta una banconota, facendolo sembrare una prostituta.

Guarderei una seconda stagione di The Chair solo se mi promettessero di dare un ruolo da protagonista a uno degli studenti che nella prima stagione protestavano chiedendo che il professore nazista venisse cacciato dalla facoltà. Nella seconda stagione, ci mettiamo un Halloween in cui quello stesso studente si veste da nazista. Se nella realtà ha potuto farlo il principe Harry, e poi diventare il portavoce dei buoni di tutto il mondo, non è troppo inverosimile per la finzione televisiva. La vittimizzazione dei carnefici, per variare.

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