L’abisso del delirioLa Russia fa la guerra alla realtà, ma noi nella realtà abbiamo messo il nostro cuore

Nella loro furia, i soldati di Mosca cercano di schiacciare (alla lettera) il popolo ucraino. Un odio cieco nutrito da menzogne e disinformazione, da un habitat di assurdità che capovolge tutto. Per resistere dobbiamo aggrapparci, con tutte le nostre forze, alla verità della nostra terra

AP Photo/Emilio Morenatti

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All’uscita del paese di Bobryk, nei pressi di Kyjiv, c’è un’automobile schiacciata. Quella che una volta era una semplice macchina, ora è diventata un groviglio convulso di metallo. È stato un carro armato russo a schiacciarla. Nell’abitacolo c’era il sindaco del paesino vicino. È riuscito a scendere pochi secondi prima. Poteva non farcela. Le auto schiacciate dai carri armati sono immagini frequenti di questa guerra. A Bucha, ad Irpin’, a Hostomel’. In ognuna di queste città c’è un cimitero di macchine schiacciate aperto alle visite. Perché i russi alla guida di quei carri armati volevano tanto schiacciarle? Non solo crivellarle, non solo uccidere la gente che scappava dalla guerra, ma intenzionalmente schiacciarle? Forse si sentivano così deboli da voler convincere se stessi della propria forza? Forse consideravano gli ucraini una specie di parassiti da schiacciare fino a godere del suono dello scricchiolio del loro guscio? Forse consideravano quello che stava accadendo come una specie di videogioco? Forse erano invidiosi del fatto che le famiglie ucraine avevano le macchine e che alcune ne avevano anche due? Possiamo accettare una di queste ragioni o anche tutte queste ragioni insieme. Ma sono tutte il sintomo della stessa cosa: i russi in questa guerra stanno combattendo contro la realtà. Odiano la realtà fino al punto di non sopportarla. L’auto di un ucraino è l’esempio di questa realtà, una realtà per loro insopportabile e illegale. Questa realtà non è solo da uccidere, ma da schiacciare come un insetto.

La guerra cambia la tua percezione di che cos’è reale e di che cosa non lo è. Tutto ciò che sta accadendo qualche anno fa lo consideravamo impossibile. Consideravamo impossibile il ritorno dell’Olocausto e di un Holodomor. Adesso tutto questo è il nostro presente, un presente spietato e reale che cancella qualsiasi nostra percezione della realtà.

Gli abitanti di Chernihiv ci raccontano come ha vissuto la città nei giorni dei bombardamenti più feroci. Presto tutti sono tornati al baratto, quando il valore che hanno assunto alcune cose, come le sigarette o il cibo, non ha lasciato altra scelta. All’improvviso, l’unico cibo era il pollo portato dai volontari o i gamberetti rimasti sugli scaffali dei negozi, perché non c’era nient’altro. L’unica realtà che era concessa erano i gamberetti. La guerra mutila la realtà. La priva di colori. Le cose semplici diventano inaccessibili.

Quando Mariupol’ è rimasta senz’acqua, la gente faceva sciogliere la neve dei primi di marzo. Il freddo rendeva le loro notti insopportabili, il riscaldamento non c’era più, ma allo stesso tempo il freddo salvava, finché la neve rimaneva sulle strade. Era un miracolo più incredibile di quello della trasmutazione dell’acqua in vino. La realtà in guerra si restringe, riesci a vedere solo qualche frammento su cui cade il faro della tua mente traumatizzata, che è come quei raggi di luce che appaiono nei quadri barocchi. Il raggio ampio della realtà, al quale sei abituato in tempo di pace, non esiste più. La realtà diventa più povera, ma più tagliente. Potresti perfino ferirti. La realtà lascia dei segni. Punge, taglia, esplode, spara, trivella. Questa realtà può portare solo all’inferno o in paradiso.

In tempo di pace viviamo nella pluralità dei mondi possibili. Da un mondo potresti scappare nell’altro. Dalla routine dei giorni al godere delle notti. Dall’ufficio nella città asfaltata alla vacanza sulla spiaggia. Dal mondo “qui-e-ora” al mondo “là-e-in-quell’epoca”, guardando una serie sui Borgia o sui Medici. Questa pluralità scompare con la guerra. Non c’è più un posto dove scappare. Non puoi prendere un aereo e andartene. Non puoi aprire un libro e leggere un qualcosa. Non puoi guardare un film la sera. Nella tua mente non c’è spazio per un film. Nella geografia della tua immaginazione non c’è spazio per i posti caldi e felici. Quando ti offrono di andare da qualche parte, tu rispondi allargando le braccia: ma perché? All’improvviso il tuo Paese è diventato un neonato che non lasceresti per nessuna ragione al mondo. Ti sembra che, se tu attraversassi il confine, il Paese potrebbe crollare dietro di te e i pianeti smetterebbero di girare.

L’immaginazione di altri mondi può nascere solo nei tempi di pace. Leibniz, il suo creatore, l’ha potuto fare solo nell’Europa dopo la fine delle guerre di religione. Questa immaginazione non poteva nascere nella testa di Shakespeare. Nello spazio del dramma shakespeariano come nel dramma di Sofocle, o di Racine o di Lesja Ukrajinka non esistono i mondi possibili. Esiste solo la realtà spietata da cui non riesci a scappare, che prima o poi ti ucciderà. Che schiaccerà ogni speranza. E tu odi questa realtà per la sua crudeltà. Ma allo stesso tempo la ami, perché alla fine hai solo quella. Non potrai più scappare. Tu porti il suo nome.

La guerra somiglia davvero a un poema drammatico. Il dramma, forse, è il più sincero tra i generi letterari. Il genere dove non c’è niente di superfluo. Non ci sono lunghe descrizioni né paesaggi. C’è solo l’azione. In un dramma il cambiamento non succede in modo orizzontale, succede verticalmente. Il dramma cambia il mondo, capovolge la piramide dalla base alla punta. Quello che sta sotto sale e quello che sta sopra cade giù. Vivendo un dramma non puoi essere allo stesso tempo in alto e in basso, o in mezzo. È questo che ci succede. La nostra realtà è stretta come un sentiero tra le rocce. Con il cielo, però, che si sta capovolgendo. Quelli che stavano sotto salgono in cielo. Quelli che stavano sopra cadono per terra. È la realtà di un terremoto, è la realtà di un attacco di artiglieria.

Nel quartiere di Saltivka a Kharkiv, la zona più danneggiata dai bombardamenti russi, abbiamo visto una macchina saltata in aria per l’onda dell’esplosione, che è finita sopra il tetto di un garage. Guardando il video del bombardamento a Kremenchuk, vediamo i detriti di ferro e calcestruzzo che come degli insetti cadono sulla gente. Viviamo tutti in una realtà in cui c’è un’onda di esplosione. Siamo gettati per aria come dei gattini inermi. E non sappiamo se andremo a sbattere o se ci aggrapperemo a qualche cima.

La guerra ti trasforma in un testimone di svolte storiche. Ma spesso perdi il dono della parola. Ti manca la motivazione per raccontare. Ti mancano le parole appropriate. Spesso le parole appropriate non esistono nemmeno. Cerchiamo di raccontarci le nostre storie. Le ascoltiamo, le scambiamo. Scambiare storie ora è più importante che scambiare cose. Le parole sono diventate più importanti dei soldi. In questo momento capisci che cos’è la storia. La storia è quello che ti capita nel momento in cui rischi di non esistere più. La storia è il camminare sull’orlo dell’abisso del nulla. Alla fine è sempre una storia di vita e di morte. La storia di quelli che potevano morire, ma sono saltati oltre quell’abisso. La storia di quelli che dentro quell’abisso ci sono invece caduti. La storia di quelli che sono morti difendendoci.

In guerra la gente non muore invano. Si muore sempre per qualcuno. Ogni morte non è più una morte privata. Ogni morte, oltre a renderci tristi, ci rende obbligati. È un inizio e non solo la fine. In guerra capisci che tu oggi non sei morto, perché è morto qualcun altro. Qualcuno ha difeso con la propria vita la tua. Ogni morte crea un legame. Ogni morte ci moltiplica. Ci arricchisce con i nomi. Ci circondiamo dei nomi dei nostri eroi. Nei nostri giardini diamo i loro nomi alle piante e ai fiori. Vogliamo che questi nomi mettano radici. Che mettano radici nel cielo.

È un paradosso. In guerra la realtà si restringe ma allo stesso tempo si allarga. Ti sembra di conoscere più cose di prima. Più nomi. Più posti. Più tipi di munizioni. Più metodi di sopravvivenza. Ti contattano persone da tutto il mondo. In guerra ogni persona diventa un contatto. La tua vita perde senso se non è legata alle vite degli altri. L’“individualismo” smette di rappresentare un valore, perché tu non rappresenti più te stesso. La tua forza non sta nell’iniziare qualcosa ma nel continuarlo, sta nel tramandare le cose. Il tuo microcosmo diventa macrocosmo. Perdi te stesso per ritrovarti di nuovo.

I russi conducono una guerra non solo contro l’Ucraina e l’Europa, ma contro la realtà. La disinformazione e le menzogne sono diventate l’habitat della loro ragione, l’aria che respirano. Un’abitante di Mosca, rispondendo alla domanda di un giornalista su che cosa si aspetta dal futuro, ha detto che aspetta «la gioia». Per la signora di Mosca, le bombe da 500 chili lanciate sulle città ucraine, gli edifici che sono crollati come case di carta seppellendo i loro proprietari e i pacifici civili ucraini uccisi con un colpo alla nuca negli scantinati sono motivi di gioia. Un altro russo dice di aver troncato i rapporti con i parenti ucraini, perché si informano sui canali Telegram sbagliati. Noi gridiamo con la lingua della gente uccisa e delle città rase al suolo che vediamo con i nostri occhi, che vediamo nei nostri incubi la notte e loro ci rispondono: «Vi informate sui canali Telegram sbagliati». È assurdo, è inspiegabile, ma è la verità. È la realtà russa che lotta disperatamente contro la realtà. Contro i fatti, contro la verità, contro il presente.

Che cosa possiamo fare contro tutto questo? Il ritorno alla vita. Toccare la dura superficie della realtà. La sua semplicità materiale. La sua semplice evidenza. Devi vedere tutto quanto con i tuoi occhi. Devi sentire tutto e toccare tutto. Devi rifiutarti di formare il tuo punto di vista attraverso i canali Telegram e i programmi di intrattenimento in tv. Devi tuffarti nel fiume della dura realtà. Calarti in essa, come in una miniera. La realtà. Eccola accanto a noi, sotto di noi, sopra di noi. È spesso dura e a volte banale, ma è irrefutabile. La realtà della guerra ci ricorda che alcune persone possono diventare bestie. E che noi tutti possiamo morire in un attimo. Noi e i nostri figli. E comunque la via d’uscita c’è. Perché ci sono quelli che ci proteggono. Chi allontana l’arrivo della morte fino a quando è possibile. Spesso a costo della propria vita.

Gli ucraini si aggrappano alla realtà della terra, alla realtà del proprio Paese, alla realtà dei propri orti e giardini. Non avremmo mai voluto andare via da queste terre. La nostra metafisica è sempre stata materiale. La nostra filosofia è intrecciata con la nostra letteratura, il nostro mondo astratto è cresciuto nell’arte popolare. «Battuti fino alle ginocchia nella terra, cadevano esamini, ma si rialzavano…», scriveva cent’anni fa Vasyl’ Stefanyk. «La terra tremava sotto i battiti dei loro cuori».

«Battuti fino alle ginocchia nella terra». Abbracciando la terra, che trema «sotto i battiti dei loro cuori». Gli ucraini si sono radicati nella realtà. Hanno messo radici profonde.