Il doppio raccontoLo strano caso della lettera dell’ex senatore Pittelli a Mara Carfagna

È stata descritta come una corrispondenza privata, in realtà era una raccomandata con ricevuta di ritorno indirizzata alla Camera, sottoposta a esame anche a causa di alcune minacce subite dal Ministro. Che finisse alla polizia era ovvio. La scelta dell’ex politico è stata incauta, ma l’accanimento nei suoi confronti è reale

di Kelly Sikkema, da Unsplash

C’è un doppio racconto nel caso dell’avvocato ed ex senatore Giancarlo Pittelli, in carcere da tempo prima per la maxi-inchiesta denominata “Rinascita Scott” e poi per l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa (un traffico di rifiuti gestito dal clan Piromalli).

Il racconto Numero Uno è noto: Pittelli è finalmente ai domiciliari; si protesta vittima di un’ingiusta persecuzione giudiziaria; scrive una o più lettere a amici e parlamentari sfidando il divieto di comunicare all’esterno; una di quelle lettere (indirizzata al ministro del Sud Mara Carfagna) finisce su un tavolo della polizia e quindi alla procura di Catanzaro. La Procura, il 12 dicembre scorso, chiede e ottiene dal tribunale di Vibo Valentia il ritorno di Pittelli in carcere. Ora c’è un pubblico appello perché torni a casa: sono state già raccolte oltre 1.300 firme trasversali alla politica e alle professioni.

L’altro racconto, quello meno noto – anzi nient’affatto noto – riguarda i fatti a monte della richiesta di arresto. Oltre le campagne di una parte dei media, oltre la consueta formula del “secondo quanto si apprende”, mai è stato precisato il reale andamento delle cose, che peraltro lavorandoci un po’ sarebbe stato possibile ricostruire secondo verità fin dall’inizio.

Pochi sanno (o hanno scritto) che la lettera di Pittelli non era una lettera personale a una vecchia collega parlamentare ma una raccomandata con ricevuta di ritorno, inviata alla Camera: quindi un documento formale che come tale è stato aperto e vagliato. Arriva sul tavolo della segreteria di Mara Carfagna in un momento particolare (e anche questa è notizia nuova): pochi giorni prima è stata recapitata una busta contenente minacce di morte con un proiettile e di conseguenza la sicurezza ha dettato misure di sorveglianza molto stringenti, anche tenendo conto della specifica esposizione al rischio di un ministro del Sud.

La regola dice che ogni messaggio fuori dall’ordinario, ogni corrispondenza potenzialmente sospetta, deve essere trasmessa direttamente all’Ispettorato di polizia. La lettera di Pittelli risponde senz’altro alle caratteristiche indicate, visto tra l’altro che fin dalla terza riga – «non potrei avere rapporti di corrispondenza con nessuno» – auto-dichiara un illecito. È ovvio che le pagine finiscano alla polizia, così come ogni altra precedente e successiva comunicazione fuori dal canone.

È questa la genesi della vicenda che riconduce la lettera in Calabria dove diventerà il casus belli di un nuovo arresto di Pittelli e al tempo stesso sarà usata per costruire una trama senza fondatezza sulla catena di eventi precedenti e sul ruolo del ministro.

Il racconto Numero Uno, strada facendo, sarà irrobustito da un giornalismo più incline al commento (talvolta all’invettiva) che al ragionamento sui fatti, e scarsamente consapevole della doppiezza che spesso contengono vicende giudiziarie così ostinate e complesse, il cui senso spesso sfugge persino ai suoi protagonisti e vittime.

Autorità politiche, parlamentari, potenti in genere, sono spesso i destinatari di preghiere di aiuto trasmesse in tanti modi, talvolta ascoltate e talvolta cestinate. Mai si era visto, tuttavia, un appello inoltrato con una raccomandata con ricevuta di ritorno, un tipo di comunicazione impossibile da associare a una richiesta confidenziale. Mai soprattutto si era visto agire così un esperto avvocato, di sicuro consapevole del fatto che un ministro è anche pubblico ufficiale, ha doveri precisi davanti a una lettera formale che lo stesso firmatario qualifica come atto illecito già alle prime parole. Fondato il dubbio sulla natura di quel messaggio, ovvio tutto ciò che ne è seguito.

L’accanimento di cui paga il prezzo Giancarlo Pittelli è fuor di dubbio, così come – a guardare le cose nella prospettiva giusta – è infondata la ricerca di un capro espiatorio “esterno” ai meccanismi giudiziari.

Altri dettagli di questo doppio racconto resteranno misteriosi o forse li scopriremo solo strada facendo come spesso avviene quando un’inchiesta diventa una vicenda-simbolo, dove più che le pagliuzze bisogna guardare le travi: in questo caso la trave di una carcerazione preventiva senza fine che ha schiantato l’esistenza di un avvocato settantenne, nell’arco di quindici anni, attraverso tre inchieste senza mai una condanna.