Agenda riformistaI liberaldemocratici devono lavorare per riportare Mario Draghi ai vertici dell’Europa nel 2024

Una coalizione tra i Popolari e la destra conservatrice, somma aritmetica di nazionalismi che prendono dall’Ue più di quanto le danno, non potrà mai superare le sfide che indeboliscono l’Unione. Serve una leadership più autorevole

Mario Draghi in aula al Parlamento europeo
Foto: Daina Le Lardic/EP

A Bruxelles gli occhi sono tutti puntati sul governo italiano di Giorgia Meloni. L’attenzione verso la Presidente del Consiglio e i suoi ministri è altissima, sotto la lente degli osservatori europei non c’è solo l’andamento del governo e la credibilità delle sue scelte come le forniture militari all’Ucraina, il contenimento dell’inflazione e dei prezzi dell’energia, l’attuazione del Pnrr. A suscitare attenzione sono soprattutto le alleanze politiche che Meloni costruirà in prospettiva delle elezioni europee del 2024. La presidente del Consiglio è anche la presidente dei Conservatori europei, famiglia politica rappresentata nel Consiglio europeo da Italia, Polonia e Cechia.

In Svezia l’estrema destra garantisce l’appoggio esterno al governo di coalizione di centro destra, mentre gli spagnoli di Vox si apprestano a fare da stampella al Partito popolare dato per vincente alle prossime elezioni. All’avanzata della destra conservatrice in Europa si accompagna la consapevolezza del Ppe di essere al capolinea di quella lunga stagione di consensi che dalla fine degli anni Novanta ha confermato il partito popolare europeo alla guida dell’Ue, con i risultati che conosciamo.

Suscita ancora amarezza ricordare come il Ppe gestì la crisi finanziaria del 2008 all’insegna del motto «Chacun sa merde!». E in effetti noi europei di merda ne mangiammo davvero tanta, i leader popolari erano impauriti dal contagio finanziario della crisi; nella volontà di proteggere le proprie capitali esacerbarono un clima di sfiducia reciproca, scelsero il metodo intergovernativo come strada maestra, rigettarono qualsiasi prospettiva di affrontare la tempesta finanziaria con strumenti comuni, scelsero l’austerity e la Grecia finì sull’altare sacrificale.

Sicuramente altri tempi, ma i tornanti di crisi e di prova per l’Ue non finiscono mai. Meglio farsi trovare pronti. E il Ppe più che farsi trovare pronto vuole farsi trovare vincitore ancora una volta. Finita l’era Merkel, oggi i popolari nel Consiglio europeo non rappresentano che un pugno di Stati membri, tutti piccoli e marginali.

Ma il Ppe non vuole rimanere ai margini dell’Unione nel 2024. Ecco allora all’orizzonte l’alleanza con i conservatori di Giorgia Meloni per rompere lo schema della lunga stagione di coalizione con i socialisti europei e la più recente intesa che in questa legislatura annovera i liberali e centristi di Renew Europe.

Non sappiamo se questa nuova alleanza conservatrice funzionerà ma sappiamo già che una coalizione del genere avrà difficoltà a rappresentare il volto di un’Europa capace di rassicurare, rafforzarsi e superare le grandi contraddizioni che la indeboliscono. Rispetto dello stato di diritto, superamento del sistema di voto all’unanimità, transizione ambientale e digitale, lotta alle interferenze esterne, rafforzamento dell’industria per raggiungere l’autonomia strategica, politica migratoria, governance economica e rilancio del commercio internazionale, sono solo alcune delle priorità più urgenti e vitali su cui l’Unione europea è chiamata a dare risposte tangibili e misurabili dai suoi cittadini.

Una coalizione di destra conservatrice non potrebbe realizzare nulla di tutto questo perché conosciamo le contraddizioni di un conservatorismo, a tratti marcatamente illiberale, che vuole prendere dall’Europa senza dare. Sappiamo che la stabilità economica e finanziaria ha bisogno di rispetto di regole comuni, di conti pubblici in ordine e di politiche pubbliche che spingono la crescita e l’innovazione.

L’Europa deve dotarsi di altri strumenti comuni per la crescita economica e occupazionale ma in assenza di fiducia reciproca, essenziale per condividere risorse e rischi, ogni Stato può contare solo sulle sue debolezze. Lo stesso vale per la gestione dei flussi migratori, nessun governo conservatore farà sponda all’Italia per redistribuire i migranti e varare un piano europeo per le migrazioni né tenderà la mano per la sostenibilità del nostro immane debito pubblico.

L’Europea delle nazioni non funzionerebbe perché le nazioni da sole non funzionano. Quale modello può offrirci l’alleanza dei popolari e conservatori? Quali sarebbero i partner dell’Italia in questa nuova alleanza? La Polonia forse? Un Paese dove l’indipendenza del sistema giudiziario è stata cancellata, dove la transizione ambientale si fa importando carbone dal Sud Africa e una donna che condivide una pillola abortiva con un’altra che vuole interrompere la gravidanza è sotto processo in questi giorni e rischia tre anni di carcere. Non scherziamo!

Non c’è da perdere tempo prezioso. L’Italia non può essere la capofila di una schiera di nani reazionari.

Se la destra conservatrice ha come unica proposta la sommatoria aritmetica delle sue componenti più estreme, la risposta dei liberal democratici europei è quella di offrire la migliore e la più autorevole leadership alla guida dell’Ue, capace di rappresentare con coraggio e credibilità le capacità di riforma profonda dell’architettura europea, la continuità  del processo di integrazione nel solco del Next Generation Eu che significa messa in comune delle risorse e del debito, condizionalità del sostegno finanziario vincolato al rispetto dello stato di diritto e di difesa dei valori fondanti dell’UE che oggi legano profondamente la resistenza ucraina al nostro destino.

È il momento di uno scatto d’orgoglio europeo, della determinazione di voler fare dell’UE una potenza matura, indipendente e autonoma nella gestione delle crisi internazionali.

I liberal democratici europei avranno successo alle elezioni del 2024 se sapranno alzare il livello della proposta politica, interpretando le richieste di maggiore partecipazione democratica emerse dalla Conferenza sul futuro dell’Europa e mobilitando i più giovani a sostegno di una leadership capace di sbaragliare con una tattica fuori gli schemi e una strategia chiara che mira a fare dell’Ue una forza assertiva e garante del dei suoi valori fondamentali, anche a costo di istituire un nuovo Trattato per correre più veloci in un gruppo più ristretto e coeso.

Fino a pochi mesi fa a Palazzo Chigi sedeva l’italiano più autorevole al mondo, i liberal democratici europei dovrebbero iniziare a lavorare per potare Mario Draghi ai vertici dell’Europa nel 2024.

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