Sindrome franceseIl rischio più grave che corre oggi il Pd è l’assuefazione

Mai in quindici anni di storia si era visto un Partito democratico messo così male (nei sondaggi, in parlamento e nel paese). Ma la cosa più sorprendente è che nessuno sembra nemmeno rendersene conto

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Come qui avevamo già avuto modo di notare tre settimane fa, sei settimane fa e pure nove settimane fa, il Partito democratico continua a precipitare nei sondaggi al ritmo di un punto ogni tre settimane. Il motivo dovrebbe essere ovvio a tutti.

Mai si erano visti prima d’ora un leader e un intero gruppo dirigente che all’indomani di una sconfitta così pesante, anziché dimettersi e convocare immediatamente il congresso del partito, cominciano a discettare di come intendono rifondarlo, riscriverne il manifesto e lo statuto, fonderlo con altre formazioni (peraltro già presenti nella lista così poco apprezzata dagli elettori), annunciando che il congresso vero e proprio si terrà solo al termine di questo lungo e macchinoso processo. Durante il quale, va da sé, ognuno rimane al suo posto.

L’aspetto più singolare e forse più preoccupante di tutta la vicenda è però un altro, e non riguarda solo il gruppo dirigente (prima o poi) uscente, ma anche quello che (si spera) dovrebbe subentrare. Il rischio più grave è l’assuefazione.

Dopo avere portato il Pd al minimo storico (sia pure camuffato dalla scelta di aprire la lista anche ad Articolo 1 e ad altri soggetti minori, con i quali ha raggiunto comunque un non ragguardevole 19,1 per cento, cioè 0,4 punti in più del 2018), Enrico Letta ha potuto annunciare l’intenzione di restare al suo posto altri cinque o sei mesi per organizzare niente di meno che la rifondazione del partito, senza che praticamente nessuno ci trovasse niente da ridire (salvo alla fine accorciare di qualche settimana l’ammuina, più per sfinimento che per convinzione).

Quello che più dovrebbe preoccupare, dopo una sfilza di surreali direzioni in cui il segretario e il suo gruppo dirigente si sono ripetuti l’un l’altro che il risultato del voto non era poi così male, e ci mancava che si facessero pure i complimenti, non sono tanto le parole di Letta o dei numerosi ex ministri, ex viceministri ed ex sottosegretari presenti, quanto il silenzio di tutti gli altri. Una chiusura autoreferenziale che è la conseguenza del modo in cui Letta è stato nominato segretario dall’assemblea del Pd, quella eletta nel 2019 con Nicola Zingaretti, e soprattutto di come Letta, dopo avere illuso per un attimo anche noi con un discorso serio e razionale, ha interpretato il ruolo.

Invece di pilotare il Pd fuori dal vicolo cieco in cui l’aveva cacciato Zingaretti, infatti, Letta non ha fatto altro che confermarne tutte le scelte di fondo. Ragion per cui, peraltro, nessuno ha più capito per quale ragione il Pd non potesse tenersi Zingaretti (l’obiezione che non potevano tenere un segretario che si era appena schierato contro la nascita di un governo appoggiato un minuto dopo dal suo stesso partito non rileva, giacché è esattamente quello che era successo anche con il governo precedente).

In poche parole, all’indomani della caduta del governo Conte e della nascita del governo Draghi, invece di avviare una riflessione autocritica sul pasticcio in cui si erano infilati (e scioglierne le contraddizioni, in un senso o nell’altro), Letta e l’intero gruppo dirigente zingarettiano hanno preferito fare blocco, coprirsi a vicenda, perpetuando tutte le ambiguità della linea seguita fino a quel momento, che si sono riflesse inevitabilmente nella telenovela dei rapporti con l’esecutivo da un lato e con il Movimento 5 stelle dall’altro. E lo stesso hanno fatto dopo la sconfitta elettorale.

Il vantaggio di questa strategia, almeno nel breve termine, sta nel non avere lasciato praticamente nessuno spiraglio alla possibilità di una vera discussione autocritica e di un confronto reale, a dispetto di tanta sciocca retorica sul partito crudele che divora un segretario all’anno. Qui, semmai, è il segretario che ha divorato il partito, sebbene di certo non da solo. Ma proprio questa rinnovata unità, spesso vantata da Letta come il miglior risultato della sua gestione, ha avuto un altro vantaggio (sempre nel breve termine, s’intende): che la rete di solidarietà è andata ben al di là dei gruppi dirigenti, come dimostra l’incredibile benevolenza con cui ancora oggi la segreteria Letta è giudicata da gran parte dei commentatori. Qualunque confronto con il recente passato è in tal senso illuminante.

Dal giorno della sua elezione a segretario del Pd nel 2009 fino alle dimissioni nel 2013, Pier Luigi Bersani ha goduto di pessima stampa. La caricatura del burocrate di partito, grigio, noioso e incapace di comunicare lo ha perseguitato sin dal primo giorno e ha contribuito non poco a facilitare l’ascesa di Matteo Renzi, che in quello stesso periodo raccoglieva un successo di critica incontenibile (meno di pubblico, tanto è vero che le primarie contro il grigio Bersani, nel 2012, le perse 60 a 40).

In compenso, da quando la sua stella ha cominciato a declinare, nessuno ha goduto di un trattamento peggiore del leader di Italia Viva sui mezzi di comunicazione (almeno dai tempi di Tangentopoli in poi); mentre, per una strana simmetria dei loro destini, proprio il grigio Bersani diventava il cocco di giornali e talk show.

Da segretario del Pd, Bersani è stato impiccato a qualunque fesseria, a cominciare dal celeberrimo video del giaguaro, una scemenza cui gli avversari interni e gli editorialisti antipatizzanti hanno dedicato analisi minuziose, specialmente dopo la non-vittoria elettorale, neanche fosse stato il Watergate.

Se poi dovessi fare l’elenco delle fesserie cui hanno impiccato Renzi, una volta che la fortuna ha girato, non mi basterebbe un libro: dall’aumento dei sacchetti di plastica nei supermercati al complotto della Jp Morgan (se non vi ricordate nemmeno di che si tratti, l’unica cosa che posso dirvi è: appunto). Entrambi i leader sono usciti di scena, perlomeno come segretari del Pd, tra salve di fischi e critiche feroci.

Eppure nessuno allora, almeno tra gli osservatori in buona fede, poteva avere il minimo dubbio sul fatto che il Partito democratico sarebbe sopravvissuto, e infatti in entrambi i casi non solo è sopravvissuto, ma se l’è passata anche piuttosto bene, governando per la quasi totalità del tempo, circa nove anni su dieci dal 2013 a oggi.

Sfido chiunque a dire lo stesso della condizione in cui Letta lascia il Pd (quando si deciderà a lasciarlo). Eppure nessuno, né tra i commentatori né tra i dirigenti, e nemmeno tra coloro che aspirano a prenderne il posto, ha avuto finora il coraggio di dire che il re è nudo, far scoppiare la bolla, discutere seriamente di quel che è accaduto con un grado di sincerità e anche di brutalità minimamente proporzionato alla gravità della situazione.

Qualcuno invita a discutere delle responsabilità di Renzi (che se ne è andato nel 2019), qualcuno della crisi del capitalismo neoliberista (neanche questa, obiettivamente, una novità dell’ultimo minuto), qualcuno del ruolo dei sindaci e qualcun altro del voto online, cioè di come mascherare sin d’ora anche l’ennesimo, prevedibile fiasco: quello dell’affluenza ai gazebo. Altri due mesi così, e viene da pensare che i sondaggi di oggi sembreranno persino ottimisti.