A tempo determinato Diventare vegani (almeno) per un mese può rivelarsi meno traumatico del previsto

Non per moda dietetica o per detox post festività (che sappiamo non avere senso). Otto anni fa, il Paese con più riluttanti alle proteine animali ha lanciato la challenge per stare 31 giorni senza. 10 consigli su come normalizzare un’alimentazione priva di carne e derivati

È gennaio o, per oltre 500.000 persone, Veganuary. Sono questi i partecipanti che nel 2021 hanno consumato più verdure bannando le proteine animali, un numero presumibilmente in aumento perché “se il movimento mantiene l’attuale tasso di crescita, nei prossimi dieci anni almeno 1 persona su 10 sarà vegana”, scriveva così la rivista di moda contemporanea The Vou, sempre lo scorso anno. Ne sono trascorsi otto da quando Jane Land e Matthew Glover hanno fondato Veganuary, un ’organizzazione senza scopo di lucro che incoraggia le persone in tutto il mondo a mangiare (almeno) per 31 giorni senza carne, pesce, latte, uova e ogni altro derivato animale. Per la crasi delle parole “vegan” e “january” galeotto fu un sito di incontri vegani sul quale, verso la fine del 2013, la coppia britannica progettava la challenge che si avvicinasse il più possibile all’ideale cruelty free, liberamente ispirata da Movember, il mese dei baffi. Lo stesso Matthew aveva aderito a questo evento di beneficenza che dal 2003 sensibilizza gli uomini sulla prevenzione maschile: fu allora che si sono chiesti se potevano adottare un periodo diverso per la loro causa. La scelta ricadde su quello che per tutti coincide con il mese dei buoni propositi e dei nuovi inizi, già individuato un anno prima per il Dry January, vale a dire il “gennaio a secco”, durante il quale non si tocca alcool.

 

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Secondo Toni Vernelli, responsabile comunicazione e marketing di Veganuary, su 10 persone che diventano vegane 9 lo fanno per perorare tematiche ambientali e animaliste; lo conferma lo stesso Matthew che paradossalmente nasce in una famiglia di macellai. Una lezione etica la offre la Svizzera, dove più di 50 contadini stanno rinunciando a produrre carne per convertirsi all’agricoltura vegana. A prendere l’iniziativa i Blaser, una famiglia nella valle dell’Emmental che ha scelto di non portare più i propri animali al macello per piantare ceci e farro. Un modello per il futuro che in molti commentano come un sogno per idealisti alla luce degli scarsi ricavi: per compensare le perdite è stata attivata una raccolta fondi in cui si chiede ai visitatori di adottare mucche e vitelli con un contributo di 250 franchi al mese fino a 3000 franchi all’anno. Sebbene il mercato veg sia in crescita, al contrario di quello di carne e latte, gli ex allevatori devono coprire i costi con 36 mila franchi all’anno. Nella regione della Svizzera tedesca, dove la maggior parte dei contadini produce carne, questo modello green power ha persuaso Sarah Heiligtag, patron di Hof Narr, quella che lei chiama “fattoria della vita”; in questa oasi non aiuta solamente gli animali, ma coltiva e raccoglie alimenti biologici, offre opportunità di confronto sulla sostenibilità ecologica e sull’etica, una visione che ha già convinto 70 famiglie a dedicarsi all’agricoltura vegetale.

A sostegno della triangolazione pianeta-uomo-animali possiamo scorgere i principi della gamification, ovvero di come usare il gioco per apportare dei cambiamenti ai comportamenti individuali con l’auspicio che durino ben più di quattro settimane. Dalla teoria alla pratica: il medico nutrizionista Silvia Goggi è stata sfidata a costruire un menu giornaliero vegano per 4 persone avendo a disposizione un budget di soli 20 euro. Una prova superata, tenendosi addirittura sotto il tetto massimo, che prova come un menu di questo tipo non sia una moda per ricchi. Prendendo il caso dell’Italia il movimento Veganuary è promosso da Essere Animali, associazione no-profit in prima linea per la difesa degli animali, e viene veicolato attraverso una piattaforma che, previa registrazione, stabilisce cum grano salis l’approccio vegan. Dopo aver compilato il breve form, si riceve un libro di cucina elettronico con ricette divise tra colazioni, portate principali e dolci a cura di personaggi noti che in passato hanno anche preso parte a Veganuary. Un materiale supportato da e-mail con dritte per la spesa e un calendario motivazionale in cui segnare quotidianamente il proprio piano alimentare, monitorando progressi o confessando sgarri. Se qualcuno cedesse a una barretta Mars non ci sarà nessun “Tagliategli la testa” a fare eco dall’inconscio: si può sempre resettare e ricominciare, magari con una barretta di cioccolato vegana! Qualunque sia la vostra motivazione a santificare il Veganuary, vi consigliamo 10 best practices per normalizzare la dieta planted based che ha affascinato star del calibro di Paul McCartney e Joaquin Phoenix.

Iniziare trovando alternative dei cibi preferiti
Per accompagnare senza stress il cambio delle proprie abitudini, basta trovare validi sostituti ai propri cibi preferiti. Alternative che faranno sentire meno spaesate le papille gustative: dall’hamburger di fake meat al primo panino vegano di McDonald’s, alias McPlant, dal Babybel vegano che verrà lanciato a giorni nel mercato inglese fino alle sdoganate bevande vegetali per carburare al mattino che secondo gli ultimi dati di IRI Italia piacciono sempre di più.

Imparare ad apprezzare i legumi
Li chiameremo i magnifici otto: fagioli, piselli, ceci, fave, lenticchie, lupini, cicerchie, arachidi (sì, nonostante vengono impropriamente categorizzate come frutta secca, le arachidi appartengono alla famiglia delle leguminose). Fonti naturali di proteine, i legumi sono importantissimi per bilanciare l’assenza di carne e salveranno il pianeta perché, come ha ricordato la nostra Direttrice, le mucche sono 20 volte meno efficienti da allevare rispetto alla coltivazione dei fagioli”. Non solo zuppe o vasetti svuotati nelle insalate: i legumi trovano massima espressione in preparazioni al sugo, in padella, come polpette, in crema o vellutata, al forno con le verdure o sotto forma di farina e pasta che conta come parte proteica di un pasto.

Fare scorta di cereali
Tra i food trend del 2022 cofane di cereali, possibilmente coltivati attraverso un’agricoltura rigenerativa in grado di arricchire il suolo. Il riso integrale è ricco di fibre, quello venere di antiossidanti, la quinoa insieme all’amaranto sono una fonte virtuosa di proteine. La triade cereali, legumi e verdure è vincente per equilibrare un pasto sano e sostanzioso.
assorted food in socks

Familiarizzare con il tofu
I mangiatori di tofu non sono dei pericolosi rivoluzionari. Con le sue pochissime calorie, il panetto spugnoso resta uno dei punti fermi per l’assunzione di proteine nel regime vegano. Arriva da Oriente questo formaggio di soia che noi occidentali abbiamo sempre volgarizzato come latticino: in realtà è un derivato della soia (a tutti gli effetti un legume, anzi quello con più grassi in assoluto!) assai versatile che se non piace può voler significare che è stato cucinato male. Senza farlo diventare l’ultima spiaggia, ecco 64 ricette che vi faranno ricredere!
person holding white and blue ceramic plate with rice and sliced cucumber

Trovare un mercato contadino
I farmer’s market sono il posto migliore dove fare dialogare agricoltori locali e cittadini, trovando prodotti di stagione 100% di origine vegetale. Il riferimento per tutti è il modello di Campagna Amica, luoghi autentici “sempre più orientati alla qualità e alla sicurezza del cibo, ai valori della sostenibilità, del consumo consapevole e della lotta allo spreco”.

Seguire modelli vegani positivi
Il segreto per restare fedeli a qualcosa è circondarsi di good vibes, come quelle che trasmettono gli influencer agli scrollatori seriali di feed su Instagram. Perché il loro lavoro è quello di influenzare gli utenti su un determinato argomento professando il loro credo. Così, Cucina Botanica è diventato un best seller: Carlotta Perego, la cuoca vegana che parla “di sostenibilità e del mondo che vorrei”, in principio ha condiviso la sua rivoluzione planted based su YouTube e Instagram, uno stile di vita inclusivo e rassicurante che è poi confluito in uno dei libri di ricette (vegane) più venduti in Italia.

 

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Sostenere i ristoranti vegani della propria città
Non servono buoni motivi per spingerci a supportare i nostri amici ristoratori, specialmente in questo momento, ma gennaio può essere la scusa in più per provare la cucina vegana anche fuori casa. Il sito di Io scelgo veg aiuta a mappare le migliori insegne semplicemente indicando il nome della città: noi qualche tempo fa ci siamo portati avanti con alcune segnalazioni su Roma e Milano.

Coinvolgere gli amici
Senza interrogarsi su come convincere il prossimo, il cibo vegano è ricco di sfumature e può essere ancora più eloquente se condiviso. Durante il Veganuary si può chiedere ad amici e familiari di provare qualche piatto insieme e sperimentare nuove ricette perché alla fine “si ha sempre paura di ciò che non si conosce”, profetizzerebbe Osho.

Censire i siti per acquisti
Per approcciare con i vostri tempi all’universo vegano studiando con curiosità i singoli ingredienti, esistono siti specializzati che vi mettono di fronte a una vetrina come foste davanti a uno scaffale del supermercato. Nessun pressure test perché potete prendervi tutto il tempo necessario per inserire i prodotti nel carrello. Per spedizioni in tutta Italia, vi suggeriamo lo shop online di Ivegan, quello di Veganobio che ha pure un negozio fisico a Pescara, il Cashewficio per gli appassionati di formaggio vegetale, Cuorevegano che è invece l’alter ego online dello store di Milano, un’esperienza valorizzata da un annesso blog.

Box mensili
Chi non si sentisse pronto ad affrontare il cammino di Veganuary per intero può optare per introdurre gradualmente l’abitudine con una ideale prova di sette pasti vegani. Personalizzabile è altresì il servizio offerto da Plant Box, una piattaforma che permette di modulare il proprio piano alimentare fino ad abbonarsi a box mensili.

Disclaimer: spesso capita che queste proposte siano strettamente connesse a concetti quali remise en forme e detox. Perché si diventa vegani? Per X motivi e tutti validi. Senza banalizzare a una questione di sottrazione virtuosa, una sfumatura significativa è stata colta dal tribunale di Norwich quando sentenziò su un caso nel Regno Unito equiparando il veganesimo a una religione. Per semplificare, si potrebbe parlare di veganesimo “salutista” per quello basato su principi esclusivamente nutrizionali in cui ci si impegna ad acquistare prodotti che garantiscano una certa filiera; di veganesimo “etico” nel caso sia sostenuto da motivazioni quali rispetto per gli animali e amore per l’ambiente. Questo criterio esclude, quindi, qualunque prodotto non solo generato da macellazione, caccia o pesca, ma anche proveniente da sfruttamento animale: stop a lana, seta, cera, miele, medicine e cosmetici che nell’inci facciano menzione a componenti o sperimentazioni animali.

 

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