La destra in allarmeLa storia finanziamenti russi ai partiti occidentali può ribaltare le previsioni elettorali (o anche no)

Potrebbe ancora finire tutto in un buco nell’acqua, ma il rapporto dell’intelligence americana potrebbe far implodere le speranze di governo di Salvini, Meloni e soci a pochi giorni dal voto

AP/Lapresse

Potrà finire tutto in un buco nell’acqua oppure esplodere come una bomba atomica a pochi giorni da voto del 25 settembre. Il rapporto dell’intelligence americana sui 300 milioni di dollari dati dalla Russia a partiti di mezzo mondo è uno di quei siluri sganciati da un sommergibile che possono centrare una nave nemica e affondarla, o lisciarla. Allora fuori i nomi prima dell’apertura delle urne perché si tratterebbe di «alto tradimento», twitta Guido Crosetto.

Sarebbe molto più che imbarazzante se dovesse venir fuori il nome di un partito alleato guidato da un leader che fino a pochi anni fa andava in giro per l’Europa con la faccia di Vladimir Putin stampata sulla maglietta e firmava patti politici con Russia Unita.

Matteo Salvini continua a dire di non aver mai preso soldi. Neanche un «sesterzo», che poi sarebbe sesterzio. Una valanga potrebbe però abbattersi su di lui.

“Prima degli italiani, i russi” potrebbe forse invertire tutti i pronostici elettorali, magari comprometterli. Sicuramente costringere la stessa Giorgia Meloni a difendersi in un angolo, sempre che agli italiani che vogliono votare a destra gliene freghi qualcosa. Potrebbe interessare di più agli incerti e agli elettori in pausa di riflessione e astensionisti che recandosi al seggio voterebbero Partito democratico o il Terzo Polo di Carlo Calenda.

Al di là di queste valutazioni, la mossa americana alimenta nelle Cancellerie europee il sospetto sull’affidabilità di tutto il centrodestra al governo di una Nazione così importante come l’Italia. Alimenta il vecchio sospetto su Matteo Salvini e sulla sua Lega in affari rappresentata da Savoini all’hotel Metropol.

Fino a lambire il partito di Giorgia Meloni con un’intervista a Repubblica dell’ex ambasciatore statunitense alla Nato Kurt Volker: parla genericamente di «un ritornello costante» anche nei riguardi di Fratelli d’Italia, ma precisando di non avere «prove dirette personali». L’imbarazzo di Adolfo Urso, presidente del Copasir, è enorme. In queste ore si trova a Washington per accreditare la sua leader, premier in pectore, per confermare la scelta atlantica e il sostegno assoluto agli ucraini nella guerra d’occupazione voluta da Vladimir Putin.

Ci tiene a far sapere che Volker, incontrato al Business Council, gli ha espresso la convinzione che Fratelli d’Italia non abbia collegamenti con Mosca, mostra un suo biglietto privato nel quale l’ambasciatore riconosce al partito del presidente del Copasir l’impegno nella Nato e il sostegno alle sanzioni contro la Russia.

Urso è cauto, però, pattina sul ghiaccio, aggiusta il tiro, non può mettere la mano sul fuoco sulla Lega. Si limita a dire che a lui non risultano partiti italiani tra i Paesi coinvolti nel dèmarche inviato dal Segretario di Stato Antony Blinken alle ambasciate americane. Per poi precisare che «da qui a due giorni avremo più informazioni, le cose possono sempre cambiare». Urso rimanda alla riunione del Copasir che ha convocato per venerdì dove verrà sentito l’autorità delegata per sicurezza Franco Gabrielli.

L’esponente di Fratelli d’Italia intanto tornerà dagli Stati con le sue informazioni: sta incontrando esponenti che potrebbero avere le giuste delucidazioni sul dossier, come il presidente della Commissione intelligence del Senato americano. Riferirà presto a Meloni e non potrà far finta di nulla. Non sarà possibile coprire, nascondere, rimandare, la campagna elettorale è a un bivio. Non ci possono essere ambiguità, zone d’ombra, gli italiani devono sapere in quali mani metteranno il loro futuro.

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