Segnali di avvicinamentoCosa significa per i Balcani occidentali la distensione tra Bulgaria e Macedonia del Nord

Il nuovo governo di Kiril Petkov sembra intenzionato a migliorare i rapporti con il Paese confinante. Un eventuale nulla osta di Sofia all’adesione di Skopje all’Unione europea aprirebbe la strada anche per gli altri Stati della regione che sono in lista d’attesa

Pexels

«Un lungo viaggio inizia con un primo passo», sosteneva Lao Tse. Una metafora che descrive anche il riavvicinamento tra Macedonia del Nord e Bulgaria, divise da anni di disputa e che da qualche settimana hanno deciso di cambiare approccio. Lo dimostra la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Sofia e Skopje e la volontà di dialogo dei due nuovi premier, il bulgaro Kiril Petkov e il macedone Dimitar Kovacevski, a cui farà seguito anche il ritorno dei voli tra i due Stati.

Un primo, anche se piccolo, passo verso un rapporto più disteso. «Sono molto ottimista riguardo alle nuove dinamiche e posso assicurarvi che i risultati saranno visibili ogni settimana», ha dichiarato Petkov lo scorso 23 gennaio al suo arrivo a Skopje. Nonostante i primi segnali distensivi però le differenze permangono.

«È un primo segno, certamente positivo, ma serve fare ancora tanta strada prima di vedere la Macedonia del Nord in Europa», evidenzia a Linkiesta il ricercatore dell’Ispi Giorgio Fruscione. A sperarlo sono soprattutto i Paesi dei Balcani occidentali, da tempo in lista d’attesa per entrare nell’Unione ma costretti ogni volta ad aspettare un vero segnale di apertura da parte dei 27, che però non arriva mai.

Sofia e Skopje: un rapporto complicato
I nodi irrisolti sono ancora tutti sul tavolo. Il processo di adesione della Macedonia del Nord all’Unione europea, iniziato nel lontano 2004, è da tempo giunto a un punto morto. Come ha raccontato Linkiesta già nel dicembre 2020, la causa sono stati il veto prima greco e poi bulgaro, che hanno costretto Skopje a doversi ripensare.

Se per Atene è bastato il cambio di denominazione, per Sofia il discorso è più complicato: la Bulgaria lamenta non solo una errata definizione statuale, temendo che Skopje possa avere una qualche rivendicazione sulla regione bulgara della Pirin Macedonia, ma anche l’assenza di una qualsiasi diversità con la Macedonia del Nord, sostenendo che lingua e popolazione macedone non siano altro che un loro derivato. «Un punto che ancora divide i due governi, nonostante un riavvicinamento che rimane comunque significativo», sottolinea Fruscione.

Il tema non era prioritario per entrambi i governi ma, con l’avvento dei due nuovi primi ministri Petkov e Kovacevski, ha trovato uno spazio che sembrava insperato. «In fondo entrambi sono nuovi, hanno profili tecnici e spesso carriere ministeriali di livello, come nel caso di Petkov. È normale che possano trovare dei punti in comune su un tema che avrebbe certamente diviso i politici ma che in questo periodo, grazie anche all’assenza di tornate elettorali, non scalda più di tanto i rispettivi elettorati», evidenzia Fruscione.

Questo riavvicinamento, soprattutto in Bulgaria, ha fatto parecchio discutere: il presidente della Repubblica Rumen Radev ha pubblicamente ripreso il primo ministro dichiarando che «la visita del primo ministro è stata prematura… Qualsiasi azione affrettata del governo bulgaro e qualsiasi segnale positivo preliminare possono essere interpretati erroneamente come una sorta di concessione da parte nostra».

A Sofia sono infatti preoccupati del sentimento anti-bulgaro che cova sotto la cenere in Macedonia del Nord e in qualche modo “tollerato” dal potere ufficiale. Lo dimostra l’incontro tra il presidente della Macedonia del Nord Stevo Pendarovski e i rappresentanti dell’organizzazione “OMO Ilinden”, dichiarata incostituzionale in Bulgaria per le sue mire proprio sulla regione della Pirin Macedonia.

«Per questo non bisogna lasciarsi prendere dai facili entusiasmi: le questioni da risolvere sono tante e il veto bulgaro rischia di restare lì ancora per un po’. Ne è un esempio il richiamo del presidente della Repubblica, che è un po’ custode dell’identità nazionale bulgara, e la frammentarietà della coalizione di governo, dove sono inclusi partiti più ben disposti verso Bruxelles, e quindi più inclini al dialogo, e altri invece più conservatori, come “C’è un popolo come questo” di Slavi Trifonov, che non vedono di buon occhio simili iniziative», sostiene Fruscione che evidenzia comunque un altro particolare di non poco conto: «In un modo o in un altro si è passati dal muro a un parliamone: è comunque un passo in avanti».

Cosa vuol dire per i Balcani occidentali
Una prima, se pur timida riapertura, è di certo un buon segno per tutta la regione. Serbia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Kosovo e soprattutto Albania sono le prime spettatrici interessate a un passo in avanti della Macedonia del Nord verso Bruxelles, che fungerebbe per loro da vero e proprio apripista.

La conferenza UE-Balcani occidentali, organizzata lo scorso 6 ottobre dalla presidenza slovena dell’Unione, si è conclusa con un sostanziale nulla di fatto, con tante promesse e poco altro. Non un granché per una regione ancora scossa dai venti di guerra tra Bosnia e Repubblica Sprska e dalle querelle della Serbia con Kosovo e Montenegro, vicini che temono l’espansionismo di Belgrado.

A loro va poi aggiunto il caso dell’Albania, il Paese che probabilmente spera di più nel disgelo tra Bulgaria e Macedonia del Nord, visto che il suo processo di adesione è legato a doppio filo a quello: se non va avanti l’uno non va avanti nemmeno l’altro.

«È sicuramente un segnale positivo, perché viene così ristabilita il valore della diplomazia in un contesto difficile come quello dei Balcani», sottolinea Fruscione. Le questioni però restano tutte sul tavolo. «Al momento pare difficile capire che effetto potrà mai avere un disgelo tra Sofia e Skopje su dossier particolari, come per esempio sulle negoziazioni tra Belgrado e Pristina, visto che ci sono questioni identitarie e nazionali che non si possono trascurare».

E proprio su queste, così come sulla distanza tra Bruxelles e la regione, soffiano le potenze esterne, come Russia e Cina, che cercano di ampliare la loro influenza. Eppure, nonostante tutto ciò, la fiducia della regione verso l’Unione resta alta. Lo dimostrano proprio le dichiarazioni del premier albanese Edi Rama che, in un’intervista al Financial Times, sottolinea come «gli altri possano portare denaro, investimenti, forse anche caviale, ma non saranno in grado di portare ciò che serve a costruire uno Stato libero e funzionante». Una frase che dice tutto, nonostante le delusioni cocenti che il Paese ha dovuto subire dal 2009, anno di inizio del processo di adesione all’Unione.

«Nonostante quello che abbiamo sofferto non è cambiata la nostra idea di entrare nell’Unione. Abbiamo consumato diverse storie d’amore e matrimoni in passato e adesso cerchiamo un nuovo tipo di rapporto, diverso da quelli precedenti.Tuttavia, questo tipo di unione risulta essere difficile», ha dichiarato Rama, facendo riferimento ai passati legami dell’Albania con Russia e Cina e al tentativo adesso di entrare nel circolo dei 27. Un ingresso che non si preannuncia di certo semplice, ma che sarebbe più facile se Skopje e Sofia iniziassero a collaborare più attivamente. In fondo il primo passo è già stato compiuto.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter