Foreign FightersChi sono (e quanto incidono) i soldati stranieri che combattono in Ucraina

Kiev e Mosca stanno allargando i loro eserciti reclutando civili e militari da Stati terzi. Una chiamata alle armi che ha già coinvolto migliaia di persone: una dinamica già vista in Georgia e Siria

AP/Lapresse

La guerra russo-ucraina non è mai stata una questione privata fra Kiev e Mosca. La mobilitazione delle forze in campo ha delle implicazioni profonde per tutto il mondo, e i difensori si sono impegnati parecchio per rappresentare il conflitto come uno scontro fra mondo libero e autocrazia.

Il presidente ucraino è arrivato a lanciare un appello agli stranieri, invitandoli a unirsi a una nuova Legione Internazionale (LI) per la difesa «dell’Ucraina, dell’Europa e del mondo» di fronte all’aggressione russa.

La chiamata alle armi di Zelenksy non è rimasta inascoltata. Il ministro degli Esteri Dmytro Kuleba sostiene che 20mila cittadini di 52 Stati diversi avrebbero fatto domanda per entrare nella Legione, un numero impossibile da verificare e che comunque non indicherebbe il numero di stranieri che verranno effettivamente reclutati. Per dare un senso della scala, il personale attivo nelle forze armate ucraine si attesta sui 245mila uomini, a cui si aggiungono 220mila riservisti.

La partecipazione di stranieri a guerre civili e conflitti fra Stati terzi non è nulla di nuovo. I volontari stranieri, che in Europa sono soprattutto associati ai foreign fighters dell’Isis e le brigate internazionali del YPG curdo, sono da secoli una presenza fissa del panorama bellico. Secondo lo studioso David Malet, fra il 1815 e il 2005 quasi la metà dei conflitti non a sfondo etnico (la categoria a cui si applica anche la guerra fra «i popoli fratelli» ucraino e russo) ha visto la partecipazione di soldati stranieri.

Anche nel caso specifico dell’Ucraina, la presenza di combattenti internazionale non è certo inedita. È stimato che dal 2014 circa 17mila cittadini di altri Paesi abbiano partecipato ai combattimenti in Donbass. Di questi, 15mila sarebbero cittadini russi, e circa 13mila si sarebbero arruolati nelle diverse milizie pseudoseparatiste sostenute da Mosca.

In questo campo, la Russia ha da anni affinato una strategia d’impiego piuttosto efficace. Avendo per anni negato il proprio coinvolgimento nella guerra nell’est dell’Ucraina, l’invio di veterani ed ex uomini dei servizi di sicurezza come presunti volontari ha permesso al regime di sostenere e mantenere il controllo sulle repubbliche autoproclamatesi a Luhansk e Donetsk senza un intervento ufficiale delle forze armate russe.

Al di là dei volontari di facciata, le due repubbliche hanno anche attirato numerosi suprematisti bianchi e aspiranti neofalangisti utili alla strategia del Cremlino.

Oltre alle implicazioni giuridiche di una presenza formale, la potenziale morte di reclute e soldati di carriera è stata considerata troppo impopolare domesticamente e politicamente costosa in un momento in cui la Russia era soprattutto interessata a garantirsi flessibilità sul palcoscenico globale.

Dalla Georgia alla Siria
Da parte ucraina si è invece fatto molto poco per attirare combattenti stranieri. Secondo ricerche di Buzzfeed, fra i volontari internazionali arrivati prima del 2022 ci sono qualche centinaio di combattenti provenienti dall’Unione europea e 40 statunitensi, inquadrati nelle unità di difesa territoriale di Kiev e, dal 2015, anche nell’esercito regolare.

Ma l’invasione russa ha cambiato profondamente l’approccio ucraino all’attrazione di soldati stranieri, sia in termine di metodo di reclutamento che di potenziale utilizzo militare. Le autorità hanno messo in piedi un sistema di arruolamento centralizzato che cerca di superare l’accozzaglia di milizie autonome che per anni sono servite come punto d’ingresso per gli stranieri: corpi come la Legione Nazionale Georgiana, composta soprattutto da veterani del piccolo Paese caucasico e delle guerre in Cecenia, ma anche il battaglione neonazista Azov (2.200 uomini nel 2017).

Gestendo l’arrivo di volontari stranieri attraverso la rete di ambasciate sparse per il mondo permette alle autorità ucraine di dare priorità ai veterani e impedire che nel medio termine le formazioni straniere si sgancino dalla catena di comando governativa.

In questo, il reclutamento di stranieri è molto più vantaggioso rispetto alle unità “pre-organizzate”, come gang o appunto formazioni paramilitari come Azov. La dipendenza dal governo centrale diminuisce di molto il rischio di interessi divergenti fra Kiev e le unità che combattono in suo nome, un insegnamento che i russi hanno dovuto imparare loro malgrado nella prima parte della guerra in Donbass.

Dopo essersi affidati a gangster locali e la criminalità organizzata per la creazione delle due repubbliche, i servizi di sicurezza del Cremlino hanno dovuto lanciare una campagna di assassinii mirati contro i comandanti di battaglioni “volontari” divenuti troppo indipendenti da Mosca.

Perfino l’utilizzo dei mercenari della compagnia militare privata Wagner, creata sotto impulso del Cremlino e affidata a un fedelissimo di Putin, ha causato diversi problemi di comando in passato. Nel 2018, a Deir ez-Zor, in Siria, i mercenari della compagnia avevano tentato di impossessarsi di diversi pozzi di petrolio, verosimilmente senza approvazione esplicita di Mosca. Il risultato è stato uno scontro con le forze curdo-arabe sostenute dagli americani, conclusosi con la distruzione di buona parte dell’unità paramilitare russa in un massiccio bombardamento americano.

Da allora le autorità russe hanno preferito guardare altrove per reclutare soldati stranieri per i propri scopi. L’associazione Syrians for Truth and Justice e il governo americano affermano che gli alleati assadisti di Mosca avrebbero iniziato a compilare liste di potenziali reclute siriane da assoldare per il conflitto ucraino tramite agenzie di sicurezza privata.

Se le informazioni fossero corrette, rivelerebbero un cambio di paradigma nel metodo russo: piuttosto che arruolare carne da cannone, le autorità siriane sarebbero alla ricerca di uomini con esperienza nel combattimento urbano e che abbia già servito sotto comandanti russi. La guerra civile che semina miseria nel Paese da oltre un decennio ha generato un immenso bacino di potenziali reclute, già utilizzate anche dalla Turchia in Azerbaijan e Libia.

Volontari identitari
Un discorso diverso rispetto ai volontari intenzionati a unirsi alle forze di Kiev. Uno dei pochi studi condotti su questo tipo di reclute nel contesto iracheno e afghano indica che le motivazioni per l’arruolamento sono quasi sempre da ricondursi a una questione identitaria, a una ricerca di status sociale e a un desiderio di vendetta contro il nemico (con solo il 5% interessato all’ebrezza del conflitto in sé).

Anche se si tratta di contesti estremamente diversi, è facile immaginare come l’apparente entusiasmo degli stranieri per la lotta ucraina sia soprattutto frutto di un senso di appartenenza che lega Kiev agli altri Paesi del campo democratico. Non è neanche difficile immaginare le conseguenze di un grande afflusso di stranieri al fronte: da un lato, la diffusione di capacità di combattimento fra uomini e donne che, prima o poi, torneranno in patria; dall’altro, il rischio di radicalizzazione in chiave antirussa anche in caso di demobilitazione.