Fortezza EuropaCome l’Ue affronterà la questione migratoria durante la presidenza francese

Macron annuncia la creazione di un “Consiglio Schengen” per rinforzare la cooperazione fra gli Stati membri sul tema: si prospettano controlli più severi alle frontiere esterne

AP/Lapresse

Da gennaio la Francia ha in mano le redini dell’Unione europea con il semestre di presidenza di turno del Consiglio e ha già fatto capire che intende inserire fra le sue priorità la questione migratoria. Il tema è affrontato in un ampio pacchetto di riforme presentato dalla Commissione europea a settembre 2020 e praticamente bloccato da allora: il “Pact on Migration”.

Gli strumenti legislativi contenuti nel Patto per la migrazione sono divisivi a tal punto che le discussioni restano ferme al punto di partenza. In particolare, il nodo più controverso è contenuto nel Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione: è il superamento del cosiddetto “sistema di Dublino”, il principio per cui ogni persona migrante può richiedere asilo soltanto nel Paese dell’Unione europea in cui ha fatto ingresso. Le posizioni inconciliabili dei governi nazionali sui nuovi criteri da adottare tengono in stallo l’intero pacchetto, che andrebbe discusso nel suo complesso.

Priorità al controllo delle migrazioni
La presidenza francese è determinata a procedere con un approccio graduale, per cominciare a chiudere accordi sui punti condivisi e ha ottenuto l’assenso degli altri membri a questo metodo. Il primo passo è l’istituzione di un “Consiglio Schengen”, presentato dal presidente francese Emmanuel Macron ai ministri degli Affari Interni durante una riunione informale che si è tenuta a Lille il 3 febbraio.

Sarà una sorta di “club ristretto” all’interno dell’Unione, sul modello di quanto avviene per la zona Euro, che comprende 19 dei 27 Paesi europei. Ristretto, ma nemmeno troppo, perché l’area di libera circolazione Schengen include in realtà tutti gli Stati membri tranne Irlanda, Croazia, Romania, Bulgaria e Cipro, ma anche alcuni Stati extra-Ue: Svizzera, Norvegia, Liechtenstein e Islanda.

I ministri dei Paesi aderenti si incontrerebbero in riunioni apposite, la prima delle quali si terrà il 3 marzo, come ha spiegato il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin. «Questo Consiglio può diventare il volto di un’Europa forte e protettiva, che è a suo agio nel controllare i propri confini», ha detto Macron nella presentazione. Avrà un coordinatore e sarà dotato di un braccio armato per gestire situazioni di crisi alle frontiere esterne dell’Europa. In pratica, si tratta di una struttura di coordinamento per poter intervenire in maniera più rapida rispetto a quanto richiede l’attuale assetto istituzionale dell’Unione.

Questo sistema si lega alla riforma dello Schengen Borders Code proposta dalla Commissione nel dicembre 2021, che punta a facilitare la circolazione interna rafforzando le frontiere esterne dell’Unione.

«Il rafforzamento viene messo in atto con muri, respingimenti, violazione dei diritti fondamentali», dice a Linkiesta Sara Prestianni di EuroMed Rights, un network europeo di associazioni attive nel campo dei diritti umani. A suo giudizio, c’è una forma di contraddizione tra l’obiettivo annunciato da Macron e l’attuale atteggiamento delle autorità francesi, le più solerti nell’applicare controlli alle proprie frontiere interne con Spagna e Italia. «Il monitoraggio del Consiglio Schengen – aggiunge Prestianni – si baserà soprattutto sui rapporti dell’agenzia Frontex, che è stata criticata in varie occasioni per il modo in cui agisce».

L’insistenza di Macron sulla dimensione securitaria potrebbe rispondere in realtà a una necessità di politica interna: il tema migratorio è uno dei temi cruciali in vista delle elezioni presidenziali di aprile, cavalcato dai candidati della destra identitaria Marine Le Pen ed Éric Zemmour, e l’attuale presidente ha già dato prova di quanto il semestre di presidenza possa essere utile alla sua campagna. Questa sovrapposizione rischia secondo Sara Prestianni di generare una «pericolosa strumentalizzazione» del dossier migratorio e aumentare quella che giudica «un’ossessione europea» per controlli e i rimpatri.

Nei documenti di discussione avanzati dalla presidenza francese emerge da un lato la volontà di rinforzare lo screening delle persone in arrivo: «Fra le righe si legge l’idea di applicare la detenzione alle persone che attraversano le frontiere irregolarmente, nella logica di selezionare chi ha il diritto all’asilo e chi no. Ma ciò creerebbe situazioni problematiche, in cui è molto difficile individuare le vulnerabilità che darebbero diritto alla protezione». Dall’altro, si spinge sul trasferire nei Paesi di origine o di transito quanti più migranti irregolari possibile. «Il governo francese ha di recente ridotto i visti concessi ai cittadini di tre Paesi del Maghreb come “punizione” per non collaborare abbastanza con la politica dei rimpatri», dice Prestianni.

Una proposta controversa
La Francia spera soprattutto di ridurre al minimo i cosiddetti “movimenti secondari”, cioè gli spostamenti di persone che hanno inoltrato una richiesta di asilo in uno Stato membro e si trasferiscono in un altro mentre la propria domanda è ancora in fase di analisi, oppure sono entrati irregolarmente in Europa, riuscendo a raggiungere uno Stato diverso da quello d’ingresso. Secondo i dati di Eurodac, il fenomeno ha riguardato più di 200mila persone nei primi otto mesi del 2021.

Per altri Paesi, però, le priorità sono diverse. Gli Stati dell’Europa Meridionale, ad esempio, spingono per un’equa redistribuzione delle persone arrivate via mare dal Nord Africa o dalla Turchia. La Danimarca, invece, si è concentrata di recente sull’esame delle domande di asilo. Una proposta di legge approvata lo scorso giugno dal Parlamento nazionale autorizza la possibilità di «esternalizzare» questo processo, trasferendo in Paesi terzi i richiedenti in attesa di una risposta, al contrario di quanto avviene ora. La prassi non è ancora operativa per la difficoltà di trovare accordi con Stati disponibili ad alloggiare persone straniere sul proprio territorio.

Il ministro per l’Immigrazione e l’integrazione di Copenaghen, Mattias Tesfaye vorrebbe però estenderla all’Unione europea nel suo complesso e, ha spiegato in un’intervista al quotidiano Politico, avrebbe già riscosso il supporto di molti colleghi. Il motivo di questa scelta è prettamente economico: secondo le stime del governo danese, un richiedente asilo costa oltre 40mila euro all’anno alle casse dello Stato e solo il 35% delle domande vengono poi accettate, stando ai numeri del 2020. Il tasso di riconoscimento nell’intera Unione europea è poco più alto: 42%.

Un’operazione di questo tipo rischia però di essere in contrasto con i principi del diritto internazionale, come hanno rimarcato diverse organizzazioni della società civile e membri del Parlamento europeo, quando il ministro Tesfaye l’ha presentata alla Commissione parlamentare Libertà civili (Libe). L’idea di fornire un corrispettivo economico a un Paese extra-europeo per occuparsi di persone desiderose di arrivare in Europa non è comunque una novità.

Le politiche europee hanno adottato spesso strategie volte a finanziare altri Stati purché fermino i flussi migratori. Il caso più rilevante, a livello comunitario, è l’accordo da tre miliardi di euro stipulato con la Turchia nel 2016 per ritrasferire in territorio turco tutti i migranti irregolari che dal 20 marzo di quell’anno avevano raggiunto le vicine isole greche. Anche i singoli Stati procedono spesso in questo senso, come dimostrato anche dall’ultimo finanziamento italiano alla guardia costiera libica.

Per questo motivo, la parte del Pact on Migration su cui sarà più facile trovare un consenso riguarda proprio la dimensione esterna: il controllo delle frontiere e le sovvenzioni ai Paesi extra-Ue. Il Consiglio europeo, nelle sue ultime conclusioni, ha chiesto di utilizzare «leve negoziali» come i fondi allo sviluppo o la concessione dei visti per firmare nuovi accordi di rimpatrio o implementare quelli esistenti. I 27 governi nazionali faticheranno a trovare un’intesa per gestire i migranti irregolari in Europa, ma sul fatto di mantenerli il più lontano possibile sembrano tutti d’accordo.