Chiusura del cerchioIl nuovo libro di Dave Eggers sul mondo pauroso e disadattato creato dai social

Si intitolerà “The Every” (esce il 16 novembre per Hamish Hamilton) e traduce in romanzo le considerazioni sul capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff, indagando il potere delle nuove tecnologie di ingabbiare e annebbiare le persone

di Stefano Pollio, da Unsplash

Cosa succede se il social network più grande del mondo si fonde con la piattaforma di e-commerce principale del web? Il risultato, inquietante e distruttivo, lo racconta Dave Eggers nel suo ultimo libro, di prossima pubblicazione. “The Every”, che uscirà il 16 novembre (lo pubblica Hamish Hamilton) è il seguito de “Il cerchio”, pubblicato nel 2013 (in Italia un anno dopo) e diventato un film nel 2017 con Tom Hanks – ma i due libri possono essere letti in modo indipendente, assicura in questo articolo il Guardian.

“The Every”, se possibile, dipinge un mondo ancora più distopico e – questa è la parte meno piacevole – molto più simile alla realtà del giorno d’oggi. Il Cerchio è diventato un impero mediatico e si è fuso con un sito di e-commerce cui soprannominato “la giungla” (il romanzo, come si vede, è a chiave). Alla fusione è seguito il rebranding (familiare?) e adesso si chiama, appunto, “The Every”.

Il romanzo, in buona sostanza, è una traduzione sul piano della fiction di quanto scrive Shoshana Zuboff in “Il capitalismo della sorveglianza”. C’è la direzione totalitaria, il controllo dei comportamenti di massa attraverso la sorveglianza dei nuovi strumenti tech, l’impiego repressivo dei dati, le restrizioni alla libertà di espressione.

Le tesi espresse dalla studiosa sono riprese dal personaggio del professor Agarwal, che nelle sue lettere all’allievo Delaney Wells rappresenta la coscienza morale del libro. Wells, invece, è un ragazzo ambizioso e dalle idee radicali. Il suo piano è quello di far implodere, dall’interno, The Every. La sua è una sorta di provvidenza attiva. Entra nell’azienda e, insieme al suo compare Wes, cerca di sabotarla con iniziative controintuitive, cioè inventare app così stupide e vergognose da far sollevare la popolazione contro il social network e provocarne la caduta finale.

Come è ovvio, il piano non funziona. Anzi, gli utenti si abituano e iniziano a usare le app inventate da Wells anche contro il loro stesso interesse. Sono applicazioni che peggiorano la vita di tutti: una di queste somiglia a TikTok ma pubblica solo video imbarazzanti, sui quali gli utenti si sfogano con condanne e derisioni. Un’altra, invece, corregge messaggi e post togliendo ogni forma di linguaggio offensivo, ma anche bandendo parole impopolari e fuori moda. Un’altra ancora mette alla berlina le persone che lanciano occhiate equivoche. Una sorta di “eyeshaming” che finirà per provocare un alto numero di suicidi.

L’architettura di “The Every” somiglia a un incubo: la trasparenza è ormai diventata un’arma per giudicare e svergognare gli altri e la vergogna stessa diventa l’emozione dominante. Persa la sua funzione di collante sociale (promuovendo il contegno) si trasforma nella forza in grado di polverizzare qualsiasi forma di interazione. Alla fine prevale la paura, cancellando ogni forma di fiducia nell’altro.

Eggers vuole arrivare proprio qui, al punto in cui si incrociano la pervasività tecnologica e la sanzione sociale. Alle piattaforme che hanno congegnato il nuovo panopticon si aggiunge la sorveglianza attiva del vicino, pronto alla delazione fine a se stessa. In un certo senso, “The Every” è la cancel culture portata a un grado di efficacia maggiore, anzi totale. È anche la sanzione del predominio dell’algoritmo sull’uomo, che sceglie di assecondare pratiche umilianti e dolorose in nome del quieto vivere e del conformismo. Eggers immagina per la realtà dei nostri giorni – sulla scorta delle riflessioni di Zuboff – una parabola discendente e distruttiva, dove alla fine l’essere umano, per prudenza e vergogna, diventa mite, represso, incapace di slanci e di passione.

Al prevalere delle esigenze materiali, il lato spirituale – fatto a pezzi dalla cultura della sorveglianza, dalla gogna e della paura – può sopravvivere solo come atto di follia, di psicopatologia e di difformità. A salvare l’umanità potrebbe sarà la versione meno piacevole di noi, quella, appunto, meno social.