Il populismo di sinistra Ecco come Occupy Wall Street ha occupato il mondo progressista americano

Il movimento nato nel 2011 a Zuccotti Park oggi è scomparso, ma la sua eredità si fa sentire al Congresso e nelle università e dà forza alle nuove battaglie sociali e ambientali globali

AP/Lapresse

Sono passati dieci anni da quando il ventenne Evan Weber scese in piazza a Zuccotti Park, a Wall Street, insieme con migliaia di manifestanti per denunciare la crescente disuguaglianza tra i cittadini americani. Era il 17 settembre 2011 e gli Stati Uniti, come la maggior parte dei Paesi europei, erano al culmine della fase di recessione dovuta alla crisi dei mutui subprime del 2007/2008.

Weber e gli altri volevano dimostrare il loro dissenso per un sistema che, dicevano, li vedeva più poveri delle generazioni precedenti, costretti a indebitarsi per studiare all’università, con costi enormi per l’assistenza sanitaria e alle soglie di una nuova crisi climatica.

Un anno fa, all’inizio di settembre 2020, moriva David Graeber, antropologo e attivista anarchico che del movimento era diventato uno degli esponenti più riconosciuti e riconoscibili. A lui è attribuito soprattutto lo slogan «Noi siamo il 99%». Graeber, Weber e tutti i manifestanti puntano il dito contro banche, aziende e, appunto, l’1% più ricco della popolazione mondiale.

Oggi, a dieci anni dalla nascita del movimento Occupy Wall Street e a un anno dalla morte di Graeber, le proteste non hanno portato esattamente dove volevano. Hanno sicuramente avuto impatto sull’opinione pubblica e sul modo di fare attivismo politico, in parte anche sulla politica stessa. Ma è difficile stimare quali siano i risultati effettivi, quelli che si possono attribuire alle manifestazioni targate Occupy Wall Street.

Un lungo articolo dell’Atlantic, firmato da Michael Levitin, racconta il percorso del movimento, come ha contribuito a creare una nuova narrativa sulla disuguaglianza economica e ha saputo catturare l’attenzione di media, politici e cittadini.

«Il movimento – si legge nell’articolo – ha avuto impatti visibili sul nostro panorama politico e culturale, innescando un’era di resistenza che ha ridefinito i diritti economici, la politica progressista e l’attivismo per una generazione. Ma, quasi con la stessa rapidità con cui si era fatto notare, il movimento è sembrato svanire, lasciando dietro di sé ben poco tranne lo slogan del 99 e dell’1 per cento. Nel decennio successivo, il divario di ricchezza si è solo ampliato. Le regole non sono cambiate: il nostro sistema rimane iniquo».

Occupy Wall Street ha dato nuova linfa alla militanza politica, in America e in altre zone del mondo, introducendo una forma decentralizzata di organizzazione dei movimenti che ha permesso a centinaia di sezioni cittadine di rafforzarsi pur rimanendo indipendenti: una rottura netta con la struttura gerarchica tradizionale dei movimenti di protesta del passato.

Poi ovviamente queste manifestazioni hanno beneficiato, indipendentemente dai risultati di Occupy, dell’innovazione tecnologica, delle piattaforme live-stream, della diffusione dei social network e di tanti altri strumenti – prodotti e gestiti da grandi multinazionali – che hanno permesso un aumento sensibile della partecipazione sia online che offline.

Negli anni successivi alla nascita di Occupy Wall Street sono nati tanti altri movimenti, dal #MeToo a Black Lives Matter, che hanno contribuito a catalizzare l’attenzione su tematiche fondamentali di quest’epoca.

In un certo senso, i manifestanti sono tutti uniti sotto lo stesso ombrello: le persone che erano a Occupy Wall Street, erano alle proteste di Black Lives Matter, alla People’s Climate March, al Sunrise Movement.

Proprio il Sunrise Movement è un esempio particolarmente efficace: oggi è uno dei più forti e conosciuti movimenti in difesa del clima. È stato fondato proprio da Evan Weber nel 2017, a dimostrazione che l’interesse per le questioni ambientali della Generazione Z non è e non può essere scollegato dalle altre manifestazioni. In qualche modo, dopo che “Occupy Wall Street” ha perso la sua forza di movimento politico, i suoi attivisti hanno reindirizzato le loro battaglie dalla disuguaglianza alla spinta per salvare il pianeta.

«Dalla campagna per disincentivare gli investimenti nei combustibili fossili alla People’s Climate March che ha preceduto l’Accordo di Parigi sul clima, il messaggio e le tattiche rivoluzionarie di Occupy Wall Street hanno forgiato il moderno movimento per il clima», si legge nell’articolo.

I metodi di questi movimenti, però, si sono rivelati più estremi di quanto auspicabile: hanno contribuito ad annebbiare il dibattito socio-culturale in tutto il mondo occidentale, costruendo una sinistra illiberale di cui qui a Linkiesta abbiamo parlato in più occasioni.

Una delle battaglie di maggior successo di Occupy Wall Street, scrive Michael Levitin sull’Atlantic, è quella del salario minimo. Il movimento ha iniziato a collaborare con i sindacati e le organizzazioni no profit per un salario minimo a 15 dollari l’ora. E in breve tempo la politica ha risposto alle richieste con un aumento della paga base in più della metà degli Stati americani.

«I democratici sono quasi riusciti a includere un salario minimo federale di 15 dollari nel piano di salvataggio americano da 1,9 trilioni di dollari che il presidente Joe Biden ha firmato a marzo, rivelando quanto le richieste economiche stimolate da Occupy abbiano rimodellato la discussione nazionale», si legge nell’articolo.

E proprio sul Partito Democratico degli Stati Uniti si possono vedere i segni del passaggio del movimento. «Prima di Occupy – spiega l’Atlantic – nessuno a Washington aveva osato criticare l’osceno divario di ricchezza, le leggi progettate di sana pianta dalle corporazioni, i miliardari che evadono le tasse e la porta girevole che mantiene l’1% in carica. Inquadrando il messaggio economico populista che ha spinto i legislatori anti-corporativi come Elizabeth Warren, Bernie Sanders e Ocasio-Cortez sotto i riflettori elettorali, Occupy Wall Street ha fatto probabilmente di più in sei mesi per spostare la politica americana a sinistra di quanto non fosse il Partito Democratico in grado di fare in sei decenni».

Alcuni analisti politici americani avevano pensato che a un certo punto il movimento si sarebbe trasformato in una forza politica, un Tea Party di sinistra: metodi simili, istanze diametralmente opposte.

Questa transizione non è mai avvenuta, ma Occupy Wall Street ha gettato le basi per la ricostruzione dell’ala progressista del Partito Democratico. «Il movimento è stato particolarmente determinante per l’ascesa di Bernie Sanders, che molti avrebbero poi chiamato “il candidato di Occupy”», si legge nell’articolo.

«Quando Sanders è apparso per la prima volta sulla mappa nazionale nella stagione delle primarie del 2015 – prosegue Michael Levitin – è stato in gran parte grazie a un gruppo di attivisti di Occupy che avevano sfruttato le loro conoscenze nell’organizzazione digitale e nei social media per creare un movimento virale chiamato People for Bernie».

Il gruppo ha alimentato l’ascesa fulminea di Sanders, in particolare tra i Millennial. Ma proprio il legame tra il candidato e i gruppi di attivisti ha rappresentato uno dei grandi limiti di quella campagna elettorale: la radicalizzazione e la polarizzazione dei discorsi di Occupy Wall Street ha portato alla formazione di un elettorato molto solido, con una base perfettamente riconoscibile, forse inscalfibile, ma anche quasi impossibile da ampliare, perché incapace di pescare voti in altre sacche di elettorato.

Al movimento va però riconosciuto il fatto di aver contribuito a portare, tra gli esponenti del Partito Democratico, istanze più progressiste rispetto al passato, poi confluite in proposte che vanno dal Medicare for All al Green New Deal, dal salario minimo a tasse più alte per i ricchi.

«Come ha dimostrato la turbolenza dell’ultimo decennio – è la conclusione dell’articolo – le crisi sistemiche devono essere affrontate. Occupy ha fornito un modello per come il dissenso popolare e le richieste possono cambiare l’America. Ora un nuovo 99 percento deve scrivere il prossimo capitolo».

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