Vento dell’estLo strano amore degli oligarchi russi per le colline umbre

Sia Evgeny Lebedev che Vladimir Yakunin, due pezzi grossi del sistema di potere putiniano (entrambi ex Kgb), hanno un castello poco fuori Perugia, a solo cinque chilometri di distanza l’un l’altro. Chi li conosce giura che è un caso. Ma alcuni ricordano che proprio da quelle parti l’attuale presidente del consiglio Mario Draghi giocava a golf. Lo tenevano sotto osservazione? Un estratto dell’ultimo libro di Jacopo Iacoboni e Gianluca Paolucci, edito da Laterza

di Gabriella Clare Marino, da Unsplash

Cinque chilometri appena. Una strada bianca in mezzo ai boschi, nelle colline poco fuori Perugia. Collega il Castello di Procopio, una delle due tenute in Umbria dei Lebedev, con quello di Antognolla. I due castelli hanno tantissime cose in comune. La prima – cosa curiosa, per questo spicchio così piccolo e remoto di quiete umbra – è che i proprietari sono entrambi russi, entrambi con un rapporto personale con Vladimir Putin. La seconda: entrambi hanno un passato nel Kgb.

Se Procopio è la dimora privata di Evgeny Lebedev, il figlio dell’ex colonnello Alexander, Antognolla diventerà un resort di lusso controllato da un fondo d’investimento internazionale, Viy. Il fondo fa capo a Vladimir Ivanovich Yakunin, ex generale del Kgb, ex banchiere, ex presidente per dieci anni delle ferrovie statali russe, la rete più estesa al mondo. Alle ferrovie era arrivato grazie all’amicizia con Vladimir Putin, il presidente della Russia.

Un legame solido e risalente a molti anni addietro, Yakunin è uno dei soci della Cooperativa Ozero: una serie di dacie immerse nel verde, sulle rive del lago Komsomolskoye, nei pressi di San Pietroburgo. Una è di Vladimir Putin. Nelle altre c’è la cerchia più stretta del potere putiniano, gli amici dei tempi di San Pietroburgo, rapporti personali che risalgono a quando il futuro leader russo era solo un promettente funzionario del Kgb prima, e poi il vice di Anatoly Sobchak, il sindaco di San Pietroburgo dalle inclinazioni liberal.

Oltre a Yakunin, nella Cooperativa Ozero troviamo Andrei Fursenko, scienziato ed ex ministro dell’Educazione fino al 2012. Il fratello Sergey Fursenko, uomo d’affari e presidente del club di calcio dello Zenit. Ma soprattutto Yury Kovalchuk, già editore della versione russa di Cnn, e poi azionista principe di Bank Rossiya, che ritroveremo più avanti in questa storia degli oligarchi russi in Italia. O ancora Vladimir Smirnov, a capo – fino al 2007 – dell’agenzia statale Tenex, che si occupa dell’export di materiale nucleare e vale da sola tra il 35 e il 50 per cento del mercato mondiale di questi delicati prodotti.

La Cooperativa Ozero nasce nel 1996, agli albori del potere putiniano. Progressivamente allontana tutti i residenti storici dalla sponda est del lago. Una donna cercherà di resistere, facendo causa alla Ozero in tribunale: ha perso in tutti i gradi di giudizio.

Yakunin era rientrato in Russia nel 1991 dopo un lungo periodo all’estero da agente del Kgb, da ultimo alle Nazioni Unite, trovando un paese allo sbando. A differenza di altri poteva contare su una solida struttura di rapporti e relazioni anche all’estero: la rete del Kgb. Resterà formalmente un funzionario dei servizi per altri quattro anni dopo la caduta dell’Unione Sovietica. E grazie a quel network di operativi dell’intelligence diventa uomo d’affari. Bank Rossiya, controllata dal Partito comunista sovietico, è la prima banca commerciale a gestire le operazioni in valuta estera per il Partito e per lo stesso Kgb. Durante il colpo di stato dell’agosto 1991 le sue attività vengono congelate. Secondo Yegor Gaidar, ministro delle Finanze di Boris Eltsin, a ridosso del tentato golpe di agosto, tra sei e otto miliardi di dollari di asset russi sarebbero stati trasferiti all’estero già dalla nomenklatura comunista. Beni statali che diventeranno beni privati, attraverso circonvoluti schemi finanziari, tra paradisi fiscali offshore e paesi europei con legislazioni bancarie compiacenti. La più colossale spoliazione di asset del popolo russo mai operata nella storia, a vantaggio di una piccola cerchia di persone.

Quando Bank Rossiya riprende a operare, i suoi soci sono Yakunin, i fratelli Fursenko e, come dicevamo, Kovalchuk. Nel 2005 l’ex spia diventato oligarca viene chiamata dall’amico Putin alla guida delle ferrovie statali russe. Ci resterà fino al 2015 e lascerà l’incarico ancora più ricco. Nei dieci anni del regno di Yakunin le ferrovie sono coinvolte in vari scandali per i costi stratosferici delle forniture, raccontati tra gli altri in inchieste del «New York Times» e di Reuters. Nessuno arriverà a sfiorarlo.

Il principale di questi casi geopolitici è noto con il nome di Russian Laundromat, la “Lavanderia russa”: uno schema di riciclaggio di denaro che ha permesso di far uscire dalla Russia almeno 22 miliardi di dollari di dubbia provenienza attraverso banche compiacenti in Moldavia e nei paesi baltici.

Una parte consistente, secondo quanto ricostruito da una serie di inchieste giornalistiche, arriva proprio dagli appalti delle ferrovie russe. Tra i personaggi coinvolti c’è ad esempio Andrey Krapivin, uno stretto collaboratore di Yakunin fin dagli anni novanta. Ci torneremo più avanti. Per adesso basterà ricordare che quando Yakunin lascia l’incarico nel 2015, gli analisti occidentali s’interrogano su quanto il suo addio sia stato volontario e quanto indotto. Ufficialmente, si è dimesso. Ufficiosamente, all’origine della sua dipartita ci sarebbe il malcontento dell’esecutivo per la richiesta, da parte del figlio Andrey, della cittadinanza britannica. Due anni dopo il suo addio alle ferrovie, sui conti del figlio di Krapivin verranno trovati oltre 270 milioni di dollari provenienti dallo schema del Laundromat. A occuparsi degli investimenti del fondo Viy è il figlio maggiore di Yakunin, Andrey, che lo gestisce. Al fondo, oltre al resort di Antognolla in Italia, fanno capo una serie di investimenti nel settore alberghiero in Russia e in altri paesi europei, per esempio a Davos, che ogni anno ospita le élite mondiali in un Forum economico tra i grandi del pianeta.

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Ad accomunare il giovane Yakunin e il giovane Lebedev, oltre all’appartenenza al Kgb dei rispettivi genitori e alla prossimità dei due castelli umbri, c’è anche altro: un socio italiano per entrambi. Quali che siano le ragioni, è un fatto che l’Italia offre uomini d’affari, o avvocati, per i quali l’arrivo del denaro russo è un’occasione di business come altre. Il socio italiano è lo stesso, per i due russi.

Sia nella Antognolla spa che nella Santa Eurasia srl (alla quale fanno capo il Castello di Procopio e il Palazzo Terranova di Lebedev) compare, con una quota di minoranza, un avvocato romano. Si chiama Alessio Carabba Tettamanti. Possiede anche un’altra struttura turistica nelle vicinanze, il Castello di Murlo. È sua anche la tenuta per la quale passa la strada (privata) che unisce Antognolla e Procopio. Quando l’abbiamo interpellato, Carabba Tettamanti ha spiegato che è soltanto un caso che gli eredi di due ex alti dirigenti del Kgb si siano trovati vicini di casa in Umbria. Per quanto ne sapeva lui, ci disse nel dicembre del 2018, i due russi neppure si conoscono: «Evgeny è un mio amico, innamorato dell’Italia e dell’Umbria, che qualche anno fa ha deciso di investire qui, ristrutturando il Castello di Procopio».

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Antognolla è «un progetto d’investimento» del valore complessivo di 150 milioni in partenza, per trasformare quello che era un rudere in una struttura alberghiera di lusso. Un progetto impegnativo, anche finanziariamente, per la riqualificazione di una struttura importante che dunque aveva bisogno di capitali assai significativi. Nel 2016 il piano fu annunciato così: trasformazione di una tenuta di 560 ettari, venti chilometri a nord di Perugia, in un campo da golf di 18 buche, ristrutturazione dell’antico castello che sarebbe diventato resort a cinque stelle lusso, creazione intorno al vecchio borgo di un sistema di 77 ville private extralusso, con a disposizione piscine, giardini, vigneti.

La cosa sarebbe già di per sé singolare se consideriamo che, a differenza di Antognolla, Procopio è a tutti gli effetti una residenza privata, e non si capisce – a prima vista – cosa ci stia a fare un socio di minoranza. È una circostanza degna di nota che tra i due castelli, lambito dalla strada bianca descritta all’inizio, ci sia uno splendido campo da golf da 18 buche dove ogni tanto gioca Mario Draghi, che ha una villa non troppo distante, a Città della Pieve.

Quando era ancora a capo della Banca centrale europea, tramite l’ufficio stampa dell’Eurotower Draghi ci confermò che sì, in effetti giocava all’Antognolla, ma solo come ospite, e non era mai stato socio del golf club. Presieduto, fino a qualche anno fa, proprio da Carabba Tettamanti.

È forse inutile sottolineare che, nel sistema putiniano, l’ex banchiere centrale europeo è visto come uno dei simboli stessi dell’Unione europea: l’entità politica che è uno dei peggiori nemici che la Russia di Putin ha costantemente cercato di indebolire e dividere, in questi anni. Draghi era oggetto di curiosità ostili da parte dei russi? È una domanda che dobbiamo lasciare aperta.

da “Oligarchi. Come gli amici di Putin stanno comprando l’Italia”, di Jacopo Iacoboni e Gianluca Paolucci, Laterza editore, 2021, pagine 240, euro 18