Lo zar ayatollahPutin ricorre al terrorismo perché in Ucraina sta perdendo (e l’élite russa se n’è accorta)

L’Iran è entrato a tutti gli effetti nel conflitto e, dopo i droni, fornirà missili. L’accusa di una «bomba sporca» potrebbe essere l’indizio della prossima mossa del Cremlino, che sta esaurendo gli intermediari del malcontento. Solo la Cina ha influenza sulla Russia, ma rinuncia a esercitarla

Putin in visita alle truppe russe
Mikhail Klimentyev, Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP, File

La guerra in Ucraina non è andata come speravano al Cremlino. Le truppe dello «zar» si sono prima impantanate, poi ritirate. Dopo nove mesi di insuccessi, faticano a contenere la controffensiva di Kyjiv. Vladimir Putin ricorre apertamente al terrorismo: i suoi ingegneri militari programmano i missili per colpire obiettivi civili, lega il suo destino all’Iran che gli fornisce i droni kamikaze, farnetica su una «bomba sporca» altrui mentre minaccia l’atomica. Tra propaganda e connivenza, l’opinione pubblica russa si è accorta della disfatta. La Cina non l’ha ancora scaricato, ma da fattore di “stabilità” il presidente è diventato una fonte di problemi. Così l’élite inizia a pensare a un futuro senza di lui.

Elaborazione del lutto
Un’eventuale successione, ammesso sia possibile, resterebbe probabilmente circoscritta alla cleptocrazia. È quasi fantapolitica, almeno oggi, visto che continuano a mancare vere e proprie manifestazioni – almeno da quanto poco sappiamo su cosa succede dentro i confini della Federazione, per via del controllo totalitario sull’informazione, della repressione e degli arresti di massa – non di dissenso, ma anche solo di distacco dai crimini del regime. Persino molti sedicenti giornalisti dissidenti in esilio all’estero evitano ancora di chiamare la guerra con il suo nome. Un ipotetico pensionamento di mad Vlad servirebbe verosimilmente a prolungare il dominio degli oligarchi.

Putin, insomma, non sta per venire rovesciato. Sarebbero le classi dirigenti ad aver perso fiducia in lui. «Il sistema politico russo sembra essere sul punto di entrare nel periodo più turbolento della sua storia post-sovietica» scrive l’Economist che cita fonti tra l’establishment del Paese. In altre crisi, come la tragedia del sottomarino Kursk o la strage di Beslan, l’ex agente del Kgb era riuscito a rimpallare le responsabilità. Stavolta è difficile. Se le è assunte nei discorsi deliranti alla nazione: in uno degli ultimi, il 30 settembre, ha annesso quattro province ucraine che non sono (più) sotto il suo controllo.

Alcuni analisti ritengono che non abbia licenziato il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, per usarlo come parafulmine del malcontento. Ma i gradi di separazione sono sempre meno. Rientrato lo choc di un conflitto sotto le mentite spoglie di un’«operazione militare speciale», è arrivata la scommessa della «mobilitazione parziale». Ha prodotto l’esodo, una fuga collettiva. Le sanzioni occidentali fanno sentire il loro peso e buttare più soldati, e più morti, al fronte sta trascinando lo Stato al fallimento. La retorica patriottica da 1941 non ha attecchito. In diverse zone, la coscrizione è stata interrotta.

Balle atomiche e «bombe sporche»
Gli ucraini avanzano. Nella regione di Kharkiv solo trentadue centri su 544 sono ancora sotto occupazione. L’esercito di liberazione spera di riprendere anche Kherson, nel Sud, entro la fine dell’anno. I russi hanno minato ponti e attraversamenti sul fiume Dnipro; secondo i servizi segreti di Kyjiv, potrebbero far saltare la centrale idroelettrica di Kakhovka per coprire il loro arretramento. Il capobanda della Wagner, Yevgeny Prigozhin, avrebbe criticato la gestione del Cremlino per come sono stati armati (male) i suoi uomini. Ne ha schierati ottomila, arruolati soprattutto nelle carceri.

Intanto, Putin ha iniziato a tacciare Volodymyr Zelensky di voler impiegare una «bomba sporca». Si chiamano così gli ordigni che usano la detonazione di esplosivi convenzionali per diffondere materiale radioattivo. Prove? Nessuna. Anche l’intelligence occidentale ha sùbito liquidato la paranoia del dittatore per quello che è: una balla, anzi, forse il pretesto fraudolento per giustificare un attacco russo. Una legge non scritta della doppiezza di questi anni è che, per scoprire la prossima mossa di Mosca, basta vedere cosa accusa gli altri di voler fare.

Il presidente ha officiato anche le prime esercitazioni militari dall’inizio del conflitto, ma gli Stati Uniti erano stati avvisati.

L’asse Mosca-Teheran
Incapace di vincere sul terreno, il Cremlino ha adottato una guerra totale via aria. Il regime iraniano nega di avergli fornito droni, ma la contraerea ucraina ne ha abbattuti diversi. Questo tipo di attacchi si sono concentrati sulle infrastrutture civili. Grazie agli Shahed-136 i russi hanno danneggiato circa il quaranta per cento della rete elettrica, causando blackout e razionamenti con l’inverno ormai alle porte, anche se finora il meteo, grazie a temperature ampiamente sopra le medie stagionali, è stato amico di Kyjiv. Speriamo che il “generale autunno” resista.

Il prossimo omaggio degli āyatollāh potrebbe essere una tipologia di missili dalla gittata più ampia: gli Fateh-110 o gli Zulfighar, simili agli Iskander di cui gli invasori sono a corto, hanno un raggio rispettivamente di trecento e settecento chilometri. Per il New York Times, sarebbero stati spostati qui gli S-300s che si trovavano in Siria. Per la prima volta, Teheran partecipa a un conflitto su suolo europeo: avrebbe addirittura inviato ufficiali in Crimea. In cambio, la repubblica islamica può testare il suo arsenale contro sistemi difensivi occidentali.

L’allineamento tra autocrazie arriva dopo decenni di rivalità. L’Unione sovietica era ritenuta il male assoluto tanto quanto gli Stati Uniti dopo la rivoluzione del 1979. Come spiega Foreign Policy, i rapporti sono migliorati con il ritorno al potere di Putin nel 2012, fiancheggiando il comune alleato Bashar al-Assad. L’Iran vorrebbe entrare nel gruppo Brics e sta negoziando un ingresso nell’Unione economica eurasiatica a trazione russa. Il coinvolgimento in Ucraina, però, invece di aumentare il peso specifico in Medio Oriente, potrebbe avere un effetto opposto: riaccendere l’attenzione di Europa e Usa sulla regione.

Solo la Cina ha influenza sulla Russia, ma non la esercita
Putin potrebbe cambiare strategia se la dittatura di Ebrahim Raisi venisse travolta dalle proteste per l’assassinio di Mahsa Amini, come riflette in un thread il professore di Relazioni internazionali della Cattolica, Vittorio Emmanuele Parsi. L’unica nazione che può provare a influenzare la Russia è la Cina, ma non sembra intenzionata a farlo. Al summit di Samarcanda, in Kazakistan, Putin aveva ammesso pubblicamente le «preoccupazioni» di Xi Jinping. Potrebbe rientrare nel gioco delle parti. Il punto di non ritorno, secondo i media americani, sarebbe la bomba atomica.

Come ha messo in luce un’analisi del New Statesman, Pechino però ha una chiave di lettura diversa. Ritiene lo spauracchio nucleare, agitato dal presidente russo, un espediente per ritardare o ridimensionare le reazioni alle sue mosse. Lo ha già fatto quando Zelensky chiedeva (invano) uno scudo aereo. Xi potrebbe imparare la lezione, soprattutto se la prossima escalation riguardasse le mire su Taiwan. Anche in uno scenario peggiore, l’invito del gigante asiatico potrebbe essere lo stesso di oggi: fermate lo scontro e sedetevi a trattare. Confidare in un altro autocrate per far ragionare Putin è wishful thinking.

Sperare in una congiura degli oligarchi, nei mesi a venire, rischia di ricadere nello stesso processo mentale. Il pensiero magico. Specie se i candidati non fossero quelli più “presentabili”, per modo di dire, di cui parlano spesso i giornali, ma macellai come Prigozhin o il ras ceceno Ramzan Kadyrov. Il collasso del regime potrebbe invece passare da una sconfitta militare.