Agenda ItaliaIl programma nazionale del prossimo sindaco di Milano

I soldi europei del Pnrr sono tanti, ma dovranno essere le città a trainare l’economia del paese, magari trasformando i Comuni in stazioni appaltanti per decidere come e dove investire

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La Milano che uscirà dalle urne dove i cittadini andranno tra quattro settimane per la scelta del sindaco si troverà a fare i conti con una agenda che va ben oltre la dimensione locale. Se la pausa estiva ci avesse offuscato la memoria il recente forum di Cernobbio ci ha ricordato le sfide che attendono il Paese il quale non può astenersi, per superarle grazie all’aiuto dell’Europa, dal varare in tempi brevi e in modo costruttivo e convincente quelle riforme (Fisco, Pubblica amministrazione, dopo quella della giustizia) che sono tra i pilastri su cui si regge la nostra democrazia.

E Milano? È così bauscia da credere di poter essere risolutiva, avere voce in capitolo anche in dossier che non derivano da Roma, bensì da Bruxelles?

Ma no, Milano non vuole fare show off, non le interessa, ma chi la amministra sa che con i fondi del PNRR (221 miliardi incluso il fondo complementare) si deve dare nuova vita e linfa alla città che, mai come in questa occasione, all’indomani del picco del Covid che aveva piegato il Pil cittadino, deve avere un ruolo di traino e rilancio dell’intero sistema paese. E non solo sul versante economico (il sistema delle imprese) e finanziario (da inizio anno il FTSE Mib è cresciuto del 17 per cento), ma anche su quello del modello di governo. Da replicare nel Paese, perché diventi, auspicabilmente, un modello da esportare.

E in questa direzione ha ragione il sindaco Beppe Sala quando rivendica, non con spirito accentratore bensì construens, un ruolo centrale degli enti locali nell’utilizzo dei fondi di quel PNRR al quale sono appese le speranze (perché divengano certezze…) delle generazioni più giovani di cui Milano, città dalle troppe pantere grigie, ha indubitabilmente bisogno anche sotto il profilo demografico.

I comuni come stazioni appaltanti, ha detto di recente Sala. Questa affermazione è all’insegna della responsabilità: se a decidere come e dove investire è l’amministratore locale sarà (più) facile poi individuare chi avrà o meno compiuto le scelte adeguate per la comunità, con lo spirito dello statista e non del politico, mutuando De Gasperi che, quanto a ricostruzione, fece una bella esperienza.

Da Milano, e da Sala, può partire una new wave della gestione della cosa pubblica, che fa leva sull’esperienza fatta nei primi quattro anni di mandato poi percorsi dall’ondata del Covid che ha tolto anche ad una città europea come la nostra molte certezze e ci ha costretto a riprogrammare la vita come mai avremmo pensato ci sarebbe potuto accadere.

Ricordo ancora l’angoscia dei e nei supermercati quel lunedì 24 febbraio 2020: corsa all’accaparramento, scaffali vuoti dove alcool e disinfettanti erano spariti, insieme al lievito e alla pasta (salvo le penne lisce, particolare su cui si ironizzò per mesi).

Inutile dire che la Milano che deve ridare spinta a se stessa, alla sua area metropolitana, contribuire alla crescita stabile e continua del Paese, ha bisogno di una guida lungimirante, all’insegna del fare e non dei proclami, come si suol dire proprio in territorio meneghino “testa bassa e lavorare”. Non tirare innanzi ma tirare diritto. Palazzo Chigi, quello di oggi, docet.