La nuova viaAnche in Europa il successo della sinistra passa per il Centro riformista

La nuova tornata di elezioni nel Vecchio Continente ha premiato il centrismo e le coalizioni di sinistra moderate e inclusive. Spagna, Portogallo, Francia, Grecia, Paesi Bassi, Svezia e Finalndia sono solo alcuni degli esempi di questa tendenza

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Puntare al centro. In molti casi per le forze di sinistra in Europa la ricetta per vincere è chiara: vanno inclusi i soggetti più moderati. Non farlo significa per molti essere puniti alle urne: non è un caso se spesso anche i partiti più a sinistra dei socialisti cercano la via per la vittoria guardando al centro. Il caso tedesco, con la vittoria di Olaf Scholz e la percentuale minima del partito Die Linke, è solo l’ultimo esempio: in giro per il Continente ci sono tanti casi simili o molto simili di partiti di sinistra moderati o massimalisti che di recente si sono confrontati con le urne ottenendo risultati molto diversi. 

Spagna
A Madrid il vero simbolo del centrismo è già al potere: è il premier Pedro Sanchez, figura decisamente più moderata rispetto ai suoi avversari interni e uscita indenne da un doppio turno elettorale nel 2019. Dopo un primo approccio, non ben riuscito, con i centristi di Ciudadanos, ha impostato il nuovo governo alleandosi con Podemos e altri movimenti regionali e riuscendo finora a far funzionare il primo esecutivo di coalizione della storia di Spagna. 

Persino i suoi alleati sono col tempo diventati più affidabili: negli ultimi mesi Podemos ha vissuto un importante cambio della guardia con l’arrivo di Yolanda Diaz come vicepresidente al posto di Pablo Iglesias, candidatosi nel frattempo a presidente della regione di Madrid e dal carattere più divisivo. 

Proprio la presenza in campo del leader di Podemos, insieme al candidato del Partito Socialista, alle elezioni regionali della capitale ha evidenziato gli errori da non commettere in futuro a livello nazionale: la tornata è stata infatti vinta dalla presidente uscente Isabel Diaz Ayuso, appartenente al Partido Popular, che ha portato il suo movimento a un incredibile 44.73% e a più che raddoppiare i seggi. Un risultato che funge da monito anche per il governo: per vincere non va lasciato il centro alla destra.

Portogallo
Discorso simile vale per Lisbona: dal 2015 Antonio Costa guida esecutivi monocolore socialista minoritari con l’appoggio esterno di comunisti e verdi. Una coalizione che nasce più per necessità che per principio, visto che prima delle elezioni del 2019 lo stesso Costa aveva sostenuto come non fosse intenzionato a riproporre il vecchio schema, che poi, però, ha dovuto ripresentare. 

Eppure, gli scricchiolii cominciano ad avvertirsi: la prova è la sconfitta storica del partito socialista alle comunali di Lisbona, dove il delfino annunciato di Costa, il sindaco uscente Fernando Medina, ha ceduto il passo all’ex commissario europeo Carlos Moedas, rappresentante dei socialdemocratici. 

Lisbona, dove il PS governava da 14 anni, non è stato il solo comune dove il partito di governo è andato male: anche a Coimbra, Funchal e Oporto i risultati sono stati pessimi. «Le elezioni erano di rilevanza nazionale. 

Il PS può ancora dominare la mappa municipale, ma esce da queste elezioni indebolito, con la chiara sensazione che il suo potere abbia raggiunto il suo limite», ha scritto il giornalista Manuel Carvalho su Publico lo scorso lunedì. Il 2023 è pericolosamente vicino per i socialisti.

Paesi Nordici
En plein. Socialdemocrazia fa rima con governo in Scandinavia, dove i partiti di sinistra moderati sono al governo in tutti e quattro gli stati. In Norvegia il leader laburista Jonas Gahr Støre sta conducendo le trattative per formare un nuovo governo, dopo aver vinto le elezioni legislative dello scorso 13 settembre che hanno posto fine all’amministrazione della premier conservatrice Erna Solberg, soprannominata “Iron Erna”, durata ben 8 anni. 

Adesso per il premier in pectore viene il difficile: trovare un punto di mediazione tra le posizioni del Centro e quelle della Sinistra socialista, alleati obbligati per formare un nuovo esecutivo. Esecutivo che viene, esecutivo che va: in Svezia il governo del socialdemocratico Stefan Löfven, in cui sono presenti anche i Verdi, arriva da un periodo estivo piuttosto turbolento. 

Il premier ha annunciato a novembre le sue dimissioni e il conseguente arrivo di un nuovo sostituto socialista, che avrà il compito di traghettare il paese verso le elezioni del settembre 2022. Ago della bilancia saranno i liberali, un tempo alleati di Löfven, che adesso sono passati all’opposizione, facendo vincere la mozione di sfiducia dello scorso giugno.

In Finlandia è invece saldamente al timone Sanna Marin, al governo dal 2019 in una coalizione che comprende i centristi – l’alleato numericamente più importante – il partito popolare finlandese, Lega Verde e Alleanza di Sinistra, cartello elettorale con dentro anche i comunisti. Un’alleanza molto larga, ma necessaria se si vuole impedire l’avanzata delle destre, che nelle amministrative di giugno hanno ottenuto ottimi risultati in tutto il Paese. 

E poi c’è la Danimarca, dove al potere c’è la socialdemocratica Mette Frederiksen in un governo di minoranza sostenuto da Sinistra Radicale, Partito Popolare Socialista, Inuit Ataqatigiit e Lista dell’Unità. Partiti che più volte nel corso della legislatura hanno messo in discussione l’appoggio al governo, spesso troppo centrista se non addirittura spostato a destra in alcune politiche, come per esempio l’accoglienza dei migranti.

Francia
Un crollo evidente. Dopo la fine dell’esperienza di governo di François Hollande, il consenso del Partito socialista è letteralmente calato in Francia, finendo per essere superato sia dal centro – in particolare dal movimento En Marche del presidente Emmanuel Macron – che da sinistra, dove Jean-Luc Mélenchon ha acquisito e rafforzato una nicchia sempre più consistente.

Adesso, con una nuova campagna elettorale alle porte, il partito sembra ancora incerto su come muoversi: sui territori il PS ha riconquistato molti municipi e ha mantenuto quelli più prestigiosi, come Parigi, ma una campagna nazionale è cosa ben diversa. 

L’intenzione del segretario Olivier Faure sembra chiara: lasciare la scena alla candidata presidente, la sindaca di Parigi Anne Hidalgo, e ad altre giovani promesse, come ad esempio la presidente della regione Occitania, Carole Delga.

Per il momento i sondaggi non sembrano ancora premiare questa scelta: Hidalgo è infatti accreditata di un 9% dei voti dai sondaggi, ancora dietro Mélenchon; a seguire Xavier Bertrand candidato dei Républicains; quindi Eric Zemmour e Marine le Pen, esponenti di estrema destra e infine, ovviamente, il presidente Emmanuel Macron.

Grecia
Storia simile a quella dei Socialisti francesi è quella del PASOK in Grecia. Oggi il movimento socialista panellenico è ormai diventato ininfluente di fronte al nuovo bipolarismo greco tra la destra moderata di Neo Democratia – oggi al governo con Kriakos Mitsotakis -e Syriza di Alexis Tsipras, che, dopo un inizio a sinistra del Pasok, si è pian piano affermato come forza progressista di riferimento e addirittura moderata.

In questo contesto non sembra esserci posto per la sinistra socialista in Grecia, nemmeno in un cartello elettorale: alle elezioni legislative del 2019 il PASOK si è presentato insieme a To Potami, Sinistra Democratica e il Movimento dei Socialisti Democratici sotto le insegne del Movimento per il Cambiamento. Peccato che il cartello sia durato poco per l’uscita di To Potami e di Sinistra Democratica: anche così si spiega il misero 8,10% ottenuto alle ultime elezioni. Occorre ricostruire.

Paesi Bassi
Altrettanto si può dire del Partito del Lavoro dei Paesi Bassi, il movimento da cui proviene il commissario europeo Frans Timmermans. Le elezioni del 2021 sono state tragiche, visto il risicato 5,73% ottenuto dal partito, una percentuale che non si discosta molto da quella del 2017. 

I numeri sono ben lontani dai fasti precedenti ma fanno da contraltare alla crescita dei Democratici 66, movimento di ispirazione liberale e progressista. Per loro le ultime elezioni sono state la consacrazione definitiva grazie al 15% con cui si sono piazzati dietro il VVD del premier uscente Mark Rutte. 

Una crescita costante a livello nazionale che molto probabilmente verrà ancora premiata: dopo sei mesi di trattative sembra infatti vicino l’arrivo di un nuovo governo guidato nuovamente da Rutte e con dentro anche i Democratici 66, come già avvenuto nel 2017.