Éditions des refusésPerché gli autori di destra francesi scelgono la via dell’autopubblicazione

La scelta di Eric Zemmour di stampare e distribuire da solo il suo volume risponde a una esigenza elettorale. Ma rifugiarsi nel ruolo di emarginati dalle case editrici è un gioco facile, con il vantaggio di non doversi misurare con il problema delle vendite

di Debby Hudson, da Unsplash

Il caso più clamoroso è quello di Eric Zemmour: il giornalista polemista di estrema destra francese, dopo il rifiuto della sua storica casa editrice Albin Michel, ha deciso di stampare da solo il suo ultimo pamphlet. Si intitola “La France n’a pas dit son dernier mot” (“La Francia non ha ancora detto la sua ultima parola”) e, nessuna sorpresa, riprende i suoi cavalli di battaglia: lotta all’immigrazione, il pericolo dell’Islam, il destino del declino del Paese.

Zemmour ha più volte sostenuto di volersi candidare alle prossime presidenziali in Francia, anche se non è ancora arrivato il suo annuncio ufficiale. Al suo editore avrebbe spiegato che il libro sarebbe stato l’elemento chiave della sua campagna. Albin Michel ha scelto di tirarsi fuori («siamo una casa editrice generalista») e così l’unica soluzione, per lui, è stata l’autopubblicazione.

Non è il solo. Come dimostra questo elenco compilato da Le Monde, Zemmour è l’ultimo esempio di una breve serie di pensatori di destra estrema ai margini del mondo editoriale. Prima di lui era stato, nel 2010, lo scrittore accusato di antisemitismo e di sostegno al terrorismo islamico Marc-Edouard Nabe, che aveva scritto, autopubblicato e promosso da solo il suo “L’Homme qui arrêta d’ecrire”, mattone di 700 pagine che si poteva trovare nelle macellerie e nei negozi di formaggi. Ne aveva stampate mille copie. Il suo era un gesto di sfida al mondo editoriale francese, che a suo dire era colpevole di accusarlo. Sfida che non è stata raccolta, costringendo Nabe a continuare ad auto-pubblicarsi.

Dopo di lui, nel 2013, tocca allo scrittore di estrema destra Renaud Camus. Il «reietto», a suo dire, delle lettere francesi, nonostante fino a quel momento avesse pubblicato oltre una ventina di saggi per le edizioni P.O.L e Fayard. Il diario del prodigio della letteratura gay degli anni ’70 e ’80, ex allievo di Roland Barthes, viene pubblicato in «auto-edizione». È la cronaca delle sue giornate passate nel castello in campagna e soprattutto delle sue idee, che nel giro degli anni si erano ridotte a una sola: l’ossessione per la teoria della “grande sostituzione”, che avrebbe definito ed etichettato di persona. «Sono contento che questa espressione abbia preso piede». Comprensibile che le case editrici, di fronte a queste posizioni, nicchiassero. Eppure lui ha sempre rifiutato l’etichetta del «complottista», dal momento che la grande sostituzione, che dà per scontata, non è «né pianificata né naturale», ma il risultato di alcuni «meccanismi particolari».

Nel 2020 tocca a Julien Rochedy, ex leader del Front National de la Jeunesse, divisione giovanile del vecchio Front Natonal, che dà alle auto-stampe il suo saggio critico sul pensiero di Friederich Nietzsche. Un libretto «radicale e completo per capire i grandi concetti della sua filosofia», molto lontano da quell’umanesimo «piagnone» che sarebbe prevalente oggi. Mentre nel 2021 c’è il caso scrittore Gabriel Matzneff, al centro di uno scandalo di pedofilia legato a una imbarazzante storia di ipocrisia editoriale, che viene denunciato dal libro rivelazione di Vanessa Springora. In risposta pubblica “Vanessavirus” (per un centinaio di persone, scelte da lui. In Italia è stato tradotto da Giuliano Ferrara). L’ultimo è, come si è detto, Zemmour.

È difficile capire se, alla base di questi episodi, ci sia una tendenza più ampia. Di sicuro non dipende dall’assenza di editori di area. Quello che si può vedere è che l’auto-pubblicazione, soprattutto per chi avanti ideologie estreme e deliranti, è una scelta furba. Permette di ritagliarsi uno spazio da perseguitato e conferisce al suo autore e alle sue idee un valore da réfusé (soprattutto agli occhi dei seguaci), contribuendo ad alimentare paranoie già presenti nella società. È una posa da eroe, liberato però dall’incubo delle vendite. I volumi sono pochi e le vendite non sono da misurare.

Soluzione opportunista, insomma: evita il confronto sui numeri e gioca in casa sulle idee, dove dà per scontato che il confronto stesso non sia possibile, perché il sistema le ha già condannate a priori. Mentre la verità, sempre sottaciuta, è che le ha condannate a posteriori.