Manuale di interferenzaCome la Russia organizza le sue operazioni politiche all’estero

L’approccio tentacolare del Cremlino, dismessi gli agit-prop di epoca sovietica, si insinua con operazioni di influenza efficaci proprio perché affidate a più attori locali. L’obiettivo è quello di rompere la coesione tra Paesi europei e indebolire le democrazie

di Jean Colet, da Unsplash

Se la potenza militare del Cremlino, che continua a mietere vittime in Ucraina e in altri Paesi, è una pallida imitazione di quell’Armata Rossa che per decenni ha tenuto sotto scacco mezzo mondo, allo stesso modo nemmeno le operazioni clandestine orchestrate da Mosca sono paragonabili alle vaste reti di agitatori e agenti sotto copertura che facevano capo al KGB all’apice del proprio potere. Come dimostrano i dibattiti di questi giorni sui rapporti fra la Russia e la Lega di Salvini la presenza russa in Europa si è trasformata. Pensare alla vicinanza fra partiti ed esponenti politici al Cremlino immaginandoli come dei “Manchurian candidate” pilotati (o, al contrario, degli “utili idioti” sempre di sovietica memoria) sarebbe sbagliato e soprattutto impedisce di capire perché l’influenza russa sia spesso così efficace.

La realtà è che le operazioni di influenza russe, oggi, sono raramente guidate da una campagna centralizzata né puntano a sovvertire completamente l’ordine costituzionale dei Paesi attaccati. Le “misure attive”, come erano definite in epoca sovietica, sono oggi più improvvisate, anche se rimangono gestite da professionisti. Gli strumenti a disposizione sono tanti: finanziamenti più o meno occulti (come i crediti concessi all’allora Front National nella campagna elettorale francese del 2017), propaganda mirata sui social con mobilitazione di bot (come nelle presidenziali americane del 2016), disinformazione (sui vaccini o migranti).

Tuttavia, per capire come le autorità russe provino a influenzare singoli partiti o più ampiamente la politica di altri Paesi, bisogna considerare due questioni.

Prima di tutto, le operazioni di influenza sono un’estensione della logica di guerra che si è impadronita della politica estera russa. Come faceva notare l’accademico Andrei Kortunov qualche anno fa, una logica di guerra tende alla sconfitta del proprio nemico costi quel che costi; la logica politica tenta di mediare obiettivi contrastanti fra avversari. Con il definitivo cambio di registro russo, ogni strumento è lecito per abbattere la coesione del campo occidentale. L’Unione Europea, in particolare, si presta particolarmente bene a causa della prevalenza dell’unanimità in decisioni di politica estera.

In secondo luogo, il supporto diretto a politici stranieri è strettamente legato all’ambizione russa di dominare lo spazio informativo europeo. È un desiderio che viene da lontano. Mosca è convinta che il crollo dell’URSS, le primavere arabe e le cosiddette “rivoluzioni colorate” nello spazio post-sovietico, siano state il risultato di operazioni di influenza americane e che di conseguenza dominare l’ecosistema informativo sia la chiave per qualsiasi tipo di vittoria.

Come sul campo di battaglia, seminare confusione e influenzare le decisioni dell’avversario amplificano e aprono la strada all’utilizzo dell’<i>hard power </i>economico e militare. Ciò significa, in ogni situazione, sfruttare e adattarsi alla situazione locale. Questo non è un approccio solo russo, ma Mosca si distingue perché, diversamente dalle questioni militari, concede molto più spazio di manovra sia alle iniziative dei singoli attori sul terreno sia a coloro che all’interno nell’apparato statale meglio conoscono i diversi contesti nazionali. Ambasciate, il servizio culturale <i>Rostrudnichestvo</i>, agenzie di sicurezza o anche oligarchi e figure vicine a Putin agiscono quasi sempre autonomamente, nella speranza di soddisfare il Cremlino e dimostrare la propria utilità, giustificando la propria posizione nella costellazione del potere.

La scelta di quale formazione politica sostenere (e come) è quindi estremamente opportunistica e non corrisponde sempre a indicazioni da Mosca, dove tuttavia si apprezza avere a disposizione diverse opzioni e potenziali alleati.

Questo opportunismo significa anche che spesso sono proprio quelli che ricevono gli aiuti da Mosca a cercare supporto presso i loro referenti russi. Spinti da trattamenti di favore e riconoscimento diplomatico da quella che rimane comunque una potenza nucleare, questi individui si fanno sostanzialmente carico di ancorare le preferenze politiche del Cremlino alle specifiche situazioni politiche e di convertire le operazioni rivolte alle élite in una propaganda fruibile dall’intera popolazione. Uno scetticismo diffuso nei confronti della NATO diventa così sostegno all’invasione dell’Ucraina; il malessere economico si trasforma in opposizione alle sanzioni. Spesso non è necessario un vero scambio di favori, perché gli agenti dell’influenza russa non devono adattare posizioni nuove. <i>It takes two to tango</i>.

Insomma, è improbabile che qualcuno a Mosca pensi che supportando l’estremismo in Europa si riuscirà a portare dal proprio lato della barricata i Paesi europei. Non si può parlare di un grande piano di sovversione russo o di una quinta colonna. Però è proprio per questo che le operazioni di influenza russe sono incredibilmente resilienti ed efficaci. Lasciando gran parte del lavoro ad attori locali e limitandosi ad amplificare posizioni già presenti nell’agone politico, le autorità russe possono spostare quei pochi punti percentuali in un’elezione (o ammorbidire emendamenti di legge, o dare l’ultima spintarella all’Orbán di turno a porre un veto in Europa) sufficienti per complicare immensamente la macchina decisionale europea e incrinare i rapporti fra alleati.

Quello che colpisce, semmai, è che tutto ciò possa avvenire abbastanza alla luce del sole senza particolari conseguenze. Fino a pochi anni fa, l’influenza russa funzionava soprattutto nello spazio post-sovietico, dove la corruzione endemica e strutture sociali dominate da oligarchi permettevano sostegni diretti e, in un certo senso, normalizzati.

Tutto ciò non sembrava possibile in una democrazia, dove l’ingerenza diretta di una potenza straniera dovrebbe decretare la morte elettorale di un partito politico. Ma in un dibattito pubblico avvelenato, dove ognuno sceglie di credere in ciò che preferisce, dove la <i>plausible deniability</i> è diventata superflua e dove conta mobilitare il maggior numero di bolle informative per vincere un’elezione, l’approccio tentacolare russo è uno che permette apparentemente di federare gli interessi dei gruppi politici più diversi. Siamo in uno scenario in cui il dialogo diretto con Mosca può essere presentato sia come ragion di Stato che come asse contro il “liberalismo gender e woke”. E a quel punto, a che serve una rete di agitprop? </p>

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