Portiamoci avantiUna proposta unitaria per le riforme istituzionali del 2043

L’idea di tornare al proporzionale, dopo appena trent’anni di esperimenti maggioritari, è per molti un inaccettabile ritorno al passato, che sa di sconfitta. Possiamo però fissare un limite temporale a questi sforzi generosi? Acclarato che trent’anni non sono bastati, quante altre legislature vogliamo passare così?

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Per celebrare degnamente il trentesimo anniversario dei referendum maggioritari che diedero avvio al grande rinnovamento della politica italiana, anche i quotidiani usciti in questi primi giorni del 2023, come quelli del 2013, del 2003 e del 1993, parlano delle grandi riforme istituzionali che saranno al centro della nuova legislatura.

Si torna dunque a discutere di presidenzialismo, semipresidenzialismo o premierato forte, che è esattamente il punto di partenza della discussione svoltasi nella bicamerale D’Alema del 1997 (infatti si discute anche dell’ipotesi di procedere con una nuova bicamerale sulle riforme: la quarta, per l’esattezza); si parla di una nuova riforma federalista di Roberto Calderoli (ho perso il conto); si parla della necessità di un partito unitario del centrodestra, che raccolga perlomeno Forza Italia e Fratelli d’Italia, cioè i due partiti nati – o rinati, nel caso di Forza Italia – dalla scissione del partito unitario che c’era prima: il Pdl.

Come si vede, trascorrono le stagioni, passano gli anni, cambiano le mode e i modi di dire, ma non la sostanza: oggi si parla di «autonomia differenziata», ai tempi della riforma bocciata dagli elettori nel referendum costituzionale del 2006 (sempre di Calderoli) si parlava di «devolution», fatto sta che l’unica riforma federalista portata effettivamente a termine rimane quella fatta nel 2001, sulla base del testo approvato in bicamerale, dal centrosinistra. Riassetto che del resto un altro governo di centrosinistra, quello guidato da Matteo Renzi, cercò di rovesciare con la riforma del 2016, bocciata pure quella in un referendum costituzionale.

Dalla battaglia, è utile ricordare, trasse origine la scissione bersaniana del Partito democratico consumata nel 2017, che ora sembra essere in via di ricomposizione, nell’ennesima «fase costituente» con cui i gruppi dirigenti (sempre gli stessi) si ripropongono di dar vita al grande soggetto unitario per la sinistra del nuovo secolo (espressione che tra l’altro andrebbe aggiornata anch’essa, perché dagli anni novanta a oggi il secolo ha fatto in tempo a nascere, crescere e andare all’università). Seguirà dibattito sul cambiamento della legge elettorale.

La legge elettorale, però, si fa alla fine, sebbene sia sempre al primo posto nell’elenco delle emergenze che non consentono di andare a elezioni anticipate in caso di crisi di governo (se i miei calcoli sono esatti, dunque, se ne dovrebbe ricominciare a discutere non più tardi del 2024).

Se tutto questo lo trovate normale, che cosa posso dirvi? Andate, fate: leggetevi un altro editoriale sulle virtù del semipresidenzialismo, specialmente se accoppiato al doppio turno, o invece dell’elezione diretta del presidente del Consiglio, accompagnata magari da un bel maggioritario a turno unico, all’inglese, di colore chiaro e gusto corposo. Io, dopo trent’anni, non me la sento più.

Capisco che i tanti giornalisti, costituzionalisti, politologi, conduttori televisivi e radiofonici che dal 1993 a oggi si sono impegnati in queste battaglie non abbiano voglia di darsi per vinti così presto. So bene che l’idea di tornare a un sistema pienamente parlamentare e proporzionale, dopo appena trent’anni di esperimenti maggioritari e presidenzialisti, semipresidenzialisti o parapresidenzialisti, è per tutti un inaccettabile ritorno al passato, che sa di sconfitta.

Proporrei dunque di fissare semplicemente un limite temporale a questi loro generosi sforzi riformatori. Mettiamoci attorno a un tavolo e parliamone laicamente: acclarato che trent’anni non sono bastati, quante altre legislature vogliamo passare così? Altre quattro basteranno?

Che ne dite, possiamo metterci d’accordo fin d’ora che nel 2043, qualora fossimo ancora tutti qui a discutere di quale forma di presidenzialismo e di quale modello di legge elettorale maggioritaria adottare al fine di ottenere stabilità dei governi e riduzione del numero dei partiti, dopo avere constatato come nel frattempo abbiano continuato ad aumentare vertiginosamente tanto l’instabilità dei governi quanto il numero dei partiti, sarà venuto il momento di metterci una pietra sopra? Potremo almeno allora, di comune accordo, tornare a un sistema pienamente parlamentare e proporzionale (senza premi di maggioranza, senza coalizioni pre-elettorali, e magari con una robusta soglia di sbarramento contro i micro-partiti che in questi anni di maggioritario hanno prosperato più che mai) e ricominciare a parlare di cose serie?