Kingmaker wannabeLa Turchia si sta ritagliando un ruolo di primo piano nella crisi ucraina (e non solo)

Erdoğan si pone come mediatore tra Russia e Occidente: è l’unico paese Nato a collaborare con Mosca e può vantare un margine di manovra maggiore degli Stati europei. Allo stesso modo anche in Libia, Siria e altre regioni strategiche, il Sultano può intromettersi nelle indecisioni dell’Unione europea

AP/Lapresse

Nel confronto tra Russia e Occidente sul dossier ucraino c’è un terzo attore da non sottovalutare: la Turchia. Il presidente Recep Tayyip Erdogan si pone da tempo come mediatore tra le parti nella speranza di evitare lo scoppio di una guerra che travolgerebbe anche il suo Paese. Per questo motivo il Sultano sta provando a ritagliarsi un ruolo di primo piano a livello regionale: obiettivo da tempo al centro della politica estera di Erdogan, desideroso di tornare a contare nelle regioni un tempo parte dell’Impero ottomano. A discapito dell’Unione e dei suoi Paesi membri.

L’Ucraina
La tensione in Ucraina è una brutta notizia per la Turchia, ma il presidente sta cercando di sfruttare la situazione per trarne un vantaggio geopolitico. Da anni Erdogan basa i suoi rapporti con Stati Uniti e Russia sulla dottrina del pas de deux (nessuno dei due), mantenendosi equidistante da entrambe le potenze per poterne ricavare più vantaggi possibili, tanto sul fronte estero quanto su quello interno.

Nel tentativo di mantenere buoni rapporti con entrambe le potenze, Erdogan vuole porsi come mediatore tra le parti, facendo anche leva sulle relazioni economico-militari con il governo di Kiev. La Turchia è l’unico Paese della Nato a collaborare con la Russia, ma ha anche aderito alla posizione atlantica nei confronti del dossier ucraino, trovandosi così in una posizione privilegiata – sebbene pericolosa – che gli Stati europei non potranno mai vantare.

Lo scorso 3 febbraio alla decima riunione del Consiglio strategico di alto livello turco-ucraino ha ribadito la sua intenzione di favorire la distensione tra Russia e Ucraina, temendo che un’invasione russa possa danneggiare la sua cooperazione con Kiev in materia di Difesa e quella con Mosca su energia e turismo.

L’Unione europea tra l’altro si presenta ancora una volta meno compatta rispetto alle aspettative. Paesi come Germania, Francia e Italia hanno assunto una posizione meno intransigente rispetto agli Stati baltici e dell’Est, mentre il presidente ungherese Viktor Orban è arrivato persino ad incontrarsi con Vladimir Putin, ribadendo il suo rapporto privilegiato con la Russia. Rispetto all’Unione, quindi, la Turchia ha un maggior margine di manovra sul dossier ucraino, ritagliandosi ancora una volta uno spazio rilevante in una situazione sempre più in stallo, ma altamente esplosiva.

La Libia
La Turchia aveva già saputo sfruttare a proprio vantaggio la debolezza e la divisione interna di Bruxelles nella guerra in Libia, sostenendo militarmente il governo onusiano di Fayez al Serraj e aiutando il premier libico a resistere alle forze del generale Kalifa Haftar. Questo intervento ha permesso alla Turchia di insinuarsi in un’area in cui l’Unione e diversi Stati membri – tra cui l’Italia – erano da tempo attivi, fornendo a Tripoli ciò che Bruxelles non poteva dare: armi e mercenari.

Nel caso libico, l’obiettivo di Erdogan era posizionarsi lungo le coste del Mediterraneo per ampliare il controllo turco nel mare nostrum. Non a caso dopo aver salvato Serraj dalla sconfitta, Erdogan è riuscito a far firmare al premier libico un memorandum per la definizione delle frontiere marittime che danneggia gli interessi italiani ed europei nel Mediterraneo. La guerra in Libia è inoltre servita al presidente turco per dimostrare l’efficienza dei droni Bayraktar TB2 di produzione turca, trasformatisi ben presto in un game changer nel conflitto e in un valido strumento di politica estera.

Il Nagorno Karabakh
La Turchia ha avuto un ruolo decisivo anche nella contesa tra Azerbaijan e Armenia per il Nagorno Karabakh. Su questo particolare dossier l’Unione ha da sempre una posizione neutrale e nel corso dell’ultimo conflitto ha preferito lasciare le iniziative politiche al Gruppo di Minsk dell’Osce, creato nel 1992 per affrontare la crisi del Nagorno Karabakh e formato da Stati Uniti, Russia e Francia.

La posizione europea è stata più volte criticata, anche perché ha lasciato ampio spazio a uno solo dei suoi Stati membri, la Francia, con posizioni maggiormente filo-armene rispetto ad altri Paesi europei. La Turchia invece ha sempre sostenuto gli interessi dell’Azerbaijan, arrivando a schierare ancora una volta i suoi droni a tutela del proprio alleato durante l’ultimo conflitto. Grazie a questo intervento e al rapporto con la Russia, Ankara ha avuto un ruolo determinante nella cessazione delle ostilità, allargando la sua sfera di influenza in un’area strategicamente rilevante.

La Siria
Nel teatro siriano Ankara ha saputo inserirsi principalmente grazi alla vicinanza geografica della Siria e al rafforzamento politico della minoranza curda, presente anche in Turchia e invisa al presidente Erdogan. L’Unione europea invece ha assunto un ruolo prettamente diplomatico, anche se alcuni Paesi hanno deciso di intervenire anche sul piano militare all’interno della coalizione anti-Isis a guida americana.

Per la Turchia, inserirsi in Siria era importante in un’ottica di sicurezza nazionale oltre che di espansione in Medio oriente della propria influenza, ma le ripercussioni della guerra sul piano migratorio si sono trasformate in un’efficace arma di ricatto nei confronti dell’Europa. Ankara dal 2016 funge da filtro tra la Siria e il Vecchio continente, impedendo un massiccio afflusso di migranti verso l’Europa in cambio di finanziamenti. Grazie a questa posizione di forza, la Turchia ha potuto forzare più volte la mano europea nel Mediterraneo senza particolari ripercussioni, facendo inoltre emergere le profonde divergenze tra gli Stati membri in politica estera.

Nel cuore dell’Africa
Il continente africano è finito nel mirino di Erdogan. I rapporti economici tra la Turchia e l’Africa sono in continua ascesa, ma il presidente ha saputo giocare anche la carta del rafforzamento militare per avanzare nel continente a discapito principalmente della Francia. Ankara ha venduto i suoi droni a Marocco e Tunisia e di recente anche l’Angola ha espresso il suo interesse all’acquisto dei velivoli senza pilota, impiegati probabilmente anche dall’esercito etiope contro la regione del Tigray. La Turchia può inoltre contare su una base militare in Somalia e ha firmato un impegno per una maggiore cooperazione militare con l’Etiopia.

Ma l’Africa non è un’area strategica solo per la Turchia. Anche la Francia è interessata a mantenere la sua influenza nella regione – nonostante le crescenti difficoltà – e sta cercando di coinvolgere l’Unione attraverso il rilancio del partenariato Ue-Africa e l’avvio di “un New Deal economico e finanziario” con il continente. I desideri francesi devono però fare i conti con gli interessi contrastanti dei diversi Paesi europei e con l’espansionismo delle altre potenze: oltre alla Turchia, anche Russia e Cina sono interessate al continente africano e possono contare su margini di manovra più ampi rispetto all’ex potenza coloniale. In Africa, l’Unione europea è sempre più messa all’angolo.

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