(D)istruzione scolasticaNon basta dire che la scuola italiana non funziona, bisogna spiegare come migliorarla

Nel loro ultimo libro, Paola Mastrocola e Luca Ricolfi sostengono che sia diminuita la qualità della formazione a causa di un errore ideologico. Ma ha senso creare un ambiente selettivo? Perché gli esclusi non spariranno: continueranno a essere concittadini, lavoratori, titolari di diritti e di doveri. E avranno solo i pochi e stentati strumenti per capire il mondo intorno a loro

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Il 16 ottobre Paola Mastrocola e Luca Ricolfi hanno presentato la loro ultima ricerca sulla scuola italiana con il libro “Il danno scolastico” (La Nave di Teseo), il cui è estratto è stato pubblicato su Linkiesta. Un lavoro che finalmente ci porta a parlare dell’istruzione in Italia al di là dell’emergenza Covid.

Il punto di partenza è che l’istruzione nel nostro Paese si sia appiattita e il corso di studi annacquato, come anche il livello di preparazione degli studenti.

La loro denuncia in realtà non giunge del tutto nuova. Recentemente è uscito un rapporto della Fondazione Giovanni Agnelli incentrato sulle difficoltà delle scuole medie, ma che chiama in causa tutta l’architettura dell’istruzione italiana; l’Invalsi illustra tutti gli anni le criticità della scuola; la pubblicistica al riguardo è fiorente. 

E c’è chi si sgola da decenni per far notare che gli insegnanti sono sottopagati e mal selezionati, le scuole cadenti, la didattica rugginosa, con il risultato drammatico che il cosiddetto ascensore sociale è completamente bloccato. Per parte sua, sono quasi tre anni che il gruppo Condorcet propone un manifesto di revisione complessiva del settore dell’insegnamento.

A dirla tutta, oggi è difficile trovare qualcuno soddisfatto della formazione italiana. Una cosa però è esserne insoddisfatti, altra è capire cosa ci sia che non va. Che la macchina non cammini è una constatazione che può fare anche il guidatore più distratto; trovare i guasti e ripararli è qualcosa di più difficile e richiede un meccanico esperto.

Per Mastrocola e Ricolfi il problema è negli indirizzi di fondo dati alla scuola, la quale non ha semplicemente fallito, ma si è messa su una strada radicalmente sbagliata, quella dell’abbassamento della qualità.

Ma è davvero così? Se i risultati deludenti della scuola italiana sono inoppugnabili, è altrettanto corretto dire che la loro causa sta in un errore ideologico? È possibile. 

Molte riforme sono invecchiate male, e qui sarebbe lungo stare a elencarle, ma forse si può offrire un’altra lettura. Qui si vuole suggerire che forse il problema non sta in un peggioramento della scuola, ma in un miglioramento non abbastanza rapido e in un cambiamento troppo parziale.

Prendiamo in considerazione la questione dell’annacquamento. Ammettiamo per un secondo che effettivamente i diplomati delle superiori di cinquanta anni fa uscissero dalla scuola in media più preparati degli studenti attuali, anche se in realtà il dato andrebbe verificato. 

È evidente che questa migliore qualità non si può scinderla dal fatto che la scuola italiana era fortemente selettiva: se qualcuno non era considerato adatto alla scuola, semplicemente ne usciva, col risultato che nelle classi rimanevano solo i più bravi. 

I risultati deludenti di tutti gli altri semplicemente sparivano ed era considerato normale che una parte della popolazione, bontà sua, rimanesse ignorante.

Per capire di cosa stiamo parlando, ricordiamoci che ancora nel 1984 si iscriveva alle scuole superiori soltanto il 55% degli studenti licenziati dalle medie (dati Istat). Il 45% degli studenti usciti dalla scuola secondaria di primo grado quell’anno, dunque, non è andato oltre la terza media, mentre un ulteriore 25% di quegli iscritti ha più tardi comunque abbandonato (15% del totale dei quattordicenni del 1984). 

Di contro, oggi pressoché il 100% degli studenti esce dalle medie e si iscrive a una scuola superiore (dal liceo all’istruzione professionale).

Se nel 1984 fosse esistito l’Invalsi e avesse fatto una rilevazione degli apprendimenti di tutti i quindicenni italiani (cosa che oggi l’Invalsi può fare perché i quindicenni italiani sono quasi tutti nella scuola superiore), quali livelli di apprendimento avrebbe trovato? Quali risultati sarebbero venuti fuori da una generazione che per il 60% rimaneva con la terza media?

Certo è che se questo ipotetico Invalsi avesse testato soltanto quel 40% di studenti ancora presenti a scuola, avrebbe trovato probabilmente livelli molto alti. Concludere da questo che la scuola italiana funzionava bene è però un errore statistico banalissimo, chiamato pregiudizio di sopravvivenza, che Ricolfi conosce molto bene per mestiere.

Immaginiamo di dover valutare la bravura di un medico, e di interpellare quindi i suoi pazienti chiedendo loro come stanno. Se tutti rispondessero «Benissimo! Sano come un pesce!», potremmo ricavarne la sensazione che il nostro medico sia bravissimo.

Peccato che in questo modo non avremmo tenuto conto di tutti coloro che non abbiamo potuto intervistare, ovvero quelli che il nostro medico ha bravamente spedito all’altro mondo per errori banali e superficialità.

La difficoltà della scuola attuale sta nel fatto che a un certo punto alcuni hanno ritenuto che non si potesse andare avanti con un Paese in cui il 60% dei cittadini aveva al massimo la terza media, e qualcosa dovesse cambiare. 

Parliamo di persone come il maestro Alberto Manzi, che dal 1960 al 1968 si è semplicemente messo davanti a una telecamera e ha cominciato a spiegare agli italiani come leggere e scrivere. Non si è posto il problema di quante persone bocciare, ma di quante liberarne dall’analfabetismo.

Le stime parlano di non meno di un milione e mezzo di adulti, e l’importanza storica di “Non è mai troppo tardi” non viene revocata in dubbio da nessuno. È bene ricordare che nel 1961 l’analfabetismo era all’8% (dati Istat, tav. 7.1) e i 19enni diplomati l’11,9% della loro coorte.

Un’analisi spassionata dei cambiamenti introdotti nella scuola dell’Italia repubblicana mostra che sono stati fatti tanti errori, soprattutto pratici. A puro titolo di esempio, la scuola media unica è stata una grande scelta di civiltà (come dimostrato dalle cifre sopra riportate), ma poi è mancata una riforma dei cicli che rendesse fluidi quegli otto anni di istruzione ormai universale. 

Abbiamo ancora molto lavoro da fare sul tempo pieno, specialmente al Sud; l’edilizia scolastica rimane un pianto, così come anche il funzionamento della burocrazia scolastica; la formazione degli adulti, in un Paese in cui le persone con al massimo la terza media sono più di 20 milioni, rimane larvale.

La dispersione implicita, ovvero quel fenomeno per cui alcuni studenti completano la loro istruzione (e prendono un delegittimato pezzo di carta) ma le loro competenze rimangono insufficienti, è un problema reale che in alcune regioni italiane, in particolare al Sud, assume una particolare urgenza.

La lista delle doglianze potrebbe continuare a lungo e probabilmente includerebbe errori e superficialità anche nell’approccio didattico (che peraltro non riguardano specificamente l’Italia, come dimostra il dibattito di area anglosassone, di cui si può trovare traccia in libri come questo), ma un’analisi critica non deve farci perdere di vista la prospettiva e il senso di quello che stiamo facendo. Ci si arrabbia con la scuola, ma la scuola è il paziente da salvare, non il medico da condannare.

Possiamo anche dedicarci a una scuola fieramente e onestamente selettiva e dire che solo i più bravi hanno diritto a stare a scuola fino alla fine delle superiori: è una scelta perfettamente legittima. 

Però poi dobbiamo essere consapevoli che quelli che terremo fuori dalla scuola non spariranno nel nulla: continueranno a essere concittadini, lavoratori, titolari di diritti e di doveri, solo che saranno costretti a esserlo con i pochi e stentati strumenti ricevuti prima di essere stati buttati fuori dalla scuola. 

Se non troveranno lavoro perché mancano di competenze, dovremo occuparci della loro formazione; se non sapranno gestire i loro diritti e ottemperare ai loro doveri finirà che a spiegargli gli uni e gli altri sarà un poliziotto o un giudice; se finiranno per consegnarsi mani e piedi a un caporione populista, saremo tutti noi poi a dover ragionare con l’ascesa di politici disastrosi.

Far sì che nessuno anneghi nell’ignoranza e che tutti possano uscire dalla scuola italiana con un’istruzione di buon livello ci sembra un obiettivo ancora valido, anche se l’espressione «garantire il successo formativo» può sembrare goffa.

Forse anche prendersela ancora con la Democrazia Cristiana che nel 1962 ha creato la scuola media unica non è la cosa più urgente di cui occuparsi. Ma se il libro di Ricolfi e Mastrocola, al di là delle recriminazioni, offre qualche idea che ci possa aiutare a uscire dall’impasse, ben venga.

*Francesco Rocchi, docente Gruppo Condorcet

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